L'impossibile ritorno a casa dei Rohingya

L’esodo non si è fermato, malgrado l’accordo tra Myanmar e Bangladesh. Perché la pulizia etnica continua, denuncia l’Onu. E Amnesty lancia un nuovo allarme: l'esercito espropria e militarizza i terreni dei Rohingya, costruendo basi dove ha commesso crimini contro l’umanità

Una bambina rohingya in un campo profughi in Bangladesh. REUTERS/Marko Djurica
Una bambina rohingya in un campo profughi in Bangladesh. REUTERS/Marko Djurica

New Delhi - I villaggi dello Stato Rakhine dati alle fiamme e rasi al suolo dall’esercito regolare birmano negli ultimi mesi stanno lasciando spazio a basi militari e strade, in una militarizzazione del territorio che, da gennaio, procede a un passo “preoccupante”. Questa la sintesi dell’ultimo rapporto di Amnesty International  dedicato al territorio di provenienza della minoranza etnica Rohingya, prevalentemente musulmana, costretta ad abbandonare i propri terreni e villaggi per fuggire dalle persecuzioni operate dai militari birmani negli ultimi anni.

L’esodo dei Rohingya, riversatisi in massa tra il subcontinente indiano e il sudest asiatico e in particolare nel limitrofo Bangladesh, continua inesorabile nonostante l’accordo siglato nel mese di gennaio tra Dhaka e Naypyidaw per il rimpatrio delle centinaia di migliaia di profughi ammassati nei campi nei pressi di Cox’s Bazar, Bangladesh sudorientale. Ed è proprio basandosi sui resoconti degli ultimi Rohingya in fuga, incrociati con recenti foto satellitari, che Amnesty lancia l’ennesimo allarme alla comunità internazionale.

Durante la conferenza stampa di presentazione dell’ultimo rapporto sullo Stato Rakhine, la Crisi Response Director di Amnesty International, Tirana Hassan, ha dichiarato: «Ciò che osserviamo nello Stato Rakhine è un esproprio terriero da parte dei militari di dimensioni drammatiche. Nuove basi militari vengono erette per ospitare le stesse forze di sicurezza responsabili di crimini contro l’umanità contro i Rohingya. Tutto ciò rende la prospettiva di un ritorno a casa volontario, sicuro e dignitoso dei Rohingya ancora più distante».

Myint Khine, funzionario governativo del Rakhine, ha spiegato ad Al Jazeera  che non si tratta di "esproprio terriero a fini militari": «Abbiamo usato i bulldozer per costruire strade e palazzi... non per l’esercito».

Secondo i dettagli dell’accordo bilaterale per il rimpatrio dei rifugiati Rohingya in Bangladesh, la minoranza etnica dovrebbe trovare rifugio in appositi “campi di accoglienza” eretti nello Stato Rakhine, in attesa di poter rientrare o nelle proprie case o in nuove strutture fisse realizzate ad hoc. A un ritmo di 1500 profughi a settimana, stando a quanto previsto dai governi bangladeshi e birmano, gli oltre 700mila Rohingya al momento ammassati a pochi chilometri dal confine birmano saranno riammessi nello Stato Rakhine entro due anni.

Il piano “umanitario” stilato dall’esecutivo birmano, del quale non si vede ancora l’ombra di una qualsivoglia applicazione concreta, appare diametralmente opposto alla realtà sul campo, con l’esercito birmano impegnato in azioni dimostrative volte a dissuadere i Rohingya dal rimpatrio “volontario”. Pochi giorni dopo l’ufficializzazione dell’accordo per il rimpatrio, riportava la stampa bangladeshi, l’esercito birmano ha dispiegato un “enorme contingente militare” proprio a ridosso del confine, in quella no man’s land dove alcune migliaia di Rohingya avevano trovato rifugio. I soldati birmani, secondo quanto riportato dal quotidiano bangladeshi Daily Star, hanno esploso colpi di arma da fuoco in aria e intimato ai rifugiati di “evacuare la no man’s land”, tecnicamente territorio del Bangladesh.

Spaventati dalle minacce dei militari, i Rohingya hanno preferito ritirarsi nel vicino campo di Kutupalong.

Lo scorso 6 marzo, durante una visita di quattro giorni ai campi profughi Rohingya in Bangladesh, l’assistente segretario generale per i diritti umani delle Nazioni Unite, Andrew Gilmour, ha dichiarato che che «La pulizia etnica dei Rohingya dal Myanmar sta continuando: non credo possiamo trarre altra conclusione di fronte a quanto ho visto e sentito a Cox’s Bazar».

Secondo Gilmour, riportando le testimonianze degli ultimi rifugiati arrivati in Bangladesh, «La natura della violenza [dell’esercito birmano] è cambiata: dalla frenesia sanguinaria e dagli stupri di massa dell’anno scorso siamo passati a una campagna a bassa intensità fatta di terrore e fame forzata».

Per Gilmour il rimpatrio “sicuro, dignitoso e sostenibile” dei Rohingya nello Stato Rakhine è al momento “inconcepibile”. «Il governo birmano è impegnato a raccontare al mondo di essere pronto ad accogliere i rifugiati Rohingya mentre, allo stesso tempo, le forze di sicurezza birmane continuano a spingerli verso il Bangladesh».

@majunteo

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