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Miami, la nuova capitale dell'America Latina

L'America Latina è sempre sfuggita alle classiche definizioni. Si tratta, infatti, di un territorio -inteso dal punto di vista antropizzato – piuttosto complesso da inquadrare. Nel corso degli anni, si è inciampati spesso in scorciatoie mediatiche e luoghi comuni. Il più famoso è quello secondo cui l'America Latina sarebbe l'insieme dei paesi in cui si parla solo castigliano. Errore. Così com'è sbagliato considerare sinonimi i termini «sud-americano» e «latino-americano».

A noi piace pensare che l'America Latina sia un subcontinente culturale-politico ed economico in continuo movimento. Privo di confini geo-fisici e restrizioni linguistiche.

Non c'è, quindi, da stupirsi se quella che è considerata la «nuova capitale dell'America Latina» si trovi negli Stati Uniti, un paese quasi mai assimilato alle rappresentazioni latino-americane.

Ma qual è la città che è stata in grado di superare metropoli come São Paulo, Buenos Aires, Ciudad de México e Bogotá?

È Miami, la perla della Florida. Una città capace di unire i maggiori desideri dei facoltosi latinos: un'intensa vita urbana; un buono standard di sicurezza; bellezze naturali e possibilità di investimenti. Così la nuova ondata di stranieri, provenienti soprattutto dal Sud America, è riuscita a strappare l'egemonia culturale ed economica alla comunità cubana.

Lizette Alvarez, responsabile dell'ufficio del «The New York Times» a Miami, ha notato che si tratta nella maggior parte dei casi di «persone con un alto livello di istruzione, capaci di esercitare un ruolo chiave nella rivitalizzazione di aree depresse dalla recessione».

La presenza delle varie comunità latino-americane è legata a doppio filo agli scenari economici degli ultimi anni. Il boom economico di paesi come Brasile, Perù e Colombia ha creato una nuova classe media, desiderosa di trasferirsi in Florida.

Basta consultare i dati per rendersi conto della trasformazione della città: i colombiani sono la comunità più presente; il numero di venezuelani è cresciuto del 117% negli ultimi 10 anni; la Florida è il maggior seggio elettorale straniero fuori dal Brasile (22.294 iscritti), mentre più della metà dei residenti di Miami è di origine straniera. Circa 250.000 brasiliani vi risiedono stabilmente, mentre 755.000 turisti la visitano annualmente.

Ogni comunità è emigrata per ragioni differenti: l'alta borghesia venezuelana ha tirato fuori il passaporto all'indomani dell'elezione di Hugo Chávez nel 1998; gli argentini hanno deciso di mantenere una distanza di sicurezza dalle oscillazioni economiche interne; mentre i brasiliani si sono riversati negli investimenti immobiliari, sensibilmente meno cari di quelli locali.

Benché le situazioni d'arrivo siano differenti, è possibile delineare tre cicli d'immigrazione. Il primo risale alla metà degli anni Novanta, quando il flusso era prevalentemente turistico. Verso la fine degli anni Duemila, molti hanno deciso di acquistare una proprietà. Ora, invece, in tanti hanno deciso di traslocare definitivamente e aprire attività commerciali.

Il melting pot ha interessato anche lo scenario culturale statunitense. Secondo il «The Guardian», «Miami è la città più eccitante degli USA» e «a volte sembra seguire la formula di Londra: speculazione edilizia + arte contemporanea + boom di ristoranti + diversità culturale: città globale e dinamica», osserva l'architetto Rowan Moore in una pubblicazione recente. Gli immigrati sud-americani – scrive Lizette Alvarez sul NYT – «sono però indietro dal punto di vista politico rispetto ai cubani. Molti non votano e tantomeno si candidano». Ma, con ogni probabilità, questa sarà la prossima sfida dei ricchi latinos a stelle e strisce.

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