In Nicaragua Ortega riprende con la violenza la culla del sandinismo

Tre mesi di rivolta, oltre 350 morti. E i militari affiancati dai grupos de choque martedì hanno ripreso con le armi anche Monimbó, epicentro delle proteste e luogo-simbolo della rivoluzione sandinista. Che oggi celebra il suo anniversario più triste, in un Paese precipitato nel caos

Un dimostrante posa accanto a un graffito che recita "Monimbo vulcano della dignità" a Masaya. Reuters/Oswaldo Rivas
Un dimostrante posa accanto a un graffito che recita "Monimbo vulcano della dignità" a Masaya. Reuters/Oswaldo Rivas

Verso le 6 di mattina, il 17 luglio, il tweet di monsignor Silvio José Baez arriva implacabile: «Attaccano Monimbó! Le pallottole stanno arrivando fino alla parrocchia Maria Magdalena dove è rifugiato il sacerdote. Che Daniel Ortega fermi il massacro! Alla gente di Monimbó chiedo: mettetevi in salvo».

Monimbó è un quartiere simbolo della città di Masaya, nell'occidente del Paese, a poco più di 30 km da Managua. L'assalto che si è compiuto martedì, da centinaia di poliziotti e di uomini armati e incappucciati, aveva l'obiettivo di espugnare il barrio indio di Monimbó che dal 18 aprile, giorno di inizio delle grandi proteste contro il governo, ha alzato barricate.

In tutto il Paese che da allora è precipitato nel caos, si contano (secondo le stime delle organizzazioni per i diritti umani) più di 350 morti, più di 60 scomparsi e oltre 2mila feriti. I più aggressivi sono i grupos de choque, militanti governativi armati e pronti a tutto che agiscono a fianco delle forze dell'ordine o senza che queste intervengano. È il secondo attacco che soffre Masaya: sulle strade già ci ha lasciato 35 morti, oltre al corpo di martedì freddato da un colpo di pistola alla testa.

Sono cocciuti a Masaya. Anche perché è una città simbolo per i sandinisti e Ortega ci va in pellegrinaggio ogni anno. Qualche settimana prima dell'entrata trionfale a Managua, il 19 luglio 1979, la Guardia Nazionale somozista aveva lanciato una controffensiva e i sandinisti avevano dovuto ripiegare a Masaya, recuperare le forze e da lì dare la spallata finale.

Nella liturgia sandinista quella è la loro città. E anche quest'anno Daniel Ortega e la moglie (nonché sua vice) Rosario Murillo, ci sono andati, protetti da centinaia di antisommossa e di paramilitari fedeli. Ma si sono dovuti fermare di fronte alle barricate del barrio indio. «Solo due parole per Daniel Ortega: così come Monimbó lo ha mandato su, allo stesso modo lo tirerà giù», dicevano dalle barricate. Chi resiste oggi a Masaya rivendica proprio quel luogo di libertà, ma stavolta lo fa contro il comandante di quei guerriglieri che 39 anni fa qui trovarono rifugio e ora, dopo mille giri della storia e patti col diavolo, è al comando del Paese.

Rosario Murillo li ha liquidati con uno dei suoi anatemi: «Pochi golpisti, maligni, sinistri, diabolici, satanici e terroristi». Poche ore dopo, militari e incappucciati erano liberi di sfogarsi a forza di pallottole.

Il Nicaragua ormai da tre mesi vive una violenza che non sembra aver fine. Il tavolo di dialogo, guidato dalla Conferenza Episcopale del Paese, non riesce più a riunirsi. Le risposte che il governo doveva dare non sono mai arrivate. Ortega pone come condizione la fine dei tranques, le barricate che hanno bloccato le principali vie del Paese. Per tutta risposta le mobilitazioni ai blocchi stradali si sono moltiplicate. Da qui la repressione violentissima, su cui ormai piovono denunce da parte della comunità internazionale, cui si è unito in questi giorni lo stesso segretario generale delle Nazioni Unite.

Ortega sta drammatizzando la situazione e sembra voler trascinare il Paese a un punto di non ritorno. Pensa di piegare gli oppositori alla maniera venezuelana, anche se solo i morti nei tre mesi di proteste sono il doppio di quelli contati l'anno scorso nelle strade di Caracas. Per Ortega chi protesta è semplicemente terrorista: l'ultimo atto si è consumato lunedì 16 luglio quando ha fatto approvare dall'Assemblea Nazionale una legge contro il terrorismo che fissa tra i 15 e i 20 anni di carcere per chi si macchia di questo delitto o lo finanzia, puntando il dito direttamente sui manifestanti.

L'intera regione è in fibrillazione: la Secretaría de Integración Económica Centroamericana (Sieca) stima che lo scambio commerciale da nord a sud del Centroamerica sia caduto del 79% e quasi altrettanto (il 75%) nell'altra direzione, da Panama verso il Guatemala. La Federazione delle Camere di Commercio centroamericane ha calcolato, come riportato in questi giorni dalla BBC, che sia fermo il 20% delle imprese di commercio, con una perdita per la regione di 21,1 milioni di dollari, mentre i prezzi sarebbero saliti del 37%. Per questo sono soprattutto i Paesi dell'area i più inquieti, anche se finora non sono riusciti a lanciare davvero la questione drammatica del Nicaragua sullo scenario internazionale.

In questi giorni un altro ex-comandante sandinista ha denunciato la deriva degli Ortega. Henry Ruiz era uno dei nove che reggevano il Nicaragua dopo il trionfo dei sandinisti. Dissidente e in pensione, ha rilasciato a La Prensa una lunga intervista in cui denuncia «la costruzione di una dittatura», su cui pesa solo «una questione di tempo: alla fine, ogni dittatura cade violando i diritti umani». E ha chiesto all'esercito di «non chiudere gli occhi: loro sono quelli che possono salvare la situazione, prima di tutto disarmando i gruppi paramilitari, chiunque essi siano».

E oggi, 19 luglio, dovrebbe celebrarsi l'anniversario della rivoluzione. Quale rivoluzione e con che festeggiamenti, è tutto nelle mani di Daniel Ortega e Rosario Murillo.

@fabiobozzato

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