Per il no all’Accordo sul clima di Parigi Trump sacrifica la diplomazia e anche l'economia

Per convincere gli scettici che il cambiamento climatico è reale si può attingere agli studi delle compagnie di assicurazione internazionali sui costi effettivi e previsti del cambiamento climatico causato dall'uomo. Un’altra possibilità, anche prima di analizzare i dati scientifici, è considerare i piani che certe isole del Pacifico e città quali Jakarta stanno facendo da quando hanno cominciato a sprofondare nell'oceano, o le inondazioni drammatiche nel Sud America, o la quantità di ghiaccio perso dalle riserve mondiali di acqua dolce – come la Groenlandia, o quanto costosi siano ora i tornado in Europa e la siccità in California – per non parlare delle drammatiche siccità in Africa che hanno già sfollato milioni di persone.

Il Presidente Donald Trump. REUTERS/Kevin Lamarque
Il Presidente Donald Trump. REUTERS/Kevin Lamarque

L'accordo Cop21 di Parigi del 2015, ratificato da 195 paesi, ha come scopo contribuire a fermare o quanto meno mitigare ciò rallentando l'aumento della temperatura media prima che si oltrepassi la soglia considerata dagli scienziati un punto irreversibile con probabili effetti profondi e permanenti sulla vita umana. L’aumento della temperatura media globale dovrebbe restare inferiore ai 2°C sopra i livelli preindustriali, o meglio ancora inferiore a 1,5°C.

Invece di imporre tetti alle emissioni di gas serra, l'accordo ha creato un meccanismo che permette a ogni paese partecipante di determinare i propri obiettivi quanto alle emissioni. Quindi, ciò che conterà nel tempo è il livello di ambizione di ogni paese. Per la chiarezza, l’attuale livello di ambizione di tutti i contributi nazionali non è ancora sufficiente per avvicinare il mondo all’obiettivo di limitare l’aumento della temperatura a sotto i 2°C.

L’importanza dell'accordo, costato decenni di discussioni, sta nel fatto che tutti i paesi riconoscono ora che il cambiamento climatico è una minaccia molto seria e reale che richiede l’azione di tutto il mondo e, soprattutto, dei paesi che più hanno contribuito storicamente alla CO2 nell'atmosfera – gli Stati Uniti per quasi il 30% e il blocco Ue 28 per oltre il 17%. I principali paesi che inquinano oggi sono la Cina-30%, gli Usa-15%, la Ue-9% e l'India-7%.

Considerando che la riduzione delle emissioni non è vincolante e che per recedere dall’accordo ci vogliono tre anni – se Trump non si ritira direttamente dalla Convenzione Onu sul clima che ingloba l'accordo di Parigi – quali saranno gli effetti della decisione di Trump?

"Le attuali riduzioni totali non sono sufficienti [per raggiungere l'obiettivo dei 2°C]", dice il professor Niklas Höhne del NewClimate Institute, che ha contribuito a redigere i trattati IPCC dell’Onu dal 1995, parlando alla stampa al margine di una conferenza sul clima dell’Onu a Bonn. "Ora siamo a circa 2,8°, lontano da 1,5°. C'è una buona notizia, però. Da una parte, ha accelerato il ritmo [dell’innovazione] nelle energie rinnovabili". Dall’altra, le politiche per il clima di India e Cina procedono più velocemente del previsto e questo potrebbe più che compensare una più lenta riduzione delle emissioni negli Usa (insieme i tre paesi rappresentano quasi la metà delle emissioni mondiali).

La Cina non è più indifferente al cambiamento climatico come in passato da quando lotta contro l’inquinamento dell’aria e dell’acqua. Per promuovere una crescita a ridotta emissione di CO2, il governo sta impegnando immense risorse, e conta di spendere oltre 361 miliardi di dollari entro il 2020 – l’equivalente di 1/10 del bilancio annuo federale e degli stati Usa.

 "Non si tratta di quello che la Cina deve fare, o è costretta a fare: al contrario, si tratta di ciò che la Cina vuole fare: proteggere la sua economia, essere competitiva in ​​futuro", spiega Cristiana Figueres, un ex alto funzionario dell’Onu a una conferenza stampa.

La Cina ha diminuito il suo consumo di carbone negli ultimi tre anni consecutivi perché ha cancellato i piani per la costruzione di varie centrali a carburanti fossili e dismesso altre a carbone esistenti, una cosa ritenuta impossibile solo pochi anni fa. Tra le ragioni c’è il drastico calo dl prezzo dell’energia da fonti rinnovabili.

“Non sempre ma spesso”, spiega Höhne, "i parchi eolici o solari costano meno delle centrali a carbone, e così si prendono due piccioni con una fava". Stando ai dati di Climate Analytics, la costruzione degli impianti di energia verde procede a un ritmo molto più veloce di quello delle centrali a carbone. La Cina ha da poco avviato il più grande impianto solare galleggiante al mondo e il più grande parco solare al mondo.

