La neutralità armata dei Paesi non allineati

I soldati irlandesi sono presenti in Libano, quelli armeni dal Kosovo all’Iraq. Anche la Serbia, erede del non allineamento titino, schiera le sue truppe in un numero sempre maggiore di teatri operativi. Ma che rilevanza strategica e geopolitica hanno queste missioni militari?  

I paracadutisti si lanciano con un arcobaleno sullo sfondo durante un addestramento militare congiunto di esercito serbo ed esercito russo. REUTERS / Marko Djurica
I paracadutisti si lanciano con un arcobaleno sullo sfondo durante un addestramento militare congiunto di esercito serbo ed esercito russo. REUTERS / Marko Djurica

Le guerre seguite alla caduta del Muro e alla dissoluzione dell’Unione Sovietica hanno assistito ad una grande partecipazione internazionale, sia della Nato sia dell’Onu, che coinvolge, dai tempi della Corea, nazioni diverse per operazioni di mantenimento della pace in aree di crisi e in contesti post bellici particolarmente roventi.

E’ il caso della Serbia che, malgrado la volontà più volte espressa di aderire all’Unione Europea e nonostante le buone relazioni intessute con la Nato, ha “interesse a preservare la sua posizione di neutralità militare”, come ricordato dal presidente Aleksander Vucic in occasione di Winter 2017, esercitazione congiunta fra esercito serbo e statunitense.

Erede di quel “non allineamento” che aveva caratterizzato la politica estera della Jugoslavia titina, Belgrado non rinuncia però a giocare un ruolo, cooperando con altri Paesi sotto l'egida delle Nazioni Unite e, nel caso del Corno d’Africa, dell’Ue. Nel 2003, ad appena 4 anni dalla fine della guerra, il parlamento serbo ha infatti approvato l’invio di personale sanitario della Vojska Srbije (Forze armate della Serbia) in Congo, per poi schierare truppe in un numero sempre maggiore di teatri operativi quali Atalanta (la missione anti-pirateria nel Golfo di Aden), Liberia, Cipro e Libano.

Ad At Tiri, sud del Libano, opera un altro contingente extra-Nato, quello dell’an tArm cioè le forze di difesa della Repubblica d’Irlanda. Con 7 mila uomini ripartiti fra marina, aeronautica ed esercito, l’an tArm è da circa mezzo secolo impiegato in missioni Onu. In Congo nel 1961 la “A company” è protagonista dell’assedio di Jadotville, nel quale soldati dell’Unoc sono attaccati da milizie katanghesi e da mercenari europei. In tempi più recenti, compagnie della Military Police hanno servito in Bosnia (1995) e in Kosovo dove, ad oggi, un piccolo contingente è ancora schierato a Pristina con la Missione Kfor, nell’ambito di una partnership con l’Alleanza Atlantica. Tuttavia, l’impegno maggiore sostenuto da Dublino è con Eufor (Military operations of the European Union), articolato complesso di operazioni dell’Ue nell’Africa orientale e sub-sahariana, in Medio Oriente e in Europa orientale.

Scenari diversi che negli ultimi decenni hanno assistito ad un crescente coinvolgimento di nazioni nate dai processi di decolonizzazione e dallo scioglimento dell’Unione Sovietica. Come la Repubblica d’Armenia forte (si fa per dire) di 45 mila militari vale a dire meno della metà dell’organico complessivo della nostra Polizia di Stato (99 mila uomini). Dunque, un comparto difesa piuttosto esiguo, equipaggiato con armamento ex Patto di Varsavia che, suo malgrado, non impedisce al personale armeno di essere presente nei maggiori teatri mondiali, dal Kosovo all’Afghanistan passando per l’Irak dove l’esercito di Erevan è arrivato nel 2004. Considerata la forza complessiva non si deve pensare a qualche migliaio di soldati, ma a poche decine con compiti legati alla logistica e alla sicurezza.

Verrebbe da domandarsi: ma quale, reale incisività possono avere contingenti di poche decine di elementi? A livello strategico nessuna, sotto il profilo delle relazioni internazionali invece il coinvolgimento è importante poiché serve ai “non allineati” ad uscire da un isolamento geografico o politico, permettendo loro di mettersi in gioco in situazioni difficili e mostrando così potenzialità ed interesse a giocare un ruolo sullo scacchiere geopolitico. Inoltre, le opportunità di partnership consentono di aggiornare procedure, addestramento e qualità degli armamenti, facilitando anche un avvicinamento alla NATO e all’Unione Europea queste ultime certamente interessate ad estendere la loro influenza, specie in quelle aree un tempo parte dell’ex impero sovietico.

@marco_petrelli

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