Myanmar: i negoziati per il cessate il fuoco sono in crisi... di nuovo

Il processo per raggiungere un accordo di cessate il fuoco nazionale in Myanmar, Paese tormentato dalla più lunga guerra civile nel mondo, è un po' come Lazzaro: muore e risorge.

REUTERS/Soe Zeya Tun

L'ultimo 'decesso' si è verificato mercoledì scorso nella città thailandese di Chiang Mai, dove i capi di 19 movimenti etnici in conflitto con il governo centrale sono stati chiamati a decidere se accettare o meno l'ultima versione dell'accordo. Dieci dei gruppi presenti, incluse alcune delle maggiori milizie etniche del Paese, si sono tirati indietro di fronte all'intransigenza delle autorità nel non permettere a tre organizzazioni attualmente molto attive sul piano militare - l'Arakan Army (Aa), il Ta'ang National Liberation Army (Tnla) e il Myanmar National Democratic Alliance Army (Mndaa) – di partecipare alla firma del cessate il fuoco. 

È stato un colpo duro ai piani delle autorità, che contano sull'accordo per farsi belli agli occhi della comunità internazionale e vincere voti alle elezioni in programma per novembre. Per chi crede che il cessate il fuoco sarebbe stato un passo verso la pace – e molti non ci credono affatto - è stata una pessima notizia che ha allontanato il giorno in cui il Paese vedrà la fine di una guerra civile scoppiata nel lontano 1948.

Alla base di questo conflitto è la divisione del potere all'interno del Paese. Le forze armate, che dal 1962 al 2011 hanno governato direttamente e che oggi mantengono una forte influenza sulle autorità civili, preferiscono un modello di Stato centralizzato che accentri il potere politico nelle mani del governo. I ribelli vorrebbero invece un sistema federale che garantisca alle minoranze un certo grado di autonomia e la possibilità di sfruttare le risorse naturali presenti nei loro territori.

Una soluzione non è mai stata trovata, ma nel 2011 la situazione sembrava sul punto di cambiare grazie all'insediamento di un'amministrazione civile guidata dall'ex generale Thein Sein. Da allora il governo ha fatto di tutto per convincere le milizie etniche e la comunità internazionale di volere la pace, prima firmando una serie di intese bilaterali di cessate il fuoco con varie organizzazioni ribelli e quindi proponendo un processo di cessate il fuoco nazionale che avrebbe dovuto aprire la strada a eventuali riforme politiche.

Da allora le trattative sono andate avanti con vari colpi di scena. A marzo il cessate il fuoco sembrava cosa fatta, a giugno era dato per spacciato e ad agosto era ridiventato una certezza. Solo un problema rimaneva irrisolto, quello delle tre milizie escluse. Ed è su questo punto che la conferenza di mercoledì è naufragata.

Secondo il governo, l'Arakan Army,il Ta'ang National Liberation Army e il Myanmar National Democratic Alliance Army vanno esclusi perché stanno ancora combattendo contro l'esercito (nonostante a giugno di quest'anno l'Mndaa, il principale dei tre, abbia indetto un cessate il fuoco unilaterale e ci siano stati scontri anche con altre milizie). Ai movimenti etnici un accordo non completo sembra invece sia contraddittorio che pericoloso. Contraddittorio perché non è chiaro come un cessate il fuoco nazionale possa escludere alcuni dei movimenti più attivi sul piano militare. Pericoloso perché le milizie etniche temono che dietro alla politica del 'qualcuno si, qualcuno no' si nasconda la vecchia tattica del divide et impera.

È infatti opinione diffusa che le forze armate abbiano spesso approfittato delle intese bilaterali raggiunte in passato per incrementare la propria presenza nei territori etnici e fomentare divisioni in seno al nemico.

Né gli accordi bilaterali sono sempre stati rispettati. Nel 2009 le forze armate hanno posto fine a un'intesa firmata nel 1989 con i ribelli Kokang, attaccando le loro posizioni nel nord est del Paese e spingendoli a fuggire in territorio cinese. L'Mndaa, la milizia dei Kokang che al momento è esclusa dal processo di pace, ha lanciato una controffensiva a febbraio di quest'anno, scatenando così alcuni dei maggiori scontri degli ultimi anni.

Una situazione simile si è ripetuta nel 2011, quando l'esercito ha rotto un accordo che durava dal 1994 attaccando il Kachin Independence Army (Kia), uno dei maggiori eserciti ribelli che opera nell'estremo nord del Myanmar. Intensi scontri sono continuati fino al 2013 e in forma meno massiccia anche quest'anno, con con gravi conseguenze anche per i civili. Sembra ci siano almeno 92000 sfollati nel solo Stato dei Kachin e, secondo Moon Nay Li, segretario generale della Kachin Women Association Thailand, un'organizzazione che aiuta chi ha perso tutto, “l'esercito non ha attaccato solo il Kia, anche alcuni villaggi sono stati attaccati. Alcune persone sono morte e altre sono state deportate. Alcune donne sono state stuprate.”

Queste offensive sono avvenute parallelamente ai negoziati per il cessate il fuoco nazionale, creando una situazione paradossale e logorando ulteriormente la fiducia nel governo centrale: mentre le autorità dicevano di volere la pace, i battaglioni dell'esercito prendevano infatti parte ai più cruenti scontri dagli Anni Ottanta a oggi.

Resta da vedere cosa succederà da qui a novembre. Una prima possibilità è che l'intesa non venga siglata o che venga firmata solo da alcuni gruppi – ma in questo caso l'intera idea di un cessate il fuoco nazionale andrebbe a monte. Oppure si potrebbe verificare una marcia indietro del governo (cosa che le autorità hanno però categoricamente escluso). Viste le contorsioni e i colpi di scena ai quali abbiamo assistito negli ultimi mesi, tutto pare possibile e nulla certo.

@Mick887

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