Milizie cristiane e non solo

In Siria e in Iraq le piccole e grandi comunità si armano per difendere il loro territorio dall’avanzata di ISIS. Da dove arrivano armi e fondi, che ruolo avranno nel futuro della Regione?

HASAKA, Syria - Christian fighters of Sutoro (The Syriac Security Office) carry their weapons as they man a checkpoint in the town of Tel Tamr February 25, 2015. REUTERS/Rodi Said

 Solo pochi giorni fa Heither (i nomi di quest’articolo sono falsi per ragioni di sicurezza) era ad Aaliyat, in Siria a poche decine di chilometri da Homs. Anche se il viaggio diventa sempre più pericoloso continua a fare la spola tra i due paesi per cercare di tenere in vita la piccola impresa edile che ha messo in piedi in Libano. Nell’ultimo anno anche un'altra ragione lo spinge a viaggiare. “Qui a Beirut ho i contatti con le comunità siriaco cristiane di tutto il mondo che ci aiutano a finanziare la nostra milizia."

Aaliyat è un villaggio cristiano nel mirino dei jihadisti del Fronte al-Nusra che imperversano nella regione e per difenderlo i cittadini hanno preso le armi.

“Siamo un gruppo di novanta uomini, tutti cristiani di rito greco-cattolico, che difendiamo la nostra vita e le nostre case. Sono passati otto mesi da quando ci siamo armati, dopo essere stati minacciati dal Fronte al-Nusra e dal Free Syrian Army, che controllano i vicini villaggi sunniti. A Pasqua i miliziani di al-Nusra hanno perso un villaggio vicino per questo hanno provato a conquistare il nostro paese, ma dopo uno scontro a fuoco hanno cambiato idea”.

Secondo Heither, armi e munizioni alla milizia sono stati forniti dal governo di Bashar al-Assad. “Abbiamo un accordo con l’esercito: ci dà armi e permessi, e noi limitiamo la nostra azione al perimetro della nostra comunità”. Quattro posti di blocco sono stati installati nelle strade di accesso al villaggio e ogni sera gli uomini montano la guardia. Tra loro il sacerdote del paese, “il primo a muoversi – dice Heither - anche lui è armato, è molto impegnato in politica e credo abbia legami con Assad”.

Aaliyat non è l'unico villaggio siriano ad aver adottato misure di autodifesa. In molti centri abitati a maggioranza cristiana (siriaci, greco-cattolici e greco-ortodossi) della Siria in guerra sono nate milizie armate spontanee.

“La rivolta contro Assad, esplosa nel marzo del 2011, ha immediatamente assunto i connotati di uno scontro tra religioni ed etnie. In risposta il governo ha prontamente iniziato ad addestrare e armare le forze di autodifesa in diverse aree a maggioranza cristiana come Wadi al-Nasara, Qalamoun e Qamishli - dice Frederic Pichon, ricercatore presso l'Università di Tours - le milizie cristiane e quelle non cristiane hanno ricevuto sostegno non solo da Assad, ma anche dalle gerarchie ecclesiastiche di molte chiese”.

Le testimonianze della collaborazione tra governo e milizie arrivano anche dalla regione di Hassakeh, nel nord-est della Siria vicino all’Iraq e al confine turco, abitata da curdi, arabi e cristiani siriaci. “Il governo ci ha detto di stabilire l’area di operazione e loro ci avrebbero dato armi e munizioni – racconta al telefono Cesar – i nostri gruppi hanno impedito allo stato islamico di entrare nei villaggi”.

Alcune di queste formazioni hanno partecipato alla liberazione dei villaggi-santuario di Maalula e Saydnaya, nel Qalamun verso il confine libanese. “Il nostro obiettivo – dice ancora Cesar - è la difesa del popolo siriano e fare in modo che tutti possano rimanere nella terra dei loro antenati, la terra siriana. Difendiamo ogni figlio della Siria, cristiani, curdi e arabi”.

