In Nicaragua i nipoti della rivoluzione possono rovesciare Ortega

La repressione in Nicaragua è sempre più feroce, ma per gli Ortega le ore al potere potrebbero essere contate. «Anche vescovi e impresa li hanno abbandonati», spiega l’oppositore Héctor Mairena. E a guidare le proteste c’è «una generazione che sa che un tiranno si può abbattere»

Un manifestante con il volto coperto durante una protesta contro il governo del presidente Nicaragua Daniel Ortega a Masaya, Nicaragua, 2 giugno 2018. REUTERS / Oswaldo Rivas
Un manifestante con il volto coperto durante una protesta contro il governo del presidente Nicaragua Daniel Ortega a Masaya, Nicaragua, 2 giugno 2018. REUTERS / Oswaldo Rivas

Sono ormai 110 le vittime della repressione in Nicaragua. E forse il numero è destinato ad aumentare in queste ore. Si registrano scontri tutti i giorni ma l’ultima grande manifestazione si è tenuta mercoledì 30 maggio, el dia de las madres. Per l'occasione, le madri degli 89 giovani uccisi - oltre a centinaia di feriti e arrestati - durante le proteste esplose da aprile avevano convocato una marcia per chiedere la fine della repressione e il rispetto dei diritti umani. Centinaia di migliaia di persone hanno risposto al loro appello e hanno invaso le strade del Paese e di Managua, la capitale. Una lunga marcia pacifica che doveva terminare con un atto celebrativo alla Uca, la Università Centroamericana: un atto mai tenuto, perché all'altezza dello stadio nazionale Dennis Martinez polizia e paramilitari hanno disperso la folla enorme a forza di colpi di arma da fuoco.

Traballa il tavolo di dialogo, che pure aveva preso una prima accelerata dopo la presentazione del report della Commissione interamericana dei diritti umani e poi di Amnesty International in cui si parla di uso scellerato della forza, di violazioni e torture per terrorizzare i manifestanti. Il governo è reticente, anche se ogni tanto manda qualche segnale come le dimissioni cui ha costretto il presidente del consiglio elettorale Roberto Rivas, accusato di gravi denunce di corruzione. Gli Ortega perdono anche il più prezioso degli alleati, il cardinale emerito Miguel Obando, morto domenica a 92 anni.

Di quello che sta succedendo e dei possibili scenari, ha parlato con eastwest.eu Héctor Mairena, avvocato, giornalista, membro del Pen Nicaragua e dirigente del Mrs, il Movimiento Renovador Sandinista, uno dei principali protagonisti dell'opposizione al governo degli Ortega.

Avvocato, i vescovi nicaraguensi hanno annunciato di sospendere il dialogo a fronte della repressione. Come sta reagendo il governo?

«Il dialogo è partito lentamente: il governo si è seduto 10 giorni dopo la prima ondata di proteste. La Conferenza Episcopale si è assunta il ruolo di testimone e mediatore solo in base ad alcune condizioni: una commissione indipendente sulla violazione dei diritti umani, la fine della repressione della polizia e dei gruppi paramilitari, una presa di posizione del governo in difesa dei diritti umani e costituzionali. Dopo tre settimane senza risposta, è arrivato l'ok alla Commissione. Daniel Ortega è stato obbligato dalla forza delle proteste interne e dalle pressioni internazionali».

L'impressione è che Daniel Ortega e Rosario Murillo siano sorpresi dalle proteste, quasi presi in contropiede.

«Sì, è così. Perché non avevano e non hanno idea di cosa succede davvero nel Paese. Sembrano vivere in un mondo parallelo. Ora cercano di guadagnare tempo: lunedì prossimo si riunirà a Washington il comitato dei ministri degli Esteri della Oea e si attende una condanna. Ma il vero colpo è arrivato il 30 maggio, el dia de las madres, quando la Cosepa (la confindustria) ha chiesto la rinuncia di presidente e vice presidente e nuove elezioni. Loro, i grandi imprenditori erano alleati degli Ortega fino a ieri».

