Il governo di Myanmar lancia un’operazione mediatica sul ritorno di una famiglia di Rohingya. Ma per altre 700 mila persone rifugiate in Bangladesh il rimpatrio è lontano. Il regime non vuole riconoscere loro né la cittadinanza né il diritto alle terre espropriate

Un uomo cammina nel campo rifugiati di Kutupalong in Bangladesh. REUTERS/Andrew RC Marshall
Un uomo cammina nel campo rifugiati di Kutupalong in Bangladesh. REUTERS/Andrew RC Marshall

Sabato 14 aprile il governo del Myanmar ha annunciato di aver rimpatriato una famiglia di rifugiati Rohingya, dando l’impressione di aver iniziato le tanto attese procedure di rimpatrio degli oltre 700mila rifugiati stipati nei campi d’accoglienza nei pressi di Cox’s Bazar, Bangladesh.


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Nelle foto scattate presso il receiving center di Taung Pyo, nel Rakhine settentrionale, si vedono cinque persone – padre, madre, due figlie e un figlio – di fronte ai funzionari in divisa dell’immigrazione birmana intenti a controllare i documenti dei rifugiati. I cinque, di cui mai viene menzionato il nome, nel documento del governo birmano sono descritti come "musulmani" di ritorno dalla cittadina di Taungpyoletwei.

A ciascun membro della famiglia, spiega Afp, è stata assegnata una “National Verification Card”: un documento d’identità temporaneo che non certifica la cittadinanza birmana dei rifugiati riaccolti, in linea col rifiuto di considerare i Rohingya cittadini birmani in vigore nel Paese a maggioranza buddista dal 1982.

Le autorità del Bangladesh, con una dichiarazione rilasciata ad Afp dal commissario per i rifugiati bangladeshi Mohammad Abul Kalam, hanno subito preso le distanze dall’operazione mediatica messa in piedi dall’esecutivo birmano: i cinque rifugiati ritratti nelle foto, ha spiegato Kalam, «non sono sotto la nostra giurisdizione, perciò non possiamo confermare se ci siano altre persone che intendono fare ritorno in Myanmar».

Significa che, nonostante l’esercizio di pubbliche relazioni di Naypyidaw, il piano di rimpatrio concordato da Bangladesh e Myanmar nel dicembre scorso è da considerarsi tuttora congelato, nonostante le autorità di Dhaka abbiano già consegnato al governo birmano una lista preliminare di 8000 rifugiati pronti a iniziare le procedure di rimpatrio.

Escluse le autorità del Bangladesh, che da anni ospitano sul proprio territorio il campo rifugiati più grande del mondo per far fronte al flusso migratorio dei Rohingya in fuga dalle violenze dell’esercito birmano, tutte le altre parti in causa sembrano non avere la minima intenzione di avallare o mettere in atto un piano di rientro dei rifugiati che continua a esistere solo sulle carte della burocrazia internazionale.

Il Myanmar sta facendo ostruzione lamentando falle nel sistema di verifica dell’identità dei rifugiati mentre, nello Stato di Rakhine, costruisce basi e infrastrutture militari sulle terre espropriate ai Rohingya.

Gli stessi rifugiati dei campi di Cox’s Bazar, fuggiti da pogrom condotti dall’esercito regolare birmano descritti dalle agenzie internazionali per i diritti umani, dall’Onu e dagli Stati Uniti come pulizia etnica, hanno accettato di rientrare in Myanmar a patto che vengano rispettate alcune condizioni imprescindibili, tra cui il rilascio della cittadinanza birmana e il ritorno alle proprie terre: due punti sui quali il governo birmano non sembra disposto a trattare.

La scorsa settimana, durante una visita al campo profughi di Cox’s Bazar, il ministro birmano per il social welfare Win Myat Aye ha incontrato 40 rifugiati Rohingya, di cui almeno 8 vittime di violenza sessuale. Tra i toni accesi dell’incontro, riporta Associated Press, il ministro ha spiegato che i rifugiati che intendano rientrare in Myanmar dovranno firmare un documento in cui certificano il proprio status di «migranti provenienti dal Bangladesh», di fatto rinunciando alla possibilità di ottenere la cittadinanza di un Paese dove i Rohingya risiedono da generazioni.

Per le Nazioni Unite, infine, le condizioni sul campo in Myanmar continuano a non essere adatte al rimpatrio dei centinaia di migliaia di Rohingya rifugiati in Bangladesh. In un memorandum siglato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Unhcr) e dal Bangladesh venerdì 13 aprile si specifica che il processo di rimpatrio dovrà essere «sicuro, volontario e dignitoso, in linea con gli standard internazionali».

Condizioni che al momento, per Unhcr, continuano a mancare: «La responsabilità di creare queste condizioni rimane delle autorità del Myanmar, e dovranno andare oltre la preparazioni di infrastrutture fisiche per la facilitazione dell’aspetto logistico» si legge nello stralcio del comunicato riportato da Associated Press.

Appena una settimana prima l’assistente al segretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, Ursula Mueller, aveva visitato uno dei rifugi temporanei nello Stato Rakhine dove vivono migliaia di Rohingya fuggiti dalle violenze sei anni fa. In un video di appena un minuto pubblicato sul suo profilo Twitter, Mueller mostra le condizioni terribili del campo: i rifugiati vivono ammassati in baracche di legno e lamiera senza libertà di movimento, nessun accesso a infrastrutture sanitarie o scolastiche, mancanza perenne di cibo.

«La resilienza [dei rifugiati] è impressionante, ma dopo sei anni tali condizioni vanno oltre la dignità di ogni popolo» spiega Mueller. «L’unico desiderio qui è fare ritorno nelle proprie case».

@majunteo

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