In Messico sono tutti preoccupati, ma quello di Trump è un gioco rischioso

"Ora Rex, che come sapete, è in Messico, ha detto che sarà un viaggio difficile, perché dobbiamo farci trattare in modo giusto dal Messico" (...) "È là con il generale Kelly, che è stato incredibile alla frontiera" (…) "Con il Messico abbiamo 70 miliardi di deficit, di deficit commerciale e questo è insostenibile. Non permetteremo che succeda. Non possiamo permettere che succeda. Avremo un rapporto buono con il Messico, spero. E se non ce l'avremo, non ce lo avremo". 

Rex Tillerson stringe la mano ai poliziotti all'aeroporto Benito Juarez. REUTERS/Carlos Barria
Rex Tillerson stringe la mano ai poliziotti all'aeroporto Benito Juarez. REUTERS/Carlos Barria

Sono alcune delle dichiarazioni del presidente Donald Trump mercoledì 23 febbraio alla Casa Bianca, mentre Rex Tillerson, il Segretario di Stato e John Kelly, il capo della Sicurezza Nazionale, arrivavano in Messico per un primo teso incontro. 

L'aspetto positivo dell'uso elementare delle parole da parte del presidente Usa è che i suoi capi di gabinetto possono dire l'opposto quando le "traducono" in linguaggio ufficiale. Nel caso della visita a Città del Messico, tuttavia, la contraddizione non è passata inosservata. 

Mentre a Washington Trump diceva: "Stiamo veramente cacciando via dal paese i tizi cattivi" (…) È un'operazione militare…", a Città del Messico il giorno dopo toccava a Kelly scandire davanti alle telecamere: "Non si userà la forza militare riguardo all'immigrazione. Non ci saranno – ripeto – non ci saranno deportazioni di massa". 

Kelly e Tillerson hanno cercato di spegnere l'incendio appiccato da Trump nelle 36 ore precedenti l'incontro con nuove dichiarazioni sulle deportazioni con effetto immediato: si applicheranno non solo agli immigrati illegali macchiati di delitti seri, ma anche a quelli rei di delitti minori quali infrazioni stradali e di qualsiasi nazionalità e ai genitori o ai familiari che abbiano facilitato l'ingresso illegale di minori. A tal fine, ricordato Trump si rafforzeranno con 15000 uomini i due corpi per la sicurezza delle frontiere. Inoltre, il governo rivedrà le risorse finanziarie elargite al Messico.

Non è la prima volta che Trump usa il trucchetto di fare dichiarazioni ostili immediatamente prima di un incontro critico, forse per spiazzare la controparte. Lo aveva già fatto a gennaio prima della visita – poi cancellata – del presidente messicano Enrique Peña Nieto.

C'è "preoccupazione e irritazione tra i messicani", ha detto il ministro degli Esteri, Luis Videgaray, precisando che il Messico è pronto a rivolgersi all'Onu perché, "sia ben chiaro, né il governo né il popolo messicano non sono tenuti ad accettare misure imposte unilateralmente da un altro governo".

L'immigrazione è un punto cruciale perché potrebbe riguardare 11 milioni di persone di cui forse 5 messicani e 4 di altri paesi latinoamericani. Trump, tuttavia, sembra non sapere che la grande massa degli immigrati illegali negli ultimi anni non è messicana ma honduregna, guatemalteca e salvadoregna. 

Stando ai dati del corpo doganale Ice, dei più di 400.000 arrestati in 12 mesi nel 2016 per ingresso illegale nel paese, circa 220.000 non erano messicani. Ciò che Tillerson e Kelly si presume capiscano è che, negli ultimi anni, a impedire l'arrivo negli Stati Uniti dei 400.000 profughi che ogni anno entrano in Messico dalla sua frontiera sud è stato proprio il demonizzato vicino.

Il Messico "fa il lavoro sporco", ha detto a Efe la direttrice per le Americhe di Amnesty International (Ai), Erika Guevara-Rosas. "Nel 2016 le deportazioni [dal Messico] verso El Salvador son aumentate del 200%, e del 150% verso il Guatemala e l'Honduras".

Dal triangolo nord dell'America centrale si fugge dalla violenza e dalla povertà. Fuggono bambini e adolescenti per non essere reclutati dalle gang (60.000 nel 2014), donne minacciate di prostituzione e uomini e famiglie vittime delle estorsioni. Non fuggendo tecnicamente da governi, ottenere lo status di rifugiati in Messico è difficile quanto negli Usa. 