L'India, il cui sviluppo procede a ritmo serrato, produce circa il 4,5% delle emissioni mondiali, ma sta considerando di fermare del tutto la costruzione di nuove centrali a carbone dopo il 2022, secondo un rapporto Allianz.

Se l'India incrementerà pienamente le politiche varate di recente, le sue emissioni nei prossimi dieci anni calerebbero di molto avvicinandola all’obiettivo di Parigi di produrre il 40% dell’energia con fonti non fossili entro il 2030.

La Cina e l’India sono già quindi sulla buona strada per superare i propri impegni sul clima. Ciò, aggiunto al fatto che negli Usa il mercato stava già orientando il paese verso minori emissioni e che le leggi degli stati potrebbero sostituire i regolamenti federali abrogati da Trump, potrebbe far sì che i passi indietro sul clima non abbiano pesanti effetti negativi da qui al 2030, dice l’esperto Höhne.

La decisione di Trump si è basata su dati "non corretti" anche per quanto riguarda il finanziamento della lotta al cambiamento climatico. È vero che molti paesi poveri si sono impegnati a ridurre le emissioni in cambio di aiuti finanziari per il clima. I 100 miliardi di dollari che i paesi sviluppati si sono impegnati a fornire risulteranno da vaste risorse private “mobilitate” da denaro pubblico – nel 2016 il flusso dai paesi sviluppati ha toccato i 66,8 miliardi di dollari.

Non sorprende quindi che la Cina, che "farà ciò che è nel suo interesse e possibilità", come spiega Jia Qingguo, un’esperta di politica estera dell’Università di Pechino, abbia individuato nella transizione verso l'energia pulita la più grande opportunità di mercato del secolo e che miri a raccogliere i vantaggi dell’essere un leader mondiale nella lotta al cambiamento climatico.

Potenziali danni dall’abbandono di Trump del patto di Parigi potrebbero derivare da un forte rallentamento dell’innovazione per energie pulite nei settori Usa del carbone, del petrolio e dell’automobile. In quello petrolifero ciò potrebbe verificarsi se una sovrabbondanza di petrolio facesse calare di nuovo il prezzo del petrolio rendendo più improbabili investimenti straordinari in R&S.

 "America, svegliati", dice il governatore della California Jerry Brown. "La produzione di carbone non aumenterà anche se Donald Trump l’ha detto nel West Virginia. Dobbiamo tenere la barra sul programma, e ciò vuol dire energie rinnovabili, ridurre la CO2 e R&S per rendere gli Usa più sostenibili, non meno".

Per quanto riguarda l'auto, le reazioni di una buona parte degli ad portano a ritenere che essi intendano abbandonare la ricerca e le tecnologie per l’energia pulita che permetteranno loro di competere con le case europee e asiatiche.

 L'unica sfera nella quale si è già fatta sentire la decisione di Trump è quella delle relazioni internazionali e di conseguenza del commercio. Dopo le frustranti interazioni con Trump a maggio, la Cina e la Ue sono di fatti i nuovi leader mondiali per le politiche sul clima. Le loro diplomazie assieme all’indiana e alla canadese si stanno già muovendo freneticamente.

"La Ue può ora sostituirsi agli Usa e cogliere l'opportunità economica", si legge nel rapporto Allianz. "In più la Germania detiene la presidenza del G20”.

Ai primi di maggio Macron si è impegnato assieme al presidente cinese Xi Jinping a "proteggere le conquiste della governance globale, compreso l'accordo di Parigi”. Secondo Reuters, venerdì scorso la Cina e la Ue hanno abbozzato una dichiarazione sulla politica climatica ed energetica e sull'accordo di Parigi.

Il presidente indiano Narendra Modi ha appena lasciato la capitale francese dove ha parlato dell’accordo sul clima come “una eredità condivisa del mondo”, dopo aver annunciato in Germania una nuova cooperazione tra i due paesi.

Mercoledì scorso Angela Merkel ha incontrato a Berlino il primo ministro cinese Li Keqiang, mentre il suo ministro degli Esteri, Sigmar Gabriel è in viaggio per firmare a Pechino un patto sul libero commercio.

La sortita di Trump ha scatenato tra i leader mondiali una rinnovata urgenza per affrontare il cambiamento climatico, l'innovazione e il commercio, ma le cose si stanno muovendo anche negli Usa. Il governatore Brown, per esempio, sarà in Cina tra qualche settimana.

Tutto questo fermento e il sondaggio secondo il quale il 69% degli statunitensi volevano restare nell’accordo di Parigi è purtroppo ancora molto lontano dal garantire una svolta del clima nel medio termine, ma mostra comunque che salvare il pianeta Terra non è più solo uno slogan minoritario. Minoritario è invece il gruppo al quale si sarebbero aggregati gli Usa di Trump: quello dei due paesi che non hanno firmato l'accordo di Parigi. La Siria, perché è in guerra, e il Nicaragua, perché è sulla buona strada per generare tra pochi anni l’80% della sua energia da fonti rinnovabili.

@GuiomarParada

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