Il Messico e la tolleranza zero di Trump contro le famiglie migranti

Prima della retromarcia di Trump, il governo messicano ha condannato la politica di separazione dei bambini dalle famiglie alla frontiera. Anche per il timore che la linea dura Usa possa indurre molti migranti centroamericani a restare in Messico

Un piccolo migrante in attesa di incontrare i funzionari delle dogane e della protezione degli Stati Uniti per chiedere asilo al ponte di confine internazionale di Paso del Norte a Ciudad Juarez, Messico giugno 20, 2018. REUTERS / Jose Luis Gonzalez
Un piccolo migrante in attesa di incontrare i funzionari delle dogane e della protezione degli Stati Uniti per chiedere asilo al ponte di confine internazionale di Paso del Norte a Ciudad Juarez, Messico giugno 20, 2018. REUTERS / Jose Luis Gonzalez

Con un ordine esecutivo firmato la sera - ora italiana - di mercoledì 20 giugno, Donald Trump ha messo fine alla separazione delle famiglie di migranti irregolari al confine tra Stati Uniti e Messico.

La decisione del presidente è arrivata dopo che, nei giorni precedenti, i media statunitensi avevano reso visibili le conseguenze della politica di tolleranza zero contro l’immigrazione voluta dalla sua stessa amministrazione. A maggio il procuratore generale Jeff Sessions aveva infatti annunciato che gli Stati Uniti avrebbero iniziato a perseguire penalmente tutti i migranti entrati in modo illegale in territorio americano. Questo nuovo approccio, molto più duro di quelli di Obama e Bush, ha portato alla separazione forzata di tantissimi bambini dalle proprie famiglie: dal 5 maggio al 9 giugno ben 2342 minori sono stati divisi dai genitori e affidati ad appositi centri.

Le fotografie dei bambini nelle gabbie di metallo e le registrazioni delle loro urla sono state difficili da tollerare per l’opinione pubblica. Per questo trattamento, l’amministrazione Trump si è attirata le critiche non solo dei Democratici e di parte dei Repubblicani ma anche di numerose organizzazioni umanitarie, di associazioni di medici e dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, che ha definito la pratica “immorale” e ha chiesto agli Stati Uniti di interromperla.

Per diversi giorni il Messico ha scelto invece di non esprimersi sulla “tolleranza zero” e sul trattamento dei bambini. Il silenzio è stato rotto il 19 giugno, quando il ministro degli Esteri Luis Videgaray ha attaccato la politica migratoria di Trump definendola crudele e disumana. Solo 21 degli oltre duemila minori separati dai genitori negli Stati Uniti sono di nazionalità messicana – per la maggior parte provengono da Honduras, El Salvador e Guatemala –, e sono stati quasi tutti ricongiunti con i rispettivi genitori e rimpatriati. Tra i sette ancora in custodia delle autorità statunitensi c’è anche una bambina di dieci anni con la sindrome di Down.

Nonostante in questa vicenda il Messico sia coinvolto direttamente in maniera marginale, il ministro Videgaray ha detto che il suo Paese, pur non promuovendo l’immigrazione irregolare, «Non può restare indifferente di fronte ad un fatto che rappresenta chiaramente una violazione dei diritti umani». Il Messico, ha aggiunto, ha l’obbligo morale di agire e di schierarsi a fianco «dei nostri fratelli del Centroamerica»: venerdì 22, la cancelleria messicana si riunirà con quelle di Guatemala, El Salvador e Honduras per definire una postura univoca nei confronti della politica di “tolleranza zero”.

Il governo del presidente Enrique Peña Nieto ha anche invitato la comunità internazionale a esprimersi su questo tema e si è attivato per discuterne davanti alle Nazioni Unite, all’Organizzazione degli Stati americani e alla Commissione interamericana dei diritti umani. Il Congresso messicano ha invece approvato un comunicato in cui chiede all’esecutivo di “considerare la possibilità di ritirarsi da qualsiasi schema di cooperazione bilaterale con gli Stati Uniti d’America in materia di immigrazione, lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata transnazionale finché il presidente Donald Trump non tratterà i migranti con il rispetto che meritano”. Il Senato messicano aveva fatto lo stesso ad aprile, quando Trump aveva annunciato l’invio dei militari alla frontiera.

La risposta del Messico è arrivata nel momento in cui le critiche contro l’amministrazione Trump hanno raggiunto il livello più alto ed era attesa per due motivi.

Il primo ha a che vedere con l’immagine pubblica di sé che il Messico ha intenzione e interesse a costruire. Rimaneggiando una famosa canzone di Enzo Jannacci, il Messico vuole mostrarsi “la faccia umana dell’America”, attenta ai diritti dei migranti, contro il “crudele” Trump: ad esempio, già tutto lo scontro relativo alla carovana di centroamericani era stato impostato sulla contrapposizione tra Città del Messico impegnata a rispettare la dignità umana e Washington invece disinteressata.

Il secondo motivo è meno retorico e più concreto. Il governo Peña Nieto aveva paura che l’eventualità di essere separati dai propri figli potesse disincentivare i migranti centroamericani dall’entrare negli Stati Uniti e indurli a rimanere in Messico. E quindi aveva intenzione di mettere pressione all’amministrazione Trump perché ripensasse o cancellasse la politica di “tolleranza zero”. Il rischio per Città del Messico è ora rientrato solo in parte, visto che la Casa Bianca ha ancora intenzione di detenere i bambini: la differenza è che saranno insieme ai loro genitori, invece che soli.

Mentre sono più i messicani che rimpatriano di quelli che invece partono per gli Stati Uniti, per i centroamericani il Messico si sta trasformando lentamente da terra di passaggio a Paese di immigrazione dove richiedere l’asilo, complice la durezza dei sistemi di respingimento tanto statunitensi quanto messicani. E il governo messicano è assolutamente impreparato a gestire questa nuova realtà.

L’amministrazione Peña Nieto è stata criticata di recente dalla Commissione messicana dei diritti umani (Cndh) per non essere in grado di tutelare proprio i bambini migranti. Il presidente della Cndh Luis Raúl González Pérez ha detto che «le misure e le azioni intraprese finora risultano insufficienti» a garantire adeguata protezione ai minori non accompagnati, che finiscono facilmente vittime di abusi sessuali o nelle mani dei trafficanti.

E non è escluso che nei prossimi giorni anche Trump torni ad attaccare il Messico per la situazione al confine. Il presidente degli Stati Uniti sostiene infatti che l’unico modo per bloccare la presunta crisi migratoria alla frontiera consista nel fermare il traffico di minori e accusa proprio il Messico di non fare nulla per interrompere questi flussi. In realtà, nel 2016 le autorità messicane hanno rimpatriato 38.555 bambini migranti, quasi tutti centroamericani, più altri 17.093 nel 2017 e 7825 nei primi mesi del 2018. Demonizzare il Messico è contrario agli interessi dell’amministrazione Trump, dato che è proprio il vicino meridionale a fare da cuscinetto.

Per quanto dure possano essere, comunque, le recenti politiche migratorie di Donald Trump – la cui influenza sulle scelte dei messicani è spesso sovrastimata – non avranno nessun impatto sul voto di domenica 1 luglio. Tutti e quattro i candidati alla presidenza sono uniti nel respingere fermamente la policy della Casa Bianca ma, arrivati a questo punto, le intenzioni di voto degli elettori sembrano comunque già piuttosto chiare. Secondo l’ultima inchiesta, il nazionalista di sinistra Andrés Manuel López Obrador può contare sul 50% dei consensi.

@marcodellaguzzo

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