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Dall'Argentina al Brasile, il potere non può più aggrapparsi al pallone

L’Argentina cancella l’amichevole con Israele, ed espone la fragilità di Macri. In Brasile,  la Nazionale prende le distanze da Temer. E per alcuni tifosi, la maglietta è diventata simbolo dei golpisti. Questa volta la coppa del mondo non salverà il potere in crisi

Lionel Messi. La Bombonera, Buenos Aires, Argentina. 29 maggio 2018 REUTERS / Agustin Marcarian
Lionel Messi. La Bombonera, Buenos Aires, Argentina. 29 maggio 2018 REUTERS / Agustin Marcarian

Le vittorie “dittatoriali” del 1970 e del 1978 sono lontane per Brasile e Argentina ma, a una manciata di giorni dai Mondiali in Russia, politica e calcio tornano a intrecciarsi stranamente nell’attualità sudamericana. Da una parte, la rinuncia della Selección all’amichevole con Israele ha innescato interrogativi sulla solidità del governo Macri sulla scena internazionale; dall’altra, l’impopolare esecutivo di Temer prova ad aggrapparsi al treno di una Seleção favorita per la vittoria ma sempre più diffidente nei confronti del Presidente.

L’Argentina avrebbe dovuto giocare il 9 giugno a Gerusalemme ma, dopo una serie di minacce da parte di organizzazioni palestinesi, i giocatori hanno rinunciato al match. Il motivo del contendere è stato Leo Messi. Gli israeliani lo avrebbero gradito al Muro del Pianto, mentre i palestinesi hanno annunciato che ne avrebbero bruciato la maglia se avesse partecipato all’amichevole pre-Mondiale.

«Fonti ben informate hanno confermato che sono stati i giocatori a spingere per la cancellazione dell'amichevole a Gerusalemme. Più che per una questione di sicurezza legata alle minacce rivolte a Messi e compagni, il rifiuto dei giocatori è figlio della volontà di non esporsi a facili critiche e situazioni scomode alla luce della ripercussione mediatica che ha avuto la protesta della comunità palestinese», spiega a eastwest.eu Adriano Seu, giornalista de La Gazzetta dello Sport, esperto di calcio argentino e già corrispondente da Buenos Aires. 

È così saltato un accordo di almeno 2 milioni di dollari fra il gruppo Comtec, la società Torneos e l’Afa (Asociación del Fútbol Argentino).

«Mauricio, ti chiedo d’intervenire per non far sospendere la partita. Se non vogliono venire a Gerusalemme possiamo cercare una sede alternativa come Haifa», avrebbe detto il premier Benjamin Netanyahu al presidente argentino, secondo la ricostruzione accertata da La Nación. «Non ci posso fare nulla. I giocatori hanno deciso di mostrare solidarietà a Messi per le minacce ricevute», avrebbe risposto Macri.

Il gruppo Comtec, lo stesso che ha organizzato le discusse tappe israeliane del Giro d’Italia, aveva espressamente richiesto che Messi, Agüero e Di María giocassero almeno 60 minuti. Si è dunque ripetuto il copione del Giro: gli israeliani vorrebbero usare lo sport per esibire Gerusalemme come nuova capitale d’Israele ma i palestinesi si oppongono all’evento per non legittimarne lo status.

Solo 9 paesi al Mondo riconoscono Gerusalemme come capitale d’Israele. In 128 hanno votato contro la risoluzione del dicembre 2017. L’Argentina si è astenuta. Il governo Macri, stretto fra il caos economico e un’improvvisa crisi diplomatica, è stato fragile nel risolvere la questione.

«Più che fragilità, direi da una parte disinteresse e, dall'altra, soprattutto una questione di priorità. In questo momento Macri ha il suo bel daffare con una crisi economica che rischia di portare nuovamente l'Argentina al default e la questione israeliana non è di certo in cima all'agenda politica». 

Il pallone gira alla larga dalla politica anche in Brasile, dove Tite, il tecnico della nazionale, ha già annunciato che non andrà a Brasilia dal Presidente nemmeno in caso di vittoria. L’hexa, la possibile sesta Coppa del Mondo, farebbe molto comodo a un Temer in affanno con lo sciopero dei camionisti e una impopolarità senza precedenti. Secondo l’ultimo sondaggio Ibope, solo il 5% dei brasiliani giudica buono il governo Temer e crescono le possibilità che non termini il suo mandato.

«I brasiliani erano molto più attaccati alla Nazionale, oggi sono differenti. C’è meno aspettativa da parte dei tifosi e, secondo me, è una conseguenza della crisi politica ed economica. Un’eventuale vittoria non aiuterebbe Temer ma lenirebbe il dolore dei cittadini per la perdita del potere d’acquisto», spiega Felipe Zboril, giornalista brasiliano dell’Agência Radioweb e già corrispondente in Italia per Sport Tv, il canale sportivo dell’emittente Globo. «È impopolare, è accusato di corruzione e ci sono molti dubbi sul suo governo: nessuno vuole avere a che fare con il Presidente. Solo lo circondano coloro che hanno bisogno di favori. È per questo che la Seleção cerca di starne alla larga. Il Brasile è sempre stato un Paese di panem et circenses. Finché il calcio va bene, tutto va bene. Se avessimo vinto i Mondiali nel 2014, tanti scandali di corruzione non sarebbero venuti a galla. Ma quest’anno non sarà così».

C’è infine una parte di brasiliani che sembra aver perso il gusto nell’indossare la maglietta verde-oro. È stata il simbolo delle manifestazioni pro-impeachment e alcuni militanti di sinistra non si sentono più rappresentati da un simbolo sportivo ormai divenuto politico. «Non è più possibile indossare la maglietta della nazionale: è diventata l’emblema di una manovra di massa dei golpisti», ha accusato lo scrittore Marcelo Rubens Paiva, come riportato nel servizio di copertina della rivista Epoca dedicato all’argomento. C’è poco entusiasmo e paura che la polarizzazione sociale si accentui. «Andrà tutto storto?», s’interroga il settimanale. 

@AlfredoSpalla

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