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Missili e gas fanno salire la tensione tra Israele e Libano

Israele prepara un intervento per fermare la presunta produzione di armi iraniane in Libano. E attacca Beirut per aver rilasciato al consorzio Total-Eni-Novatek le prime licenze su un giacimento conteso. Hezbollah è pronto a fronteggiare «la minaccia ai nostri diritti su gas e petrolio»

Il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah REUTERS

Beirut - Una minaccia, un tentativo di intesa e un confine conteso: Israele guarda a Nord, aumentando sensibilmente la pressione su Beirut. Domenica 28 gennaio il portavoce dell’esercito israeliano, il generale Ronen Manelis, ha diffuso via stampa un avvertimento riguardo alle fabbriche di missili dell’Iran in Libano. Lunedì 29 il premier Netanyahu incontrando il presidente russo Putin lo ha avvisato di una possibile operazione militare nel Paese dei cedri. Infine, mercoledì 31 gennaio il ministro della Difesa Avigdor Lieberman, durante la conferenza sulla sicurezza ospitata dall'Istituto dell'Università di Tel Aviv, ha ribadito con durezza la posizione di Israele sulla questione dei confini marittimi.

 «Le grandi compagnie energetiche internazionali che hanno fatto un’offerta per le attività offshore nel bacino del Levante stanno commettendo un grave errore», il commento durante la conferenza stampa del membro dell’esecutivo israeliano e fondatore del partito di destra Yisrael Beiteinu. «Pubblicare una gara d’appalto su un giacimento di gas che comprende il blocco 9, all’interno del nostro territorio, è una sfida e una condotta provocatoria».

 A Beirut, 220 km a Nord dalla conferenza di Tel Aviv, le parole di Lieberman sono riuscite a ricompattare un panorama politico recentemente sconvolto dallo scontro tra lo sciita Nabih Berri, presidente del Parlamento, e il cristiano maronita Gebran Bassil, ministro degli Esteri. Hezbollah, in risposta al commento, si è impegnato a fronteggiare ogni minaccia «ai diritti del petrolio e del gas» del Paese. «Confermiamo ancora una volta la nostra ferma ed onesta posizione per affrontare in modo decisivo ogni assalto ai nostri diritti sul petrolio e sul gas e proteggere la ricchezza del Libano», la posizione del movimento politico e militare sciita espressa in una dichiarazione rilasciata nella giornata di mercoledì.

Anche altri attori politici libanesi hanno reagito ai commenti del ministro della Difesa israeliano. «Le parole di Lieberman sul Blocco 9 sono una minaccia per il Libano e il diritto alla sovranità sulle sue acque territoriali», ha scritto il presidente Micheal Aoun sul suo account Twitter ufficiale. «Negli ultimi giorni i funzionari israeliani hanno deliberatamente inviato messaggi minacciosi in Libano», la dichiarazione ufficiale del Premier Saad Hariri. Mentre Gebran Bassil ha dichiarato di aver evidenziato il caso con le Nazioni Unite due settimane fa, quando ha inviato una lettera che afferma il diritto del Paese a difendere i propri interessi economici.

Facendo un passo indietro, alle radici della questione, nel dicembre 2017 si sono palesati tre sviluppi interessanti e interconnessi che avranno un impatto duraturo sul piccolo Paese levantino. Il governo di Beirut ha avviato il processo di esplorazione energetica, come scritto da eastwest.eu , fissato le elezioni parlamentari per il prossimo maggio e, stando a quanto affermato da Joe Macaron, analista politico presso l’Arab Center di Washington, sulle colonne di Al Monitor, ha incontrato rappresentanti del governo israeliano durante una riunione sponsorizzata dalle Nazioni Unite per discutere la questione della delimitazione del confine marittimo.

Dopo anni di tensioni e ritardi, nel gennaio 2017 il governo libanese ha concordato, una formula per dividere i blocchi offshore di petrolio e gas lungo la costa su base politica, geografica e settaria. Il consorzio formato da Total, Eni e Novatek si è aggiudicato ufficialmente il primo round di licenze. 

L’offerta franco-italo-russa tocca solo due soli blocchi, inclusa l’area 9 nel Libano meridionale e vicina alla Zona Economica Esclusiva di Israele. Ed è proprio questo blocco ad essere oggetto della discordia, rientrando in quell’area di 860 km quadrati contesa tra i due Paesi.

In una visione a lungo periodo, visto che la data più certa per l’inizio delle esplorazioni è il 2019, mentre quella per la trivellazione 2021/22, il regolare flusso di produzione del petrolio e del gas può essere garantito solo da due fattori: la tutela dell'accordo interno tra i leader libanesi e il mantenimento delle attuali regole di ingaggio tra Hezbollah e Israele.

Molto diversa è la questione della minaccia iraniana, che già questa estate aveva motivato una grande esercitazione militare israeliana nel Golan. L’incontro di Netanyahu e Putin a Mosca di lunedì è stato valutato da alcuni esperti come propedeutico ad un possibile conflitto con Hezbollah. «Israele vede due sviluppi con la massima gravità», ha dichiarato il premier israeliano: «Gli sforzi dell'Iran per stabilire una presenza militare in Siria e il tentativo dell'Iran di produrre missili di precisione in Libano. Ho detto chiaramente al Presidente Putin che non saremo d'accordo con nessuno di questi sviluppi e agiremo secondo le necessità ».

Anche l’esercito conferma la valutazione del capo del governo. «Il Libano è stato trasformato, con le sue azioni e le omissioni della comunità internazionale, in una grande fabbrica di missili», avverte il Generale Manelis, che conclude: «Non è più un trasferimento di armi, fondi o consulenze. L'Iran è qui e il nostro esercito è pronto ad affrontare qualsiasi scenario».

Denunce rimandate al mittente. Non è la prima volta che funzionari o ministri israeliani accusano Hezbollah, e il Libano indirettamente, di essere un luogo di produzione militare iraniana. Ad ora però le prove mostrate non sono mai state in grado di confermare le accuse. Nel giugno del 2017 l’esercito israeliano ha rilasciato tramite Twitter una mappa delle postazioni missilistiche Hezbollah nel Sud del Paese. Un documento che si però poi rivelato falso.

A sud, al confine tra Libano e Israele, la situazione rimane calma, nonostante la tensione diplomatica. Potrebbero essere gli stessi interessi economici legati ai ricchi giacimenti petroliferi e di gas a riavvicinare al tavolo delle consultazioni le due delegazioni. Il tutto magari propiziato dagli stessi due Paesi, Francia e Italia, che hanno un ruolo attivo sia nell’Unifil sia nel consorzio vincitore delle esplorazioni.

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