È iniziato a New York il processo a El Chapo Guzmán, per anni a capo del cartello di Sinaloa. Trasformato in un'icona pop come Escobar, se si decidesse a parlare potrebbe essere una fonte cruciale di informazioni. Anche se lo scettro di re dei narcos ormai è passato a El Mencho

Il tribunale di New York pattugliato durante un'udienza per il processo a El Chapo. REUTERS/Brendan McDermid
Il tribunale di New York pattugliato durante un'udienza per il processo a El Chapo. REUTERS/Brendan McDermid

Lunedì 5 novembre è iniziato il processo a Joaquín Guzmán Loera, meglio conosciuto come El Chapo, il narcotrafficante messicano che ha guidato per anni il Cartello di Sinaloa, una delle organizzazioni criminali più potenti al mondo. Era stato arrestato – per la terza volta – in Messico l’8 gennaio 2016, dopo essere platealmente evaso da un carcere di massima sicurezza sei mesi prima, e successivamente estradato negli Stati Uniti il 19 gennaio 2017. Il processo si terrà infatti presso la corte federale del distretto di Brooklyn, a New York.


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Sette diverse corti americane accusano El Chapo, 61 anni, di essere il capo del Cartello di Sinaloa e di aver trafficato droghe negli Stati Uniti per 14 miliardi di dollari, contribuendo alle diverse epidemie di consumo e di morte per overdose. Lui però si dichiara innocente e dice di non avere intenzione di collaborare con la giustizia: è un atteggiamento inusuale, perché di solito i criminali messicani accettano di cooperare con le autorità americane in cambio di qualche ammorbidimento della pena.

Guzmán è detenuto presso il Metropolitan Correctional Center, una prigione di massima sicurezza a Manhattan, sotto strettissima sorveglianza: ogni volta che viene spostato dalla struttura il ponte di Brooklyn deve essere chiuso al traffico, ad esempio, mentre il regime di isolamento a cui è sottoposto sarebbe così duro – gli è negato praticamente tutto – da avere aggravato le sue condizioni di salute, secondo gli avvocati difensori.

Nei i tribunali americani sono passati molti narcotrafficanti di alto profilo, ma mai nessuno dal profilo così alto come El Chapo. È stata una delle poche persone ad essere dichiarata “Nemico pubblico numero uno” degli Stati Uniti, e il primo dopo Al Capone ad aver ricevuto questo titolo dalla Commissione sul crimine di Chicago. Il dipartimento americano del Tesoro lo considerava “il narcotrafficante più potente al mondo”, mentre la rivista Forbes lo ha inserito per anni nella classifica dei miliardari. Le origini di Joaquín Guzmán sono invece umilissime: è nato a La Tuna, un piccolo villaggio tra le montagne dello Stato di Sinaloa, da una famiglia povera e numerosa, e a quindici anni ha iniziato a coltivare marijuana e papavero da oppio, una sorte piuttosto comune ancora oggi tra i contadini che vivono nelle regioni meno ricche del Messico. Il soprannome che lo accompagnerà per tutta la vita, El Chapo, significa “Tappo”, perché basso e tarchiato.

Nonostante fosse un criminale piuttosto sanguinario, responsabile di numerosi omicidi e torture, in alcune parti del Messico, specialmente nel Sinaloa, El Chapo è considerato un eroe popolare, una specie di Robin Hood che utilizzava i profitti del narcotraffico per costruire strade e per aiutare i poveri. Come Pablo Escobar, nel resto del mondo El Chapo è diventato un’icona pop: Sean Penn lo ha quasi celebrato in un controverso reportage per Rolling Stone, Netflix ha prodotto una serie tv su di lui che è già arrivata alla terza stagione, e la sua fama potrebbe aumentare ancora con i possibili sviluppi di Narcos: Mexico. Nel municipio di Badiraguato, che comprende il villaggio nativo di Guzmán, si sta già sviluppando una forma di turismo simile a quella che si è creata a Medellín, in Colombia, attorno alla figura di Escobar.

Prima dell’estradizione El Chapo era una figura estremamente potente in Messico. Qualora decidesse di collaborare con la giustizia americana potrebbe perciò rilasciare informazioni preziosissime per Washington: il narcotraffico è infatti una delle maggiori preoccupazioni degli Stati Uniti, oltre che il motivo principale del loro interesse per l’America latina. El Chapo potrebbe rivelare il nome dei protettori del Cartello di Sinaloa tra le forze dell’ordine e tra la classe politica messicana, oppure fornire dettagli su Ismael El Mayo Zambada, l’altro fondatore dell’organizzazione rimasto sempre nell’ombra.

Contro Joaquín Guzmán gli Stati Uniti hanno preparato una lunga sfilza di potenziali testimoni. Ci sono i gemelli Flores, due trafficanti di Chicago che in passato hanno lavorato con lui ma che dal 2008 hanno cominciato a spiarlo sotto copertura per il governo americano; il loro padre è stato assassinato in un probabile atto di vendetta. C’è il figlio di El Mayo, Vicente Zambada, estradato dal Messico nel 2010 e dal 2013 collaboratore di giustizia. E soprattutto c’è l’ex-braccio destro, Dámaso López detto El Licenciado (“Il laureato”), considerato il testimone chiave del processo.

Dámaso López era il vicedirettore del carcere di Puente Grande fino a pochi mesi prima dell’evasione di Guzmán dalla struttura, nel 2001: è stato proprio grazie all’alleanza con López se i sei anni a Puente Grande si sono rivelati quelli più decisivi per la carriera criminale di El Chapo. Dámaso López è poi entrato a tutti gli effetti nel Cartello di Sinaloa e con il tempo ha cominciato a ricoprire ruoli sempre più importanti, tanto che gli esperti lo descrivevano come il successore di Guzmán. Dopo l’ultimo arresto di El Chapo, nel 2016, López ha cercato di ottenere il controllo esclusivo sull’organizzazione e ha dato inizio ad una sanguinosa guerra contro El Mayo e i due figli di El Chapo.

Questa guerra intestina – che ha ridotto non poco l’influenza del Cartello di Sinaloa in Messico, a vantaggio del Cartello di Jalisco Nuova Generazione – si è conclusa con la vittoria della fazione fedele ai fratelli Guzmán. Dámaso López è stato arrestato a maggio 2017 a Città del Messico ed estradato negli Stati Uniti lo scorso luglio; a settembre si è dichiarato colpevole di narcotraffico. Sempre negli Stati Uniti è rinchiuso anche il figlio di López, che nel luglio 2017 si è consegnato spontaneamente alle autorità americane.

La giuria selezionata per il processo resterà anonima per evitare minacce e ritorsioni e verrà protetta da una scorta. L’avvocato difensore di Guzmán si è opposto, sostenendo che queste misure potrebbero dare l’impressione che l’imputato sia una persona pericolosa. Protocolli speciali di sicurezza sono invece assolutamente necessari: due anni fa un giudice federale messicano che si era occupato dell’estradizione di El Chapo è stato assassinato davanti casa sua, in pieno giorno.

Per l’intelligence americana El Chapo, fonte insuperabile di informazioni, è però già il passato. Di recente la Dea, l’agenzia antidroga, ha aggiunto suo figlio Jesús Alfredo Guzmán nella lista dei dieci criminali più ricercati. Ma il nuovo, vero nemico pubblico n° 1 è Nemesio Oseguera, El Mencho, l’oscuro capo del Cartello di Jalisco Nuova Generazione, attualmente l’organizzazione criminale più potente in Messico. Su di lui gli Stati Uniti hanno messo una taglia di dieci milioni di dollari.

@marcodellaguzzo

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