Tra i profughi che lasciano la città liberata ci sono i familiari dei jihadisti. Donne e bambini dal futuro incerto malvisti dalla popolazione locale confinati in piccoli campi. Luoghi dove saranno sottoposti a programmi di rieducazione. 

Una vecchia donna in fuga dallo Stato Islamico tiene in braccio un bambino a Mosul. REUTERS/Alaa Al-Marjani
Una vecchia donna in fuga dallo Stato Islamico tiene in braccio un bambino a Mosul. REUTERS/Alaa Al-Marjani

Cosa sarà delle donne e dei bambini mogli e figli dei jihadisti dell’ISIS, ora che lo Stato Islamico sembra dissolversi? La questione si pone in modo drammatico e urgente dopo la liberazione di Mosul e, la probabile, prossima caduta di Raqqa, le due città più importanti conquistate dal Califfato.


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“Mosul è stata per tre anni sotto il dominio di ISIS, in questo lungo periodo molte donne, anche contro la loro volontà, hanno sposato i jihadisti e da questi matrimoni sono nati tanti bambini.” Ha parlare è Ramzy Khassan, che lavora per un’associazione umanitaria in un piccolo campo profughi che, alle porte di Mosul, ospita queste donne e questi bambini.

Grazie a lui raccogliamo alcune storie delle ospiti del campo.

“Tutti i nostri uomini sono stati uccisi.” Ha raccontato Umm Hanyai, una donna di 42 anni che è arrivata nel campo una settimana fa con quello che restava della sua famiglia. “Vivevamo nel quartiere di Midan (nella parte orientale della città, l’ultima a cadere ndr), siamo arrivati qua in 21, solo donne e bambini. Mio marito combatteva con ISIS ed è stato ferito nella battaglia per il centro storico. Quando siamo fuggiti non eravamo in grado di portarlo con noi. Ho scelto di cercare di salvare i miei figli e di abbandonare Omar al suo destino, Spero che Dio mi perdonerà per questo.”

Una delle figlie di Umm Hanyai aveva solo 14 anni quando il padre l’ha costretta a sposare un combattente jihadista. Ora ha 15 anni ed è in attesa del suo primo figlio, mentre il marito è morto due mesi fa.

Per gli abitanti di Mosul, che hanno vissuto nel terrore e nella violenza per tre anni, i parenti dei jihadisti non hanno più un posto nella loro comunità.

In città circolano volantini minacciosi che li invitano ad andarsene e già diverse abitazioni sono state prese di mira dal lancio di granate.

“La vendetta non risolverà nulla – sostiene Ramzy Khassan - queste famiglie, soprattutto i bambini, devono essere sottoposte a programmi di rieducazione per essere reintegrati nella società.”

A Mosul un recente decreto delle autorità locali ordina il trasferimento dei jihadisti e delle loro famiglie in alcuni campi della regione, dove dovranno seguire programmi di riabilitazione ideologica, ma diverse associazioni per i diritti umani temono che questi programmi possano avere effetti profondamente negativi sui più giovani.

“Se li emarginiamo, invece di reintegrarli nella nazione, finiranno a ingrossare le file del terrorismo.” Ha dichiarato un esponente delle autorità locali.

Hanadi non ha notizie di suo marito da un mese. “Sicuramente è morto” Ha detto, senza mostrare nessuna emozione. Racconta che, quando iniziò a collaborare con ISIS, aveva minacciato di lasciarlo. “Non l’ho fatto per il bene dei nostri figli. Abdallah era un ingegnere civile e un uomo molto pio. Per questo aveva deciso di servire il Califfato. Poi aveva capito che ISIS non c’entrava nulla con la religione, ma era troppo tardi per tornare indietro e ora la sua scelta ci ha rovinato.”

Nessun membro della famiglia di Umm Youssef apparteneva a ISIS, ma il sospetto a Mosul è onnipresente. Anche lei non ha notizie del marito da quando con i bambini è fuggita da Midan la scorsa settimana. "Mio marito è stato portato in ospedale dopo essere stato identificato e interrogato come fosse un jihadista. Chi ha liberato Mosul ci accusa di essere tutti dell’ISIS, ma non è vero. Qui ci siamo solo donne e bambini, non possiamo pagare per gli altri.”

@MauroPompili

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