Le richieste di asilo, spiega Cinthia Perez, direttrice dell'agenzia messicana per i rifugiati, continuano comunque ad aumentare del 9% ogni mese. Nel 2017 potrebbero arrivare a 22.500 e nonostante siano numerose le organizzazioni ufficiali o volontarie che sostengono i migranti, il flusso è tale che migliaia di persone finiscono nelle maglie della criminalità organizzata. 

Alcune piccole città come Atar, in Sonora, sono fiorite fornendo ospitalità e l'occorrente per l'attraversamento del deserto ai migranti., prima che "dell'affare" se ne appropriassero le mafie. Un passaggio in camion dalla frontiera con il Guatemala a quella con gli Stati Uniti, in alternativa al treno merci detto "La Bestia", costava 8000 dollari prima delle minacce di Trump, ora arriva a 10.000. 

Il Messico si troverebbe ad accogliere i deportati dagli Usa quando ha già seri problemi interni – politici, di sicurezza e sociali. I cartelli della droga controllano interi territori e gli omicidi sono saliti nel 2016 a 36.056. La violenza contro donne e bambine è endemica e il governo non fornisce dati per combatterla. Sono innumerevoli i casi di vittime di violenze e torture, quando non addirittura di morti o sparizioni di detenuti. Il piano del governo per punire la tortura e le esecuzioni attende dal 2014. 

Le libertà politiche e civili sono in crisi. L'anno scorso sono stati uccisi 12 giornalisti, con i coinvolgimento in qualche caso di funzionari governativi – un numero record da quando Peña Nieto è al governo. Le proteste finiscono spesso in massacri ed è lunga la lista dei leader studenteschi, dell'opposizione o indigeni arrestati. 

Per evitare una catastrofe della sicurezza con l'arrivo di migliaia di messicani e centroamericani senza mezzi e sradicati, Enrique Berruga Filloy, ex ambasciatore e rappresentante del Messico presso l'Onu, suggerisce che il governo si adoperi per aiutare i messicani passibili di deportazione a rimpatriare subito i risparmi, prima che Trump attui la minaccia di requisire le rimesse, quei 25 miliardi di dollari annui che sono un pilastro dell'economia.

Se concretizzate, le minacce sull'immigrazione ed economiche sommate al crollo del peso, frenerebbero la crescita del paese con serie conseguenze sull'occupazione e sociali. Ciò alimenta la tentazione dell'"occhio per occhio" non solo tra il governo ma anche nell'opinione pubblica. 

Il paese centroamericano ha, tuttavia, qualche arma, oltre a essere il filtro che blocca centinaia di migliaia di potenziali immigrati illegali e tiene sopita una polveriera umanitaria e criminale. Il ministro degli Esteri Videgaray ha dichiarato che se gli Stati Uniti imporranno dazi sulle merci messicane, il Messico farà altrettanto – su 267,2 miliardi di dollari di prodotti Usa importati. Il Messico è anche il maggior compratore dell'mais prodotto negli Usa e sta importando volumi record di petrolio, al punto di essere diventato importante per sostenere i guadagni delle raffinerie Usa, oltre a garantire negli Usa almeno 5 milioni di posti di lavoro. Non da ultimo, a sud del Rio Bravo la lotta al traffico di droga, il cui mercato sono proprio gli Usa, trattiene in parte quei clandestini i cui aerei e navi neanche il "bel muro" di Trump fermerebbe.

Le campagne #AdiosProductosGringos e #AdiosStarbucks non faranno grandi danni nell'immediato ma testimoniano un sentire comune che il governo non potrà ignorare. La strategia scelta è quindi di non fare trattative su temi isolati ma di metterli tutti sul tavolo: il Nafta, l'immigrazione e i messicani negli Usa, il controllo del narcotraffico e quello del traffico di armi Usa verso il Messico. 

Se, come ha detto Trump, pazienza se non si arriverà a un buon rapporto con il Messico, le trattative tra i due paesi seguiranno il principio indicato da Videgaray: "Per superare gli insulti, per superare i sentimenti negativi che senza dubbio oggi prevalgono, più che le parole conteranno i fatti".

@GuiomarParada 

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