In fuga dal Corno d’Africa cercando alternative alla Libia

La regione si conferma un crocevia cruciale delle migrazioni. Ma con il blocco della Libia e la politica di espulsioni di Israele rimangono aperte solo la rotta verso il Golfo che passa dallo Yemen in guerra e quella per il Sudafrica. Piene di incognite e con scarse opportunità

Una migrante africana salvata dalla guardia costiera libica. REUTERS/Hani Amara
Una migrante africana salvata dalla guardia costiera libica. REUTERS/Hani Amara

Il Corno d’Africa si conferma uno dei più importanti crocevia per le migrazioni africane. In questo contesto l’Etiopia sembra qualcosa di simile a un centro logistico, punto di contatto tra chi sceglie di migrare o è costretto a farlo, e i trafficanti che di confine in confine alimentano una delle quattro rotte esistenti, ciascuna con diverse varianti regionali. Sulla base dei dati pubblicati dal Regional Mixed Migration Secretariat (Rmms), queste direttive si distinguono in Occidentale (via Sudan, Libia e Mediterraneo), Settentrionale (via Sudan, Egitto e Israele), Meridionale (via Kenya, Zimbabwe e Sudafrica) e Orientale (via Yemen, verso i Paesi del Golfo). A seguito del blocco delle partenze dalle coste libiche, e da quando Israele ha deciso di prevenire ulteriori arrivi dall’Egitto, le migrazioni in partenze dal Corno d’Africa sembrano destinate a riversarsi nei Paesi del Golfo, Yemen permettendo, e soprattutto in Sud Africa.

Basta prendere in mano una mappa per intuire come il Corno d’Africa sia destinato a produrre nuove ondate migratorie. Qui, infatti, si affacciano alcune delle più povere e instabili nazioni africane, sempre più colpite dagli effetti dei cambiamenti climatici. Il caso tipo riguarda la Somalia, dove, vent’anni di guerra hanno prodotto circa due milioni di profughi, un milione e mezzo dei quali interni, gli altri distribuiti tra Kenya, Etiopia e Yemen. A questo si sommano lunghi periodi di siccità e carestie, che secondo Unhcr hanno messo a rischio 6,2 milioni di individui, inclusi 944mila bambini. Al 31 dicembre 2017, aggiungendo ai profughi somali rimasti entro i confini del Paese, quelli distribuiti tra Gibuti, Etiopia, Kenya e Yemen, la proiezione del numero delle persone interessate sfiora i 3 milioni. 

Con queste premesse, è comprensibile che durante il 2017 il Corno d’Africa è stato punto di partenza o di passaggio per migliaia di migranti che, appoggiandosi ai trafficanti locali, hanno intrapreso i rispettivi esodi. Per quanto riguarda i volumi dei traffici, sin da prima del congelamento della situazione in Libia (Rotta Occidentale) e dell’annuncio della chiusura israeliana (Rotta Settentrionale), la via Orientale attraverso lo Yemen e da qui nei Paesi del Golfo e al Medio Oriente, è sempre stata la più seguita. C’è poi la quarta direttiva, rivolta al Sudafrica. A prescindere dall’itinerario percorso, secondo Rmms, il 73% dei migranti “smistati” sulla piazza etiope hanno fatto ricorso a qualche organizzazione criminale, esponendosi così a violenze, abusi, schiavitù temporanea, incarcerazioni, ricatti e uccisioni.

Passaggio a Nord e Ovest

Il più importante ridimensionamento dei traffici in partenza dal Corno d’Africa verso la Somalia (quindi in Libia) è avvenuto a luglio, con l’accordo sottoscritto tra Minniti e il premier del governo di accordo nazionale libico, Fayez al-Sarraj. Intesa che pur non avendo migliorato le condizioni sul campo per i migranti bloccati in Libia, ha comunque ridotto i passaggi sul Mediterraneo (-34,24%, fonte Viminale), al pari del numero delle vittime (3.081 nel 2017 vs 5.096 nel 2018; dati Unhcr).

Dopo il congelamento delle partenze verso il Sud Italia, a metà novembre 2017 il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu aveva annunciato l’introduzione di una strategia per incentivare i migranti a lasciare il Paese. Meno di due mesi più tardi, precisamente mercoledì 3 gennaio il piano è stato approvato durante una riunione di Gabinetto. L’obbiettivo – dichiarato da Netanyahu – è deportare 38mila «infiltrati», giunti in particolare da Eritrea e Somalia attraverso la rotta che via Sudan ed Egitto conduce in Israele. La proposta prevede di assegnare 3.500 dollari ai candidati che accetteranno di lasciare il Paese «in modo rispettoso, umano e legale» entro fine marzo, per fare ritorno nei loro Paesi di origine o rientrare nel – presunto – accordo di collaborazione definito con Ruanda e Uganda. L’alternativa sarebbe il carcere a tempo indeterminato. Quella annunciata da Netanyahu è una novità importante, volta a sigillare in modo netto i flussi migratori diretti a Tel Aviv, prima che i trafficanti attivi sulla Rotta Settentrionale si riorganizzino, magari cercando sfogo dalla Libia al Sinai.

