MeToo sbarca in India e si scontra con gli arrembanti movimenti sessisti

Il movimento sbarca a Bollywood e da lì dilaga fino ai palazzi del potere a Delhi. Modi promette tollereranza zero, ma le leggi in teoria ci sono già. Lontano dalle città, i movimenti dei maschi contro la minaccia femminista si organizzano. Trovando sponde anche nella destra di governo

Membri del All India Mahila Congress gridano slogan durante una protesta fuori da una stazione di polizia a Mumbai, India, 11 ottobre 2018. REUTERS / Francis Mascarenhas
Membri del All India Mahila Congress gridano slogan durante una protesta fuori da una stazione di polizia a Mumbai, India, 11 ottobre 2018. REUTERS / Francis Mascarenhas

Tutto ha avuto inizio una decina di giorni fa, con le dichiarazioni rilasciate alla Bbc dall’ex attrice Tanushree Dutta, in merito alle molestie subite dietro le quinte dell’industria cinematografica indiana. Così, dopo essere partito da Hollywood, un anno più tardi il movimento #MeToo ha fatto il giro del mondo, debuttando in India proprio a Bollywood.

Spinto dai social media e da diverse organizzazioni per la tutela dei diritti delle donne, #MeTooIndia ha preso forza, dando voce a migliaia di vittime di molestie e di abusi sessuali sul lavoro. In pochi giorni, una catena di scandali ha travolto redazioni di giornali, banche, grandi società e università, interessando direttamente anche il governo Modi.

I media indiani hanno seguito la vicenda, riportando testimonianze di donne e ragazze uscite dall’anonimato per denunciare le molestie subite da colleghi maschi e la frustrazione covata a lungo per l’impossibilità di sporgere denuncia, temendo di essere isolate, licenziate o di subire attacchi con l’acido.

C’è poi il caso del ministro di stato per gli Affari Esteri MJ Akbar, accusato da alcune ex componenti del proprio staff di molestie sessuali commesse prima di assumere l’incarico governativo, quando lavorava come giornalista ed editore a Mumbai. Coinvolgimento per il quale il referente della Delhi Commission for Women, Swati Maliwal, ha scritto al Primo ministro Narendra Modi pretendendo le immediate dimissioni di Akbar e chiedendo l’apertura di un’inchiesta ufficiale.

Il tutto accade a sette mesi dalle elezioni generali, quando il Bharatiya Janata Party (Bjp) di Modi cercherà di bissare il mandato e di ottenere la maggioranza alla Lok Sabha, il Parlamento indiano. Per arginare l’emergenza, New Delhi ha replicato attraverso Maneka Gandhi, ministro per lo Sviluppo delle Donne e dei Minori. La Gandhi ha annunciato via Twitter la costituzione di un comitato composto da quattro ex giudici e da un avvocato, dedicato a studiare i casi portati in luce da #MeTooIndia, al fine di migliorare i meccanismi di prevenzione e di denuncia delle molestie sessuali in ambito lavorativo.

“Tolleranza zero” è la promessa del governo Modi e il comitato della Gandhi dovrebbe fungere da garante rifacendosi al modello del Justisce Verma Commitee, creato nel gennaio 2013 all’indomani del brutale stupro della 23enne Jyoti Singh Pandey a Delhi, in previsione della revisione e dell’inasprimento delle leggi sui reati sessuali.

In realtà, #MeToo non ha fatto altro che riportare in luce il problema della condizione della donna in India. I casi di molestie sul posto di lavoro non sono storia recente, tanto che la stessa testimonianza rilasciata da Tanushree Dutta alla Bbc risale a dieci anni fa, epoca in cui, per tutelarsi, l’ex attrice preferì chiudere con Bollywood. Nel mezzo c’è stata l’introduzione del Harassment of Women at Workplace Act (aprile 2013), volto a proteggere le donne dalle molestie sul posto di lavoro. Tuttavia, dopo l’introduzione, la legge non è mai stata messa in atto nel mondo reale, così come non ha funzionato l’istituzione obbligatoria in azienda degli Internal Complaints Committees (Icc), gruppi di ascolto aziendali dedicati ai casi di molestie. Le critiche più accese sono giunte proprio dalle lavoratrici indiane, convinte che i colloqui con gli Icc spesso si risolvano in un invito al silenzio, inibendo i tentativi di denuncia.  

Pur avendo sollevato un problema serio e diffuso, #MeTooIndia si è comunque fermato ad ambiti ristretti della società indiana: al mondo dello spettacolo, dell’industria, delle banche e delle università. Non è riuscito però a fare presa nell’India rurale, dove vive la maggior pare della popolazione. Parliamo di centinaia di milioni di persone, donne e uomini, lontani anni luce dalla Corte Suprema di New Delhi e da storiche decisioni quali la depenalizzazione dell’omosessualità, l’introduzione del Harassment of Women at Workplace Act o la recente abolizione del divieto di fruizioni del tempio di Sabarimala in Kerala per le donne in età mestruale, dai 10 ai 50 anni.

Il femminismo e i movimenti per i diritti delle donne faticano a raggiungere villaggi e città in cui i principi di libertà sanciti dalla Costituzione indiana sono utopia, dove il rispetto della morale e dei precetti religiosi prevalgono sulle leggi dello Stato o del governo centrale. Dove tribunali popolari, non regolari, hanno l’autorità di infliggere pene medievali sulla base di processi sommari, nell’impunità totale, come amputare tutte le dita delle mani a un uomo accusato di stregoneria, fatto accaduto venerdì scorso nel distretto di Birbhum in West Bengal.    

È in questo contesto che nasce e trova forza la contro-narrativa al #MeToo, per voce di organizzazioni per i diritti degli uomini che contrastano i movimenti femministi accusandoli di aver rovinato famiglie e di aver messo a rischio le vite di molti maschi, fomentando i casi di suicidio. È il caso di Vaastav, associazione con migliaia di seguaci che il sette ottobre ha inscenato una protesta sulle strade di Nashik, importante città religiosa e industriale del Maharashtra, conclusa con una puja (offerta rituale) al dio Ram e abluzioni rituali nelle acque del fiume Godavari. Da anni, Vaastav sfrutta i social media per condurre campagne denigratorie ai danni delle donne che trovano il coraggio di denunciare gli abusi subiti, facendo seguire i post con ashtag tipo #Femminism_is_Cancer.

L’azione di Vaastav è arrivata anche in politica, trovando una sponda in Udit Raj, esponente del Bjp, che ha aggiunto la propria voce al coro che denuncia la crescente vulnerabilità dei maschi indiani dovuta alla diffusione del femminismo in India. Va da sé che i sedicenti movimenti per la tutela dei diritti degli uomini non includono i maschi dalit o quelli marginalizzati, a migliaia uccisi o linciati, da altri maschi, ogni anno per supposti crimini di natura castale, primo tra tutti il matrimonio d’amore con donne di casta differente.  

Ancora una volta, come sottolineato da questa testata dopo la depenalizzazione del reato di omosessualità seguito all’abolizione della Sezione 377 del Codice Penale, la distanza tra chi prende le decisioni e chi deve implementarle resta abissale e pone molti quesiti sull’effettiva possibilità di rendere queste misure efficaci nell’India reale. In un contesto simile non solo i diritti delle donne e le rivendicazioni del movimento #MeToo non riusciranno ad attecchire ma la prospettiva di un rafforzamento dei diritti e del ruolo della donna in India rischia di sortire l’effetto contrario.

@EmaConfortin

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