eastwest challenge banner leaderboard

Messico: quei maestros in guerra

In questi giorni migliaia di insegnanti stanno marciando in Messico, scendono nelle piazze che si trasformano in tendopoli, e la loro rabbia non è mai stata tale. La Coordinadora Nacional de Trabajadores de la Educación (CNTE), ultimo baluardo di dissidenza sindacale contro il neoliberismo selvaggio a difesa delle classi lavoratrici, ha guidato una manifestazione di massa per protestare contro la “macellazione” – così la chiamano – avvenuta durante gli ultimi scontri tra polizia e manifestanti. «Vogliamo la punizione dei colpevoli e la ricomparsa delle 22 persone che a tutt’oggi risultano desaparecidas», urlano a Radio Plantón i membri della Sección 22 di Oaxaca, il gruppo più nutrito di professori in resistenza, con i suoi quasi 74mila affiliati.

REUTERS/Daniel Becerril

Nel centro di Oaxaca, roccaforte del movimento di protesta radicale, gli insegnanti hanno allestito barricate e posti di blocco. La situazione non è tanto diversa altrove in Messico. Le manifestazioni vanno avanti da mesi anche a Chiapas, Guerrero, Michoacán, Juchitán, e poi a Pinotepa Nacional, a Puerto Escondido, a Rio Grande e a Città del Messico, ma nessuna di queste si era mai tradotta in uno scontro armato così violento. Non negli ultimi tre anni.

Invece proprio ad Asunción Nochixtlán, nello stato di Oaxaca, domenica 19 giugno, 800 membri della polizia federale e statale hanno attaccato i manifestanti con gas lacrimogeni, con l’obiettivo di abbattere la barricata che da oltre una settimana interrompeva la regolare circolazione stradale. Gli scontri si sono conclusi con undici morti ed oltre cento feriti. Le vittime, compresa una minorenne, erano tutte civili. Il governo ha finora respinto qualunque richiesta di confronto, mentre il capo della polizia nazionale Enrique Galindo ha annunciato che l'azione di rappresaglia è stata compiuta unicamente nei confronti di alcuni gruppi violenti di estremisti non identificati.

I maestros messicani protestano da tempo contro la riforma dell'istruzione approvata nel 2013 dal Presidente Enrique Peña Nieto, che stabilisce le nuove basi per la carriera dei professori, l’accesso ai posti dirigenziali delle scuole e l’implementazione della politica educativa a livello primario e secondario. Tra le novità, si prevedono nuovi tagli agli stipendi e che i posti dei docenti siano assegnati dal governo e non più dai sindacati. Secondo quanto riportato, la legge è stata discussa ed emanata senza ascoltare le opinioni di chi l’ambiente scolastico lo vive direttamente, senza alcun dialogo o negoziato con il sindacato. Il governo, dal canto suo, ha dichiarato che la riforma ha il solo scopo di elevare gli standard d’istruzione «ancora troppo bassi nel paese» e farla finita con alcuni privilegi sindacali che permettono ai professori un accesso troppo immediato alla professione.

Non a caso, il punto più spinoso della riforma è l'implementazione di un test di valutazione dei docenti e dei loro risultati, al fine di aumentare la qualità educativa e la meritocrazia. Il problema, secondo gli insegnanti, è che tale valutazione non tiene conto delle differenze marcate tra i vari contesti sociali che esistono nel paese. Una delle competenze valutate, per esempio, è lo spagnolo, che non sempre viene parlato correntemente tra le popolazioni indigene. «Non tutti gli stati presentano la stessa situazione sociale. A Oaxaca, alcuni comuni e regioni sono estremamente poveri ed emarginati. Come è possibile, dunque, valutare il percorso scolastico di uno studente con un livello di malnutrizione molto avanzato, rispetto ad un altro che vive in un contesto sociale più sviluppato e dispone di tutti i servizi tecnologici?», ha raccontato a CNN México Clemente Jesus Garcia, professore di educazione tecnica alle scuole medie.

D'altra parte, il sindacato sostiene che i test semplicemente facilitino il licenziamento dei professori e spianino la strada alla parziale privatizzazione dell'istruzione pubblica in Messico.

Il governo ha già provveduto al licenziamento di più di 3.000 insegnanti che non si sono voluti sottoporre al test. Ma per Mauricio, studente di 25 anni alla facoltà di legge a Città del Messico che non si è mai perso una manifestazione negli ultimi tre anni, la ragione è un’altra: «E’ vero quello che dicono: il governo non intende assumersi la responsabilità per le dismissioni di migliaia di insegnanti ed utilizza questi test di valutazione come scusa»

La corrente radicale del sindacato degli insegnanti, il CNTE, si sta confermando il bastone tra le ruote per l'attuazione di tale politica. Dopo lo scoppio delle ultime violenze, alcuni poliziotti sono stati accusati di essersi infiltrati in borghese nei cortei e di “aver sparato senza pietà” contro i manifestanti. Il CNTE ha chiesto che la Commissione Interamericana dei Diritti Umani indaghi sui fatti e che il Ministro dell’Istruzione Aurelio Nuño rassegni le proprie dimissioni.

Due leader del CNTE sono già stati arrestati con l’accusa di aver sottratto fondi dalle casse del sindacato, di riciclaggio e di corruzione, ma le minacce di repressione violenta della protesta avanzate da alcuni deputati del PAN (Partido de Acción Nacional) non fanno desistere i docenti.

Le marce continuano e le rivolte si inaspriscono. Non hanno fine i numerosi posti di blocco e la militarizzazione del territorio, mentre i manifestanti dichiarano di volersi trasferire in massa nella capitale ed aprire nuove trattative con il governo. A sostenere i maestros, ci sono i contadini organizzati di San Quintín in Bassa California, i parenti degli studenti scomparsi dalla Ayotzinapa in Guerrero, e il Fronte Popolare in Difesa della Terra dal Atenco , nello Stato del Messico. Gli studenti della facoltà di medicina dell’Università dello Stato di Oaxaca (UABJO) hanno invece installato una sezione gratuita di pronto soccorso per i manifestanti feriti durante gli scontri.

Già nel giugno del 2006, una battaglia campale durata un anno ed iniziata dal CNTE contro la scarsità di fondi destinati alle scuole era cessata solo dopo l’invio dell’esercito ed un bilancio di venti morti. Una delle vittime era il giornalista statunitense Bradley Roland Will, ucciso mentre seguiva una manifestazione. Il suo caso era stato indicato come "esecuzione extragiudiziale" da una Commissione di Verità che aveva denunciato anche atti di tortura e sparizioni forzate per mano delle autorità messicane.
@MichelaCan

Scrivi il tuo commento
@

La voce
dei Lettori

Eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città. Invia la tua domanda a eastwest

GUALA