Quindi, siccome nel Corno d’Africa permangono condizioni di instabilità, disoccupazione, carestie, siccità e persecuzioni, resta da capire dove andranno a finire i migranti? Escludendo Egitto e Libia, rimangono due opzioni.

Verso Città del Capo

La prima punta verso Città del Capo. Il Sudafrica è da sempre un Paese di destinazione per i migranti, soprattutto a livello regionale, con i confinanti Namibia, Botswana, Swaziland, Lesotho in cima alla lista degli arrivi, seguiti da etiopi e somali. Il 70% dei migranti presenti in Sudafrica nel 2015 (anno dell’ultimo censo) era composto da africani, in gran parte in cerca di occupazione nel settore minerario, o intenzionati a proseguire il viaggio verso gli Stati Uniti o l’Europa.

Chi giunge dal Corno d’Africa, in particolare da Somalia ed Etiopia, deve necessariamente appoggiarsi alle organizzazioni di trafficanti attive in Kenya, Malawi, Mozambico e Zimbabwe. L’esodo sotterraneo per il Sudafrica costa dai 2.500 ai 5mila dollari, cifra variabile a seconda dei Paesi attraversati, delle complessità sul campo e del numero di confini da superare. Gli arrivi su questa rotta sono diminuiti sensibilmente negli ultimi anni, tendenza giustificata da condizioni non più ideali. Raggiungere il Sudafrica è sempre più difficile a causa dei maggiori controlli alle frontiere. C’è poi la rigidità del mercato del lavoro, con minori opportunità di occupazione dovute in parte a quelli che Rmms definisce “attacchi afrofobici”, ovvero diffuse forme di intolleranza verso i migranti provenienti dal Corno d’Africa, e alla stretta del governo sui migranti illegali. Tutte condizioni dissuasive, almeno finché la via europea attraverso Libia e Mediterraneo era in funzione.

L’incognita Yemen

L’alternativa al Sudafrica potrebbe guardare ai Paesi del Golfo e al Medio Oriente. Tappa obbligata della cosiddetta Rotta Orientale è lo Yemen, dove, malgrado il conflitto interno e la profonda crisi umanitaria, nel 2016 è giunto il numero record di 117.107 migranti (365mila dal 2008 al 2016). Nel primo quadrimestre del 2017 altri 55mila migranti, soprattutto etiopi di etnia oromo (80%) e somali si sono riversati in Gibuti, e dalla costa di Obock hanno intrapreso la rischiosa traversata sul Mar Rosso o sul Mare Arabico, per poi proseguire appoggiandosi ai trafficanti yemeniti. Con questi numeri, la Rotta Orientale risulta la più seguita dai migranti del Corno d’Africa. Portata destinata a crescere per effetto della perdita di attrattiva da parte delle altre direttive migratorie, anche se il filtro imposto dal passaggio in terra yemenita costituisce un’incognita rilevante.

Così come lo Yemen è un punto di passaggio obbligato per chi intende raggiungere i Paesi del Golfo, l’intensificarsi del conflitto interno continua ad alimentare anche i flussi di ritorno, complicando ulteriormente il quadro regionale. A dicembre 2017, dalle coste yemenite sono giunti nella direzione opposta migliaia di rifugiati (yemeniti) e migranti di rientro (soprattutto etiopi) in fuga dalle violenze e dalla fame. A fine 2017 c’erano 190.352 rifugiati yemeniti distribuiti in Oman (51.000), Somalia (40.044), Arabia Saudita (39.880), Gibuti (37.428), Etiopia (14.602) e Sudan (7.398). Questi dati evidenziano il livello di criticità causato dal conflitto in Yemen, dove il numero dei profughi interni è stimato in 3 milioni. Ci sono poi 22,2 milioni di persone cui servono protezione e aiuto umanitario, incluse 11,3 milioni in condizioni di urgenza

Lo scenario del blocco della Rotta Orientale si è delineato a inizio novembre 2017, quando il governo saudita ha annunciato la stretta ai confini yemeniti, via terra e via mare, accusando i ribelli Houthi di un attacco missilistico a Riyad. Blocco che ha interessato anche i traffici di migranti verso i Paesi del Golfo, e magari sciolto gli indugi del premier israeliano che pochi giorni dopo ha presentando la propria stretta sui migranti (approvata la scorsa settimana). Inevitabili le ripercussioni, che in caso di chiusura della Rotta Orientale, interesserebbero direttamente il Corno d’Africa, costringendo decine di migliaia di persone in un contesto di profonda criticità, o comunque imponendo loro di forzare il passaggio attraverso la Somalia, o a Sud via Kenya verso il Sud Africa, opzione quest’ultima che, in luce di questa analisi, per molti potrebbe essere il minore dei mali. 

@EmaConfortin

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