Così Kim aggira le sanzioni e rilancia lo sviluppo delle armi proibite

Secondo un rapporto Onu, la Corea del Nord sta aumentando l’import-export di prodotti (petroliferi in testa) vietati. E nella stagione del presunto disgelo, Pyongyang rilancia segretamente sia il programma missilistico che quello nucleare. Mettendo alle corde Washington e Seul

Il leader della Corea del Nord Kim Jong Un ispeziona l'unità 1524 dell'Esercito popolare coreano (KPA) in questa foto non datata pubblicata dalla Korean Central News Agency (KCNA) della Corea del Nord il 30 giugno 2018. KCNA / via Reuters
Il leader della Corea del Nord Kim Jong Un ispeziona l'unità 1524 dell'Esercito popolare coreano (KPA) in questa foto non datata pubblicata dalla Korean Central News Agency (KCNA) della Corea del Nord il 30 giugno 2018. KCNA / via Reuters

La Corea del Nord starebbe continuando a sviluppare missili e armi nucleari in violazione delle sanzioni delle Nazioni Unite. A dirlo un rapporto confidenziale il cui contenuto è stato anticipato da Reuters negli ultimi giorni.

Il rapporto semestrale, scrive l’agenzia di stampa, è stato redatto da esperti indipendenti e consegnato al comitato per le sanzioni contro la Corea del Nord del Consiglio di Sicurezza Onu.

In esso si legge che Pyongyang “non ha fermato i suoi programmi nucleari e missilistici e ha continuato a ignorare le risoluzioni delle Nazioni Unite aumentando considerevolmente i trasferimenti illegali di prodotti petroliferi da nave a nave e i trasferimenti di carbone in mare per tutto il 2018”.

Di più, la Corea del Nord avrebbe violato un divieto di esportazione di prodotti tessili da più di 100 milioni di dollari tra ottobre 2017 e 2018 verso Paesi come Cina, Ghana, India, Messico, Sri Lanka, Thailandia, Turchia e Uruguay.

Per portare avanti i traffici, le navi si spostano con i sistemi radar disattivati, con insegne e bandiere fasulle. Ancora, le merci verrebbero trasferite su imbarcazioni più piccole per passare sottotraccia.

Inoltre, continuerebbe la cooperazione militare con altri Paesi. Tecnici nordcoreani, accusa il rapporto, avrebbero visitato in più occasioni, dal 2011 al 2016, la Siria mentre il Ministero per le attrezzature militari e l’azienda di sviluppo minerario nordcoreane avrebbero fornito, sempre tramite la Siria, armi e missili ai gruppi di ribelli Houthi in Yemen.

La Corea del Nord è sottoposta a un regime di sanzioni da parte delle Nazioni Unite dal 2006, anno del primo test nucleare.

L’accusa di comportamenti irregolari e ingannevoli era circolata prima delle rivelazioni di Reuters. Nuove immagini satellitari raccolte dai servizi di sicurezza e di spionaggio statunitensi avevano dimostrato a fine luglio attività di costruzione di un nuovo sito per la produzione di missili intercontinentali a Sanumdong, nei pressi della capitale nordcoreana.

A questo si aggiungono poi le rivelazioni, confermate anche dalle affermazioni del segretario di Stato americano Mike Pompeo, sull’esistenza di un sito segreto usato dall’esercito nordcoreano per l’arricchimento dell’uranio.

Fattori che mettono alle corde l’amministrazione Trump e lo stesso presidente che, nelle settimane successive al suo incontro con Kim Jong-un a Singapore il 12 giugno scorso, aveva affermato più volte che la Corea del Nord non era più una minaccia nucleare e che, anzi, enormi passi verso la denuclearizzazione della penisola erano stati fatti.

«Li vediamo andare a lavoro come prima», ha spiegato un funzionario della National Geospatial-Intelligence Agency statunitense al Washington Post, a proposito del sito di Sanumdong.

Da Singapore, dove sabato si è tenuto un vertice a 27 tra i ministri degli Esteri dei Paesi dell’area dell’Asia-Pacifico e dell’Associazione dei Paesi del sudest asiatico, è giunto intanto un nuovo appello a Kim Jong-un a rispettare gli impegni presi con la comunità internazionale e a “evitare nuovi test nucleari e balistici” nel prossimo futuro.

Ma sotto la lente dei servizi di intelligence Usa finiscono anche quelli che sembrerebbero scambi commerciali clandestini con la Corea del Sud. “Ci sono nove casi di trasferimenti di carbone nordcoreano su cui stiamo indagando”, ha ammesso un funzionario del governo di Seul. Queste consegne sarebbero avvenute in porti a sud del 38esimo parallelo e uno di questi casi vedrebbe coinvolta un’entità – non ben precisata – legata alla prima azienda elettrica del Paese.

Per il momento, “gli Stati Uniti non avrebbero espresso preoccupazione” e, anzi, avrebbero confermato la loro fiducia a Seul. Tuttavia, se confermati, i traffici verso Pyongyang nei porti sudcoreani potrebbero mettere in crisi l’agenda del presidente Moon Jae-in, considerato ancora oggi, il vero artefice del riavvicinamento – almeno in apparenza – tra Corea del Nord e Stati Uniti, 65 anni dopo la fine della Guerra di Corea.

@Ondariva

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