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L'autunno del compagno Ortega, dittatore dello Stato libero del Nicaragua

Ha svuotato la democrazia, costruendo un sistema di potere retto da un patto con la Chiesa e la grande impresa. Ma dopo i durissimi scontri nelle piazze, il Nicaragua è sull'orlo dell'esplosione. E per reprimerlo l’ex guerrigliero Daniel Ortega ormai si ispira al dittatore che rovesciò

Uno studente rifugiano all'interno di un edificio universitario mostra una maglietta con la scritta “Che si arrenda tua madre” durante le proteste contro la violenza della polizia e il governo del presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, a Managua, Nicaragua il 25 aprile 2018. REUTERS / Jose Cabezas
Uno studente rifugiano all'interno di un edificio universitario mostra una maglietta con la scritta “Che si arrenda tua madre” durante le proteste contro la violenza della polizia e il governo del presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, a Managua, Nicaragua il 25 aprile 2018. REUTERS / Jose Cabezas

Spesso sono stati paragonati a Nicolae ed Elena Ceausescu. Ma loro, Daniel Ortega e Rosario Murillo, marito e moglie, oltre che presidente e vice, hanno sempre fatto buon viso, sorridendoci su. Mai invece avrebbero pensato di finire accomunati a Anastasio Somoza, il dittatore che proprio loro assieme ai giovani guerriglieri sandinisti avevano rovesciato in quella che è stata la rivoluzione più hippy degli anni '70.

Ora in Nicaragua non si parla d'altro: nel suo ultimo intervento televisivo “Ortega ha usato le stesse parole con cui Somoza giustificò la sanguinosa repressione contro l'insurrezione sandinista” ha scritto La Prensa, il più importante quotidiano del Paese. Mónica Baltodano, una ex-comandante sandinista, è da tempo che lo ripete: «Prima il potere era per la gente, ora è per la sua famiglia e il suo gruppo. Ortega difende il potere con gli stessi strumenti della dittatura somozista».

Sei giorni di proteste. Almeno 28 morti, decine di feriti, almeno 200 gli arrestati - che in queste ore vengono via via rilasciati -. Il Paese è sotto shock. L'atmosfera è cupa e tesissima a Managua e in tutte le città che si sono infiammate di rabbia e pallottole. Le migliaia di studenti che dall'ateneo dell'Unapi hanno guidato le manifestazioni, cui si sono aggiunti gli imprenditori, i leader campesinos e i movimenti ambientalisti hanno colto di sorpresa tutti, a cominciare da Daniel Ortega e Rosario Murillo.

La repressione è stata fredda e violentissima, non solo da parte delle forze dell'ordine ma anche dei gruppi di motorizados e della Juventud Sandinista. Video, foto e testimoni inchiodano militanti governativi armati e impegnati in aggressioni a freddo, assalti a giornalisti - uno è stato assassinato - e persino saccheggi ai supermercati per poi far ricadere la colpa sugli studenti. In decine di casi, la gente comune si è organizzata per proteggere i negozi.

Cosa sta succedendo in Nicaragua? La scintilla è stata il decreto che alzava i contributi obbligatori della previdenza sociale in capo a lavoratori e imprese, assieme a un taglio del 5% delle pensioni: doveva essere la soluzione per sistemare le casse dell'Istituto nazionale di sicurezza sociale, dissestato da sprechi e improvvidi investimenti immobiliari e che è quasi al default.

Ma la misura impopolare, non concertata con le parti sociali, ha fatto da detonatore. Alla fine il decreto è stato ritirato. Ma ormai tutti, dagli studenti agli imprenditori, puntano a reclamare libertà civili e politiche, fino alla testa della presidenza. Impensabile fino a qualche settimana fa.

