Dopo l’attacco di Tongo Tongo, gli Usa rafforzano la loro presenza militare nel Paese. E costruiscono una base nel deserto. Per il Pentagono il Niger sta diventando il punto di raccordo del jihadismo africano. Il mix con il traffico di uomini inquieta anche la Ue. Ma la missione italiana è bloccata da Niamey

Un soldato nigeriano durante un addestramento con i militari Usa. REUTERS/Aaron Ross
Un soldato nigeriano durante un addestramento con i militari Usa. REUTERS/Aaron Ross

Il Niger è un Paese grande due volte la Francia ed è la nazione più estesa del Sahel, con un sottosuolo ricco di uranio, diamanti, oro, gas naturale e petrolio. Nonostante questo è lo Stato più povero dell’Africa Occidentale e la sua popolazione, 18 milioni di individui, vive crisi alimentari cicliche dovute anche agli effetti dei cambiamenti climatici.


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È in questo luogo che Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Italia e l’ex potenza coloniale francese, stanno aumentando la loro presenza militare, in funzione del ruolo fondamentale che il Paese saheliano sta esercitando nella lotta contro il jihadismo in Africa.

Le forze speciali nigerine vengono supportate da personale militare occidentale, che addestra i soldati locali con l’obiettivo di annientare i gruppi estremisti nelle loro roccaforti del deserto, se necessario allargando il raggio d’azione anche oltre i confini del Niger.

Gli Stati Uniti sono diventati particolarmente attenti a quello che avviene nel Paese africano, dopo che lo scorso 4 ottobre, nel villaggio di TongoTongo, nel nord non lontano dal confine con il Mali, quattro berretti verdi insieme a cinque soldati nigerini sono caduti in un’imboscata tesa da un gruppo di miliziani appartenenti alla costola sahariana dello Stato Islamico che, come è stato appurato in seguito, avevano un complice con contatti tra gli statunitensi.

L’agguato ha fatto aumentare il contingente statunitense in Niger, salito attualmente a ottocento effettivi, che vanno ad aggiungersi agli altri cinquecento impegnati nella guerra al terrorismo in Africa.

Tre settimane dopo l’attacco di TongoTongo, gli Usa hanno annunciato uno stanziamento di sessanta milioni di dollari in favore della forza multinazionale africana G5 Sahel, che prevede il dispiegamento di 5mila effettivi in funzione di contrasto al terrorismo nell’area desertica.

La Niger Air Base 201

Inoltre, su richiesta del governo di Niamey, la Red Horses, l’unità di ingegneria dell’aereonautica militare statunitense, sta costruendo una base militare nel deserto del Niger, nelle vicinanze della città di Agadez.

Per ora, la Niger Air Base 201 è dotata di tre hangar, ma presto avrà anche una pista di atterraggio e potrà ospitare jet da guerra e droni MQ 9 – Reaper, che attualmente sono di stanza nella capitale, Niamey. Questi velivoli sono usati per missioni di ricognizione, ma possono anche essere armati e utilizzati per scopi bellici con il nulla osta del governo nigerino. Fatto quest’ultimo che è più volte finito al centro di contestazioni da parte della popolazione locale.

Il presidio militare, che costerà 110 milioni di dollari per la costruzione e 15 milioni all’anno per la gestione, diventerà pienamente operativo dall’inizio del prossimo anno. La sua ubicazione nei pressi di Agadez non è casuale: dopo il collasso libico nel 2012, la città situata nel nord del Niger è diventata un crocevia strategico per i trafficanti di droga e per quelli di esseri umani, oltre a offrire percorsi sicuri per i terroristi.

Tutto questo conferma i timori degli strateghi del Pentagono, secondo cui il Niger potrebbe diventare il punto di raccordo del jihadismo africano, che collega il Mali destabilizzato dai continui attacchi del Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani con la Nigeria nord-orientale e il Corno d’Africa, dove Boko Haram e al-Shabaab continuano a compiere sanguinosi attentati, senza dimenticare l’intensificarsi della minaccia rappresentata dalla costola sahariana dello Stato Islamico.

Uno scenario sul quale pesa in maniera incisiva anche la crisi libica, che ha prodotto maggiore instabilità in tutta la regione e aumentato il flusso di armi verso i gruppi terroristici attivi nel Sahel.

Per questo, l’attuale esecutivo nigerino e i suoi alleati occidentali stanno intensificando l’impegno per sigillare i confini con la Libia, attraverso i quali trafficanti di esseri umani e terroristi condividono le stesse rotte e spesso gli stessi affari. Senza contare, che alti ufficiali nigerini sostengono che i jihadisti starebbero reclutando immigrati per infiltrarsi in vari Paesi.

La situazione attuale preoccupa molto anche l’Unione Europea, convinta che il mix di immigrazione clandestina e terrorismo possa diventare letale per la stabilità e la sicurezza di tutta l’area saheliana.

Lo stallo della missione italiana in Niger

Da parte sua, l’Italia lo scorso gennaio aveva approvato una missione militare da inviare in Niger, che avrebbe dovuto operare nel quadro europeo einternazionale come supporto delle forze militari e di polizia del G5 Sahel.

Ma il governo di Niamey all’arrivo dei soldati italiani ha detto che avrebbero dovuto assistere le forze nigerine nell’addestramento, e svolgere anche attività di sorveglianza e controllo del territorio, per prevenire l’immigrazione clandestina e combattere il terrorismo.

Tuttavia, nonostante la squadra di quaranta specialisti italiani inviati in Africa, abbia già effettuato il sopralluogo ricognitivo e di pianificazione in vista della prima partenza di cento uomini prevista per giugno, tutto rischia di fermarsi.

Soprattutto, dopo che il ministro dell’Interno nigerino, Mohamed Bazoum, ha respinto con forza la possibilità di una missione militare dell’Italia in Niger, negando qualsiasi sollecitazione da parte del suo governo ai suoi omologhi di Roma.

Così, la missione italiana, non approvata dall’Assemblea Nazionale nigerina, è ancora in fase di stallo, mentre inspiegabilmente quelle francesi e statunitensi schierano contingenti molto numerosi sul territorio del Niger.

@afrofocus

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