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Myanmar: Aung San Suu Kyi e il voto del cambiamento

Il giorno dello storico voto in Myanmar dell’otto novembre è iniziato con lunghe file prima ancora del sorgere del sole. Poche ore dopo, nel mercato di Tar Mwe, in Yangon, le verdure e il pollo nelle ceste si compravano con un dito macchiato d’inchiostro indelebile.

Manifestazione del NLD di Suu Kyi in chiusura di campagna elettorale a Thuwanna Pagoda. Photo Credits: Pierce Lin

 “Per noi è un giorno importante, vogliamo vedere un cambiamento,” è la frase che, parola per parola, viene ripetuta di bocca in bocca dalla giovane studentessa Hte Hte, dal taxista 50enne Win Thant, dal 40enne commerciante U Soe Naung.

Dopo 50 anni di dittatura militare e un governo di transizione semicivile, il Paese di 51 milioni di abitanti più povero dell’area economica Asean è andato ad elezioni descritte come le più aperte e libere degli ultimi 25 anni. In mancanza di sondaggi, le manifestazioni tenute prima della chiusura della campagna elettorale nel grande campo di fronte all’oro di Thuwanna Pagoda, a est della città più popolosa del Myanmar, sembravano contenere già una risposta ovvia sul nome del vincitore. 

Decine di migliaia le persone accorse a vedere la leader del partito di opposizione NLD e Premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi una settimana prima del voto e quasi impossibile obbedire all’ordine di sedersi a gambe incrociate, quando una voce da dietro fa notare che “la democrazia è anche disciplina e bisogna sedersi ordinati.” Nelle strade vicino al campo della manifestazione, il traffico intasato per chilometri, gli altoparlanti a tutto volume e il numero di bandiere della National League for Democracy su ogni camioncino, taxi e auto  lasciavano pochi dubbi sulla popolarità della Lady.

Con in sottofondo urla di incitamento per ‘Madre Suu’ e un rap che è il meglio della musica birmana, Nay Lin spiega perché: “Suu Kyi è la madre che può cambiare le cose.”

Un torrido spazio vuoto si apriva invece in mezzo allo stesso campo cinque giorni dopo, alla manifestazione del partito appoggiato dai militari e attualmente al governo, l’Union Solidarity Development Party. E alla domanda sul perché fosse lì a supportare il partito e il presidente Thein Sein, una donna rispondeva con naturalezza: “Io vivo dall’altra parte del fiume, ci sono venuti a prendere stamattina e ci hanno dato le magliette verdi.”

Una forzatura sufficiente a dire che le jeux son fait, si potrebbe concludere.

Eppure, il giorno dopo le elezioni e nonostante la folla festante di fronte al quartiere generale della National League, per Suu Kyi l’esito non è così scontato, né la presa sul prossimo governo garantita.

Soprattutto visto che le sue ambizioni puntano in alto, come ha espresso aprendo le porte della casa di famiglia dove ha passato i 15 anni agli arresti domiciliari che le sono valsi lo statuto di mito internazionale: “Se vinco, sarò al di sopra del presidente,” ha detto ai giornalisti qualche giorno prima delle elezioni. Chi vota per il partito, vedrà me come capo del Paese, è il messaggio da far arrivare al suo elettorato, nonostante la Costituzione voluta dai militari le impedisca di diventare presidente in quanto vedova e madre di cittadini stranieri britannici.

“Vogliamo lei perché è la Signora della gente e vogliamo democrazia” dice urlando nel frastuono dei festeggiamenti il 38enne Myo Thiha.

Ma se nelle grandi città come Yangon o Mandalay l’esito favorevole per la National League è all’apparenza lampante e la sua popolarità si avvicini alla santità nelle zone a maggioranza etnica Bamar, questa cala drasticamente nelle aree dove i partiti etnici sono visti come favoriti.

Le incognite sono esacerbate dal 25% dei seggi che la Costituzione garantisce ai militari. In questo contesto, la percentuale di cui Suu Kyi ha bisogno per condurre i giochi in Parlamento dovrà essere alta. Nel sistema presidenziale birmano per governare il Paese non serve però una maggioranza assoluta, ma una percentuale sufficiente a scegliere il presidente nel complesso sistema di voto a due turni: “Con il 40% dei voti, la National League for Democracy può farcela senza concedere troppo,” spiega Richard Horsey, un analista indipendente.

La preoccupazione di tensioni è latente, ma in pochi credono nella possibilità di una replica degli eventi del 1990, quando la vittoria a valanga del NLD venne ignorata dai militari e Suu Kyi consegnata agli arresti domiciliari. Lo stesso USDP ha dichiarato che accetterà il risultato del voto.

Anche in presenza di una vittoria netta del NLD però, il dialogo con i militari rimarrebbe obbligatorio per garantire la governabilità, visto che, oltre ad un quarto dei seggi, sono in controllo di tre ministeri con più peso, fra cui quello degli Interni.

La stessa Suu Kyi insiste sul fatto che si tratti di una transizione democratica solo parziale e ha continuamente incitato i suoi durante la campagna elettorale a non perdere l’occasione del voto anche per l’alto rischio di brogli: “Se i numeri saranno davvero sospetti, allora ci dovremmo fare sentire”, ha affermato determinata nel suo giardino di fronte al lago invaso dalle telecamere.

Più che le frodi volontarie, a preoccupare molti è stata la scarsa familiarità con i meccanismi legati al voto, dall’utilizzo dei software da parte dei funzionari alla capacità dei cittadini di capire come si voti. Alla fine, però, le operazioni si sono svolte senza grossi intoppi e in una atmosfera di calma collaborazione con l’ausilio di un centinaio di osservatori internazionali.

E se si può parlare solo di democratizzazione parziale, gli analisti ricordano come i militari non siano necessariamente contro ogni processo di riforma: “Sono loro ad averle iniziate,” sottolinea Horsey.

Il punto è che la prima fase di normalizzazione, inclusa la liberazione dei prigionieri e l’apertura alla libertà di stampa è la più facile da attuare. Quando si arriva ai cambiamenti istituzionali, invece, il processo diventa estremamente più lento.

Ancora di più sotto la spinta del nazionalismo crescente promosso da movimenti radicali buddisti come Ma Ba Tha, che rendono il processo di unificazione nazionale più complesso ed esasperano le contrapposizioni religiose. Non a caso la questione della minoranza musulmana Rohingya in Myanmar è una costante nelle domande che vengono rivolte a Suu Kyi: “Faremo rispettare la legge per chiunque,” dichiara lei. “Ma non bisogna ingrandire i problemi del Paese.”

Di fatto in aree del Paese come lo Stato costiero Rakhine, dove si concentra la minoranza musulmana, i Rohingya sono esclusi dal voto e l’NLD non ha incluso rappresentanti musulmani nelle sue liste, intaccando pesantemente la reputazione del Nobel per la Pace a livello internazionale.

Mentre la città si fa più silenziosa e dai taxi spariscono gli adesivi e le bandiere che per settimane hanno inneggiato soprattutto al partito di opposizione, i musulmani di Yangon non sembrano però serbare rancore per La Lady, come viene chiamata Suu Kyi: “Ho votato per lei perché è giusta e non mente,” spiega Nandar, minuta Rohingya con il tradizionale tanaka sul volto e un account Facebook con la bandiera dell’NLD.

E fra coloro che l’hanno attesa di fronte a Thuwanna Pagoda Hla Win Aung ripete ancora una volta: “Vogliamo democrazia.” Ma di cosa si tratti, non ne è certo: “Non lo so, quando sono nato c’erano i militari e conosco solo quello.”

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