Sembrava il Paese più tranquillo del Centroamerica, il Nicaragua: bassi indici di violenza, inflazione e deficit a freno, forte di ritmo di crescita ormai da anni. A febbraio, la missione del Fondo Monetario Internazionale aveva stilato un rapporto quasi entusiasta. Eppure, quando ho incontrato un mese fa Gioconda Belli, scrittrice di fama internazionale e figura di primo piano del sandinismo dopo la caduta di Somoza, mi diceva: «C'è aria di fermento nel Paese, tra i giovani soprattutto. L'unica differenza con il regime somozista è la violenza nelle strade ma è là, palpabile, e deve ancora scoppiare». E così è stato.

Gli Ortega credevano di aver anestetizzato il Paese. Credevano che il patto di ferro siglato con i gruppi di imprenditori più forti e con i vertici potenti della Chiesa potesse resistere a tutto. Credevano che aver occupato le istituzioni, vinto con il 70% mettendo fuori legge i partiti di opposizione senza che fosse scoppiata una rivolta, fosse il punto finale. Erano convinti di poter tenere insieme la retorica anti-imperialista con politiche economiche neoliberali e i richiami più retrivi della morale cattolica su aborto e libertà civili, un'enorme macchina di elemosina di Stato e un autoritarismo senza freni.

«Hanno svuotato la democrazia con gli strumenti della democrazia» mi raccontava Gioconda Belli. «Hanno creduto di instaurare una monarchia». Il sandinismo si è trasformato in un delirio e il comandante e la compañera in due personaggi grotteschi.

Il Paese invece è una teiera in ebollizione. Nelle vie di Managua sono stati abbattuti gli “alberi della vita” con lo stesso giubilo con cui era finita la statua di Somoza nei giorni della liberazione: gli “alberi della vita” sono delle costose installazioni kitsch che Rosario Murillo ha voluto disseminare in tutta la capitale (se ne contano 140), coloratissimi e irreali. Sono il simbolo dell'assurdo del potere sandinista.

Nei giorni di protesta ci si poteva sintonizzare sul Canal 13 per sentire la vice-presidente in lunghi monologhi dal tono messianico in cui si scagliava contro «i minuscoli gruppi di ultra-destra che destabilizzano il Paese, che odiano la vita e le sacre credenze cristiane». Gruppi che «non hanno fede, odiano la famiglia, depravati e tossici». Un miscuglio surreale di riferimenti e di insulti che hanno acceso ancora di più gli animi.

La Cosep, l'associazione di imprenditori, ha risposto con un'enorme manifestazione che lunedì ha invaso la capitale. Mentre nella Chiesa, finora stretta alleata degli Ortega, al silenzio del cardinale Obando y Bravo ha fatto da contraltare l'attivissimo vescovo ausiliare Silvio José Baez che ha fatto del suo account twitter un mezzo per informare il mondo sugli avvenimenti, incoraggiare i manifestanti ed esortare il governo al dialogo.

Per la prima volta in oltre dieci anni gli Ortega vedono incrinarsi proprio questa doppia e finora ferrea alleanza su cui avevano cementato il loro potere: gli imprenditori e la Chiesa. Per la prima volta hanno perso il controllo delle strade, dello spazio pubblico occupato per di più dagli studenti. Gli Ortega sembrano tramortiti di fronte agli eventi. Hanno chiesto aiuto alla Chiesa nicaraguense per aprire un tavolo di dialogo ma la cosa sembra tracimata ben al di là della questione sulle pensioni. Sempre il vescovo Baez, ha scritto ieri: “Non vedo alcuna condizione per il dialogo: prima bisogna fermare la repressione, liberare i giovani arrestati, restituire la trasmissione del Canal 100% Noticias - una televisione censurata - e discutere la democratizzazione del Paese con tutti i settori».

Un durissimo Sergio Ramirez, che di Ortega è stato vice-presidente tra il 1985 e il 1990 ed è diventato poi un dissidente oltre che un famoso scrittore, ritirando i giorni scorsi il Premio Cervantes, ha sintetizzato così: «Che il Nicaragua torni ad essere una repubblica».

Ma per farlo dovrà concordare una nuova transizione.

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