Come in Siria anche in Iraq i cristiani cercano di organizzarsi per l’autodifesa. Lo scorso anno ISIS ha conquistato la più grande città cristiana dell’Iraq, Qaraqosh, costringendo decine di migliaia di abitanti alla fuga. Poi anche le città cristiane di Tal Kayf, Bartella e Karamlesh sono cadute nelle mani dei miliziani. Si stima che oltre 100.000 cristiani sono scappati dalla regione del Kurdistan iracheno. A Mosul i cristiani sono obbligati a convertirsi all’islam o a pagare la jizya (la tassa per i non musulmani), oppure a lasciare la città per non essere uccisi.

La rapida e violenta avanzata dell’ISIS la scorsa estate ha costretto circa 30.000 cristiani a fuggire dalla Piana di Ninive. Per molti media locali oggi la ‘Ninive Protection Unit’ può contare una forza di almeno 1.500 volontari a guardia dei villaggi assiri nel nord dell’Iraq, mentre altri 3.500 sono in addestramento. Qui è attiva anche una formazione composta esclusivamente da assiri, la ‘Brigata Dwekh Nawsha’.

John Michael, un britannico assiro che vive in Iraq, ha dichiarato al Catholic Herald “Questa è la nostra ultima resistenza, se noi falliamo il cristianesimo sarà finito in Iraq”.

Sul campo le milizie non si stanno limitando a difendere i villaggi. Le scorse settimane in Siria una forza armata composta da combattenti curdi e cristiani assiri è riuscita a liberare da ISIS diversi villaggi lungo il fiume Khabur. Nello stesso periodo lo Stato Islamico alzava la sua bandiera nera sulle rovine di Palmyra in Siria e a Ramadi in Iraq.

Una cosa accomuna i gruppi jihadisti e i loro avversari, per tutti il grosso dei finanziamenti arriva dall’estero. Fronte al-Nusra e ISIS ricevono donazioni importanti dalle ricche famiglie dei Paesi del Golfo, Qatar e Arabia Saudita in testa. Le milizie cristiane, invece, ricevono soldi dalle comunità della loro diaspora che, soprattutto in Svezia, Germania, Svizzera, Australia e Stati Uniti, sono impegnati in attività di raccolta fondi. “Non è facile far arrivare i soldi dentro la Siria, ma ci riusciamo – dice ancora Heither – alcune formazioni si fanno vedere molto sui social network, so che in Iraq quelli delle ‘Brigate Sotoro’ usano anche Pay Pal per raccogliere soldi”.

Le milizie su base religiosa ed etnica non sono un’esclusiva dei cristiani. Le prime a scendere in campo per tentare di arrestare l’avanzata del Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi sono state le ‘Unità di protezione del popolo curdo’ e i peshmerga. Ci sono poi gli sciiti di Hezbollah e le milizie di Muqtada al-Sadrn schierate a difesa di Bagdad.

Nella tragedia che da anni sta sconvolgendo il cuore del Medio Oriente si assiste a una vera e propria parcellizzazione del conflitto. Tutte queste forze armate irregolari non sembrano interessate a costruire un fronte unico contro un nemico comune. Si limitano alla difesa della loro comunità e a guadagnare peso politico e territorio nella prospettiva di una pace che, quando arriverà, probabilmente ridisegnerà i confini degli stati e le aree di presenza delle comunità. Si registrano già diverse operazioni di pulizia su base etnica e religiosa in alcune aree controllate dalle milizie e non mancano testimonianze di violenze efferate contro la popolazione o contro i prigionieri.

La partecipazione curda al conflitto è, da questo punto di vista, la più significativa. Le recenti dichiarazioni del Presidente Turco Erdoğan “impediremo in tutti i modi e con tutte le forze la nascita di un nuovo stato ai nostri confini”, la dice lunga sul futuro di instabilità che si prospetta per l’intera Regione.

@MauroPompili

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