Non solo i Rohingya, Myanmar rilancia la guerra ai Karen e ai Kachin

Nel mirino del potente esercito birmano non ci sono solo i Rohingya. Pesanti attacchi sono in corso nell’est del Paese contro le popolazioni Karen e Kachin, che da anni chiedono l’autonomia. Quella dei Karen è considerata la guerra di liberazione più lunga del mondo

Volontari dell'esercito di liberazione Karen durante un pattugliamento. Photo credits Fabio Polese
Volontari dell'esercito di liberazione Karen durante un pattugliamento. Photo credits Fabio Polese

Nella ex Birmania, ribattezzata Myanmar dalla giunta militare nel 1989, continuano le violenze. Gli attacchi del Tatmadaw, il potente esercito governativo, non si verificano solo contro i Rohingya - la minoranza musulmana considerata dalle Nazioni Unite l’etnia più perseguitata al mondo -, ma anche contro le popolazioni Karen e Kachin, che abitano nell'est del Paese e che da anni richiedono l'autonomia da Rangoon.

Pesanti attacchi delle truppe birmane sono in atto nel nord dello Stato Karen. Gli scontri sono iniziati il quattro marzo, quando un migliaio di soldati governativi hanno invaso il distretto di Mutraw, con l'obiettivo di finire la costruzione di una strada militare. Le violenze hanno costretto più di duemila abitanti dei villaggi a cercare rifugio tra le montagne. Il cinque aprile scorso Saw O Moo, 42 anni, uno dei leader del Karen Environmental and Social Action Network (Kesan), organizzazione che si batte per la salvaguardia del territorio e per i diritti degli indigeni, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco da un'imboscata del Tatmadaw mentre stava fornendo assistenza agli sfollati.

Trattative di pace in stallo

L'esercito di liberazione Karen (Knla), che nel territorio di Mutraw è controllato dalla 5° Brigata del comandante Baw Kyaw, soprannominato “la Tigre”, sostiene che l'esercito birmano stia usando il progetto della costruzione della strada per favorire ancora di più la propria espansione nello Stato Karen. Cosa che in realtà è già avvenuta negli ultimi anni. Subito dopo la firma nel 2015 di un cessate il fuoco a livello nazionale (Nca) tra il governo, la Karen National Union (Knu) - l'ala politica del Knla - e altri sei gruppi armati etnici, infatti, i militari governativi non hanno fatto altro che costruire nuovi avamposti e rifornire di armi e mezzi quelli già esistenti.

Le trattative di pace, invece, avrebbero dovuto prevedere negoziati politici. Nei giorni scorsi la Knu, in una lettera inviata al governo guidato dal premio Nobel Aung San Suu Kyi, ha chiesto l'immediato ritiro delle truppe di occupazione birmane, in modo da garantire la sicurezza degli sfollati interni e proseguire la contrattazione. Per ora, però, l'appello è stato ignorato e le violenze stanno continuando.

Un conflitto lunghissimo

I Karen combattono la guerra di liberazione più lunga al mondo. Dal 1949, un anno dopo l’indipendenza dall’impero britannico, imbracciano le armi per richiedere la propria autonomia e la salvaguardia delle proprie tradizioni. Lo fanno a ragion veduta: Aung San, il presidente del Paese di allora e padre del leader del National League for Democracy (Nld) Suu Kyi, aveva concordato con i capi delle più grandi etnie che vivono nel Paese, attraverso il Trattato di Planglong, la possibilità di scegliere il proprio destino politico e sociale.

Ma dopo l’uccisione di Aung San il potere è passato al generale Ne Win e alla sua sanguinosa dittatura militare, che ha annullato l’accordo e ha iniziato sistematiche violenze.

Nello Stato Kachin oltre centomila sfollati

Più a nord dello Stato Karen, al confine con la Cina, gli scontri tra l'esercito governativo e il Kachin Independence Army (Kia) sono ancora più violenti. Il Tatmadaw ha lanciato una potente offensiva nei giorni scorsi contro il quartier generale del gruppo etnico armato a Laiza, la capitale dello Stato Kachin.

Le truppe birmane stanno bombardando via terra, ma anche con il supporto di aerei militari ed elicotteri da combattimento MI 35. Il conflitto è rincominciato nel giugno del 2011, dopo diciassette anni di cessate il fuoco, quando i leader Kachin si sono rifiutati di abbandonare una postazione considerata strategica, vicino a dove doveva essere realizzata la diga Myitsone, sul fiume Irrawaddy.

Il progetto, promosso in collaborazione tra il governo birmano e quello cinese, è stato sospeso, ma non annullato, proprio alla fine del 2011. Fino ad ora si contano più di centomila sfollati interni e numerose vittime civili.

@fabio_polese

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