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Namibia, il porto di sabbia della ex colonia tedesca

Oltre 2000 tonnellate, motori a vapore, prua verticale, due alberi e un fumaiolo: bastano pochi elementi per capire che stiamo parlando di un piroscafo, nave che per oltre mezzo secolo (dalla fine dell'Ottocento alla Seconda Guerra Mondiale) è stata sinonimo di velocità, modernità nonché mezzo indispensabile per collegare continenti sino a pochi anni prima separati da rotte solcate per mesi dai grandi velieri. E proprio verso uno degli ultimi stati della costa atlantica africana naviga l'Eduard Bohlen di Amburgo, nave varata nel 1891 e naufragata sulle coste della Namibia nel 1909.

Photo credit cnn.com
Photo credit cnn.com

Il relitto del vecchio postale è ancora lì, ma non a centinaia di metri di profondità, poiché per scorgerlo è sufficiente sorvolarlo con un piccolo aereo o raggiungerlo in jeep.

Il numero delle navi affondate nel tratto di mare di fronte alle dune del Namib è imprecisato ma alcuni battelli, anziché colare a picco, si sono “fermati” sulla battigia o, col tempo, sono finiti a metri e metri di distanza dal mare, tanto da far guadagnare a quel tratto di costa il soprannome di Skeleton Coast.

Fenomeno naturale 

Le tribù Saan si riferiscono alla Costa degli Scheletri come alla “terra che Dio ha fatto con rabbia”, mentre i navigatori portoghesi preferivano “i cancelli dell'Inferno”. Nomignoli e folklore a parte, nella Regione del Kunene accade qualcosa di singolare: il deserto (31 mila kmq) incontra l'acqua dell'Oceano e le sue sabbie, spinte dal vento, si depositano sul fondale creando banchi non indicati dalle mappe. Poi, c'è la nebbia generata dalla Corrente del Benguela, che rende la navigazione pericolosa e che facilita l'incagliamento. E la nebbia avvolge anche il Bohlen che, per la scarsa visibilità, si incaglia per poi essere trascinato a riva dalle dune. Sì, avete capito bene, non dalla marea ma dalla terra che, accumulandosi, ha strappato il piroscafo alle onde.

Dominio tedesco 

Ma perché così sotto costa? Verrebbe da pensare che il battello stesse navigando a vista, prima di incappare nel banco nebbioso. Solo un'ipotesi certo, ma che potrebbe trovare riscontro nel fatto che, nel 1908, la Namibia è da 24 anni sotto il dominio della corona guglielmina: nel 1882, infatti, il mercante di Amburgo Adolf Lüderitzun acquista una porzione di territorio da un sovrano locale, operazione commerciale simile a quella condotta dalla Società di Navigazione Rubattino nel 1869, che termina con l'acquisto della Baia di Assab nel Corno d'Africa, primo step dell'avventura coloniale italiana dopo l'Unità.

Nel 1884, temendo il rischio di un'occupazione britannica delle sue terre, Lüderitzun pone i possedimenti namibici sotto il controllo della Germania; il Cancelliere Otto von Bismarck li dichiara parte della Deutsch-Südwestafrika (Africa sud occidentale tedesca), colonia delimitata dall'Isola dei Pinguini e dal possedimento inglese di Walvis Bay.

Terra ricca 

I coloni tedeschi accolgono positivamente la conquista della regione sud-occidentale dell'Africa, poiché questa è ricca di appezzamenti di terreno per agricoltura e allevamento, nonché di giacimenti minerari (nel 1908 si scoprono le miniere di diamanti); meno felici sono le popolazioni Herrero e Naima: confisca delle terre e lavoro servile spingono i locali ad ingaggiare guerra con la potenza tedesca. La reazione degli europei è particolarmente dura: benché inferiori in numero, le Schutztruppen del generale Lothar von Trotha sono meglio armate e piegano un nemico che, alle perdite sul campo, aggiunge la durissima detenzione nei campi di internamento (ad es. Shark Island), nonché repressioni che causano elevatissime percentuali di morte. Solo molti anni dopo si parlerà di genocidio (il primo del XX Secolo), oggi riconosciuto dalla Comunità Internazionale.

Eredità ed economia 

Non più tedesca dal 1915, cioé da quando gli inglesi rovesciano, con facilità, le poche guarnigioni presenti, la Namibia conserva molto del suo breve, ma intenso periodo coloniale: Windhoek, capitale dello Stato, situata nella centrale regione del Khomas fu conquistata e ampliata nel 1884, per poi essere dichiarata capitale dell'Africa Occidentale Tedesca con il nome di Windhuk. Nel corso dei decenni, dunque, Windhoek ha mantenuto una centralità amministrativa, nonché elementi di architettura e di storia, come il monumento alle Schutztruppen impegnate nella guerra agli Herrero.

La Namibia è, inoltre, divisa in 13 regioni una delle quali, Caprivi, prende il nome dal cancelliere succeduto a Otto von Bismarck; più a ovest, il centro costiero di Lüderitz ricorda, dal nome, il già citato commerciante di Amburgo; Swakopmund, invece, testimonia la posizione della città sulla foce del fiume omonimo. Dettagli che, loro malgrado, restano scarne indicazioni turistiche se non inquadrati in una diversa analisi su quanto e come l'eredità germanica incida ancora sulle sorti di uno stato che, malgrado l'essere poco popolato, non riesca a far fronte ad una forte disoccupazione interna. Hanno i diamanti, il ferro, il tungsteno ma, valori di mercato a parte, il reddito pro capite è di circa 3000 dollari, molto se rapportato ad altri popoli del Continente Nero, molto poco se raffrontato con quello dell'Occidente industrializzato

Come in Egitto (il cui PIL si avvicina ai valori namibici), il turismo rappresenta un investimento importante, nel quale la natura e i trascorsi storici del paese giocano un ruolo fondamentale: le caratteristiche fisiche (la Skeleton Coast, oltre alle navi insabbiate, conserva un'immensa riserva faunistica) in concerto con le infrastrutture del passato coloniale (ville e fortini sono oggi resort per gli occidentali) garantiscono al visitatore le emozioni dell'Africa più profonda, unitamente a comfort e a comodità di livello elevato ma accessibili, “grazie” ad un costo della vita e della manodopera decisamente bassi. Capitali esteri che, come in terra egiziana, favoriscono un articolato sistema ricettivo ma che, al pari dell'Egitto, riescono ad essere incisivi solo su una parte della vita economica dell'ex Deutsch-Südwestafrika, malgrado la densità demografica si limiti ad appena 2 milioni di persone. In pratica, una metropoli occidentale.

E il Bohlen? Se ne sta ancora lì, forse per poco tempo prima di sparire definitivamente sotto i banchi sabbiosi, insieme a scafi incagliatisi nella Seconda Guerra Mondiale e nei decenni successivi. Un deserto immenso, affascinante e nel contempo temibile per il suo carattere selvaggio e per l'essere uno dei più ancestrali sulla faccia della terra, capace di resistere alla penetrazione dell'uomo, come dimostra Kolmanskop, villaggio minerario tedesco intatto perché “divorato” e conservato dalle dune.

@marco_petrelli 

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