Dal Niger, gli Usa estendono i voli dei droni per colpire le basi jihadiste in Libia e in tutto il Sahel. E l’escalation è solo all’inizio rivela il "New York Times". Un modo economico per contrastare i gruppi armati, secondo Washington. Ma il numero delle vittime civili cresce

Un drone MQ-9 Reaper durante un volo in Nevada.Air Force/Senior Airman Cory D. Payne/Handout via REUTERS
Un drone MQ-9 Reaper durante un volo in Nevada.Air Force/Senior Airman Cory D. Payne/Handout via REUTERS

Alla fine del luglio scorso, il Comando militare americano in Africa (Africom) aveva confermato l’impiego di droni armati in Niger a partire dall’inizio di quest’anno, dopo che il governo di Niamey aveva concesso alle forze statunitensi il permesso di armare i propri droni nel novembre 2017.


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E adesso, come rivelato dal New York Times, la Cia sta estendendo le sue operazioni con i droni in Africa e in tal senso inizierà a utilizzare una base militare segreta a Dirkou, in Niger, a circa 250 km a sud del confine libico, per effettuare raid contro le basi jihadiste nel Sahel e nella Libia meridionale.

Il quotidiano newyorchese ha evidenziato che alcune immagini satellitari mostrano che da febbraio l’aeroporto di Dirkou è stato ampliato significativamente, fino a includere una nuova pista di rullaggio, muri e postazioni di sicurezza. Tutte opere realizzate al fine di schierarvi droni MQ-9 Reaper, trasferiti dalle basi americane di Sigonella e Niscemi in Sicilia e dalla Air Base 101 di Niamey.

Cinque attacchi in Libia nel 2018

Secondo il New York Times, l’Africom dall’inizio dell’anno ha già effettuato cinque raid con droni Predator in Libia, l’ultimo dei quali risalirebbe a due settimane fa. Inoltre, il comando unificato del Pentagono per l’Africa starebbe preparando nuovi attacchi, tenendo in considerazione che dalla base di Dirkou, i velivoli possono raggiungere un certo numero di Paesi dell’Africa occidentale e settentrionale, compresa l’area intorno al lago Ciad, dove sono stanziate le roccaforti del gruppo jihadista nigeriano Boko Haram.

A differenza dei piccoli aerei passeggeri che atterrano occasionalmente nell’aeroporto di Dirkou, i droni non hanno luci lampeggianti che segnalano la loro presenza. Tuttavia, un reporter del Times ha più volte visto i droni decollare dalla base segreta durante la notte, solitamente tra le 22 e le 4 del mattino. All’inizio di agosto, ha anche avvistato un aereo grigio lungo 27 piedi (8,23 metri: equivalenti alle dimensioni di un drone Predator) che almeno tre volte in sei giorni si è levato in volo nel cielo limpido e stellato del deserto. 

Inoltre, un funzionario della sicurezza nigeriano ha raccontato che lo scorso luglio la Cia avrebbe lanciato un drone armato dalla base di Dirkou per colpire un bersaglio a Ubari, nel sud della Libia.

Per gli Stati Uniti si tratta di un deciso cambio di rotta, rispetto ai limiti imposti dalla precedente amministrazione guidata da Barack Obama alle incursioni fuori delle zone di guerra convenzionali.

Aumenta la presenza militare Usa in Niger

C’è anche da tenere in considerazione, che il Pentagono non ha una missione di combattimento diretto in Niger, ma la sua presenza militare è cresciuta negli ultimi anni da 100 a 800 unità: la seconda più grande concentrazione di truppe Usa in Africa dopo i 4.000 soldati di stanza nella base di Camp Lemonnier a Gibuti. 

L’esponenziale aumento dei militari statunitensi in Niger è dovuto in gran parte all’imboscata del 4 ottobre 2017, nel villaggio di Tongo Tongo, nel Niger occidentale a una ventina di chilometri dal confine con il Mali, dove insieme a cinque soldati nigerini furono uccisi quattro berretti verdi statunitensi.

Non a caso, tre settimane dopo l’attacco, rivendicato dallo Stato Islamico nel Grande Sahara, gli Usa hanno annunciato uno stanziamento di sessanta milioni di dollari in favore della forza multinazionale africana G5 Sahel, che prevede il dispiegamento di 5mila effettivi in funzione di contrasto al terrorismo nell’area desertica.

Senza dimenticare, che nel nord del Niger sta per essere completata la costruzione della la seconda base americana in Africa: la Nigerien 201. L’avamposto sorgerà nella città di Agadez, che dopo il collasso libico è diventata un crocevia strategico per i trafficanti di droga e per quelli di esseri umani, oltre a offrire una via di fuga sicura per i terroristi.

Gli Stati Uniti considerano i droni un modo economicamente efficiente per contrastare i gruppi armati, ma in passato l’impiego di questi velivoli in contesti non di battaglia è stato oggetto di aspre critiche.

Un elevato numero di vittime civili

Secondo la New America Foundation, dal 2004, gli Stati Uniti hanno effettuato un totale di 414 attacchi di droni in Pakistan con 245-300 vittime tra i civili e una stima complessiva di 2.366 - 3.700 morti. Nello Yemen, dal 2002, ci sono stati 267 attacchi con droni, che hanno causato 111-144 vittime tra i civili e una stima complessiva di 1.330-17.174 morti. Mentre in Somalia ci sono stati un totale di 92 attacchi di droni dal 2003, con un numero di vittime civili che oscilla tra i 22 e i 37 e complessivamente la Fondazione di Washington ha computato 666-743 morti.

Il Bureau of Investigative Journalism, che monitora i raid effettuati dai droni statunitensi e le altre operazioni segrete attuate in diversi Paesi, ha riferito che gli Stati Uniti hanno effettuato tra i 204 e i 205 attacchi in Afghanistan dal 2015, con un numero di vittime che va da 621 a 723, inclusi 26 civili e 11bambini. E intanto i raid continuano, ma non contribuiscono a stabilizzare la situazione nei territori interessati dall’insorgenza jihadista, né a sconfiggere il terrorismo.

@afrofocus

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