Il Messico scopre un mare di petrolio e riapre la partita con gli Usa

La compagnia di Stato ha scoperto il giacimento più grande degli ultimi 15 anni. Una buona notizia per un settore in crisi che si è aperto ai privati. Il greggio fa gola ai giganti statunitensi. Ma Big Oil è minacciato dall’isolazionismo di Trump. E dai piani della sinistra messicana

Una raffineria della Pemex. REUTERS/Edgard Garrido
Una raffineria della Pemex. REUTERS/Edgard Garrido

Lo scorso venerdì il presidente messicano Enrique Peña Nieto ha annunciato con grande enfasi la scoperta di un importante giacimento petrolifero a Cosamaloapan, nell’interno dello Stato centro-orientale di Veracruz, che potrebbe arrivare a contenere fino a 350 milioni di barili di greggio e di gas associato. Si tratta del più grande rinvenimento terrestre effettuato dalla Pemex, l’impresa petrolifera di Stato, negli ultimi quindici anni.

«È una buona notizia, la Pemex si farà più ricca grazie alla scoperta di questo giacimento», ha detto Peña Nieto. Ma la notizia è buona è soprattutto per lui: nel 2013 il presidente ha infatti promosso una imponente riforma energetica che dopo 75 anni ha liberalizzato il settore degli idrocarburi e dell’elettricità ma che, finora, ha realizzato ben poco di quanto promesso.

La Riforma energetica e la crisi del petrolio

La fine del monopolio statale sul petrolio avrebbe dovuto – garantiva Peña Nieto nel 2013 – innanzitutto permettere al Messico di superare la crisi produttiva iniziata nel 2004 e di invertire quel trend negativo che sta trasformando il Paese in un importatore di carburante dall’estero. E invece in questi ultimi quattro anni sono calate sia la produzione che la capacità di raffinazione che le stesse riserve petrolifere: a settembre la Pemex ha toccato il minimo pluridecennale di 1,73 milioni di barili al giorno, -18% rispetto all’anno prima. Oggi il Messico importa quasi il 60% della benzina che consuma, pur essendo il dodicesimo maggiore produttore di petrolio al mondo.

Secondo il disegno di Peña Nieto, l’apertura ai privati avrebbe fornito alla Pemex lo stimolo e la possibilità di superare i suoi ritardi tecnologici e le sue inefficienze gestionali. Tuttavia, gravata com’è da un debito pesantissimo e dai continui tagli al budget, la Pemex è apparsa inadeguata a reggere la concorrenza con i giganti del settore energetico, che finora si sono aggiudicati i migliori blocchi esplorativi messi all’asta dal governo. Un consorzio internazionale capeggiato dalla statunitense Talos Energy ha annunciato lo scorso giugno una scoperta «storica» nel pozzo Zama-1, al largo dello stato di Tabasco: si è trattato del quinto maggiore rinvenimento di petrolio al mondo degli ultimi cinque anni. Anche le perforazioni eseguite dall’Eni a marzo a luglio hanno dato risultati superiori alle stime iniziali.

Il pozzo Ixachi-1, scoperto venerdì a Cosamaloapan, ha permesso a Peña Nieto di esibire finalmente un successo della Pemex – ancora oggi uno dei simboli del nazionalismo rivoluzionario messicano – nel riformato settore petrolifero. Se le riserve di questo campo dovessero venire confermate, Ixachi-1 potrebbe rivaleggiare con i volumi del pozzo Zama-1 di Talos Energy.

Il Messico e la geopolitica americana

Più che a modernizzare l’impresa di Stato, lo scopo principale della riforma energetica sembra però essere quello di attrarre quanti più capitali esteri possibile nel mercato messicano degli idrocarburi. In questo sta avendo successo: incentivati da una legislazione estremamente favorevole – alle attività petrolifere viene garantita la priorità su qualunque altro utilizzo del terreno, e alle compagnie numerosi incentivi –, gli investimenti stranieri nel settore dell’energia sono quasi raddoppiati dal 2015 al 2016, e cresciuti del 174% dalla prima metà del 2016 a quella del 2017. Nello stesso periodo, quelli pubblici sono calati del 37%.

Il Messico fa gola ai Big Oil soprattutto per il suo grande potenziale inespresso: le acque profonde messicane sono ancora in buona parte ignote, e secondo l’Eia il Paese possederebbe le seste e le ottave maggiori riserve mondiali di shale gas e di shale oil, due risorse non convenzionali oggi al centro della “rivoluzione energetica” statunitense.

D’altra parte, il Messico non dispone però di infrastrutture efficienti per lo stoccaggio e il trasporto di greggio e gas. Ma a marzo Donald Trump ha sbloccato il progetto dell’oleodotto Keystone, fermato da Obama per questioni ambientali ma considerato fondamentale per la geopolitica energetica di Washington, che consentirà allo shale oil di fluire dal Canada al Messico, passando per gli Stati Uniti.

Messico e Stati Uniti sono legati da una profonda relazione energetica. Dagli Usa proviene più della metà della benzina consumata in Messico, e il gas americano permette di generare oltre un quarto dell’elettricità messicana. Allo stesso tempo, gli Usa hanno bisogno del Messico per evitare un crollo dei prezzi del gas naturale, la cui produzione eccede la domanda domestica.

Trump e López Obrador

Grazie alla riforma energetica, il Messico si è trasformato nella nuova frontiera nordamericana degli idrocarburi. Ma questa “corsa all’oro nero” è minacciata dall’incertezza sulla sorte del Nafta, l’accordo di libero scambio che Trump potrebbe voler abbandonare, o far implodere. Le compagnie energetiche americane desiderano al contrario un Nafta più focalizzato sulla cooperazione energetica regionale e, alcune di loro, potrebbero decidere di rinunciare ad investire nel settore petrolifero messicano se private delle garanzie contenute nel trattato.

A dissuadere i grandi capitali dal fare affari in Messico c’è anche il timore di una vittoria di Andrés Manuel López Obrador alle elezioni presidenziali di luglio. López Obrador, il cosiddetto “populista” di sinistra erroneamente paragonato a Hugo Chávez e dato per favorito da diversi sondaggi, ha recentemente ribadito di voler rivedere i contratti di sfruttamento petrolifero che l’amministrazione Peña Nieto ha stretto con le imprese private.

L’opinione di López Obrador sulla Riforma energetica, comunque critica, si è in realtà ammorbidita nel tempo. Inizialmente intenzionato a cancellarla completamente, ha poi detto di voler affidare la questione ad un referendum, ha escluso la possibilità di una nuova nazionalizzazione e ne ha infine riconosciuto alcuni aspetti positivi. Ma il cuore del suo progetto per il settore petrolifero messicano risiede nella costruzione di nuove raffinerie, con l’obiettivo di ristabilire la sicurezza energetica del paese e riportare la produttività della Pemex ai livelli pre-2004.

Moderato o meno che sia, il nazionalismo petrolifero di López Obrador spaventa gli imprenditori stranieri. Nazionalismo che, specie se dovesse combinarsi con le politiche isolazioniste di Donald Trump, potrebbe faticare a comunicare l’immagine di un Messico favorevole agli investimenti.

@marcodellaguzzo

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