Cosa si è rotto di quella alleanza? E perché?

«I grandi imprenditori e alcuni cardinali erano alleati di ferro. I vescovi in realtà sono sempre stati critici: già in una lettera del 2014 si dichiaravano preoccupati per la china che stava prendendo il governo Ortega. Ma gli imprenditori, il grande capitale del Paese, erano fedeli. Non è una novità nella storia del Nicaragua. Il somozismo era prima di tutto un gruppo economico che utilizzava lo Stato per i suoi affari e si alleava di volta in volta con altre imprese. Dopo il terremoto del 1972 il somozismo ha fatto una concorrenza sleale per accaparrarsi la ricostruzione: lì c'è stata una crepa che ha accelerato la fine del regime».

E oggi?

«Oggi gli Ortega, che si sono costruiti il loro gruppo economico, vedono le loro alleanze d'affari in crisi per il livello intollerabile di corruzione - che diventa una concorrenza sleale - e per la crisi della cooperazione venezuelana. Quando il Venezuela taglia gli aiuti, Ortega è costretto a prendere delle misure inconsuete che minano i suoi rapporti col mondo imprenditoriale. Così è stato con la legge sulla previdenza sociale. Quello che non ha capito Ortega è che nel Paese già covavano una rabbia e una indignazione che sono esplose con richieste ben al di là della legge sulla previdenza che poi è stata ritirata».

Gli studenti sono in prima fila: vi aspettavate un protagonismo simile?

«Sinceramente no. In tanti ci chiedevamo che rapporto avessero le giovani generazioni con la politica. Non si riusciva a misurare. L'esplosione delle università è stata fragorosa. In realtà vivevano con passione alcune battaglie, ad esempio quelle ambientaliste: penso all'incendio in aprile della Riserva Indio Maíz, che il governo ha gestito con disprezzo. E così i movimenti contadini contro il Canale [il progetto cinese di canale in concorrenza con quello di Panama, ndr], altro grande protagonista delle proteste di questi mesi».

Sono anche giovani cresciuti dopo la rivoluzione, più liberi dai miti.

«Sì, hanno rotto il mito ma sanno che è possibile fare una rivoluzione. E questo li differenzia dai giovani di altri Paesi, penso al Venezuela. Sono nati dopo il '79 e in parte persino dal 2000 in poi. Gli è stato raccontato di vivere in una democrazia ma ne hanno visto solo gli aspetti più deleteri: la corruzione e l'autoritarismo. Sono chiamati los nietos de la revolución e molti di loro lo sono davvero, figli di comandanti di ufficiali dell'esercito o della polizia, di deputati ed esponenti del Fsln che gridano contro i loro padri e i loro nonni. Aver visto in tivù uno studente dare dell'assassino a Daniel Ortega è stato per molti - e per molti di noi che la rivoluzione l'hanno fatta - uno choc».

Lei fa molti riferimenti al Venezuela e in molti si chiedono se non finirà così, senza nessuna via di uscita. Cosa ne pensa?

«Credo siano due contesti molto diversi. Non finirà così, ne sono sicuro. Primo: noi abbiamo un precedente, cioè un regime abbattuto, una rivoluzione vinta, sia come sia, ma vinta. In Venezuela bisogna tornare al 1958 per vedere un dittatore spodestato. Secondo, abbiamo un precedente che il Venezuela non ha: una transizione pacifica e negoziata, nel 1990, tra lo stesso Ortega e doña Violeta Barrios de Chamorro che aveva vinto le elezioni. Terzo: Ortega non ha il liderazgo di Hugo Chavez ed più fraudolento di Nicolas Maduro».

Cosa vi proponete, dunque?

«Ortega e Murillo credono di poter schiacciare le proteste e prendono tempo. Ma più provano a farlo, più le proteste aumentano e più pezzi di società si uniscono. Che rinuncino ai loro incarichi di presidente e di vice, che ci sia un governo di transizione dentro il quadro costituzionale. Può succedere e potrebbe succedere prima di quello che si pensi».

@fabiobozzato

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GUALA
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