Ghani ritenta la carta della tregua e l’insorgenza opta per un’adesione solo parziale. Ma gli equilibri diplomatici e politici stanno cambiando. Gli emissari di Trump e quelli del leader dei Talebani sono pronti per un nuovo incontro. Prima di dare il via al vero negoziato di pace

Un poliziotto afghano fa la guardia durante una battaglia con gli insorti a Kabul, in Afghanistan, 16 agosto 2018. REUTERS / Mohammad Ismail
Un poliziotto afghano fa la guardia durante una battaglia con gli insorti a Kabul, in Afghanistan, 16 agosto 2018. REUTERS / Mohammad Ismail

Il presidente afghano Ashraf Ghani ritenta la carta del cessate il fuoco. Il 19 agosto ha annunciato per il giorno successivo l’inizio di una seconda tregua dopo quella, riuscita, di metà giugno. Durante il suo discorso, alcuni razzi hanno colpito il quartiere diplomatico di Kabul, il più protetto della capitale. I Talebani hanno negato la paternità dell’attacco, ma la sovrapposizione tra le parole di pace di Ghani e i tonfi sordi alle sue spalle ha ricordato a tutti quanto sia complicato il percorso verso la soluzione pacifica del conflitto.


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Nei mesi scorsi, due novità avevano acceso le speranze degli osservatori e degli afghani: i tre giorni di tregua, i primi della lunga guerra afghana, durante la festa religiosa di Eid al-Fitr e poi il primo incontro dopo molti anni tra alcuni rappresentanti dell’amministrazione Trump e gli esponenti del movimento talebano, un incontro avvenuto a Doha, in Qatar, e al quale ha partecipato anche Alice Wells, responsabile delle questioni asiatiche per il Dipartimento di Stato Usa.

Due episodi importanti: dimostrano che in Afghanistan gli equilibri diplomatici e politici stanno cambiando e che finalmente qualcuno ha il coraggio non soltanto di parlare di negoziato ma di gettarne le basi, a dispetto della situazione sul terreno: da una parte i successi militari sbandierati dai Talebani e dall’altra il crescente numero di bombardamenti degli americani.

Per dare seguito a questa nuova fase politica, ancora incerta ma inedita e potenzialmente favorevole, il presidente Ghani – d’accordo con i partner americani – da tempo pensava a un secondo cessate il fuoco da lanciare in occasione di un’altra festività religiosa, l’Eid al-Adha, celebrata in Afghanistan il 20 agosto. Così ha deciso di fare, proponendo non un cessate il fuoco incondizionato di tre giorni, come fatto a giugno, ma una tregua di due mesi, condizionata all’adesione esplicita dei Talebani.

Com’era prevedibile, i Talebani non hanno accolto l’offerta. Perlomeno non in modo esplicito. Nel corso della settimana precedente l’inizio della tregua, hanno preso d’assalto la città di Ghazni, cruciale per la sua posizione, lungo la via principale che dalla capitale conduce verso il sud del Paese. Cinque giorni di scontri, con decine di civili e militari uccisi, che hanno fatto guadagnare visibilità ai Talebani, sconfitti soltanto grazie all’intervento delle forze speciali e dell’aviazione americana.

In questi primi giorni di tregua gli studenti coranici non hanno rinunciato alle attività militari “regolari”, senza però affondare il colpo. Per ora sembra che i barbuti abbiano optato per una sorta di adesione parziale, informale e tacita. Una scelta conveniente. Da un lato evita di accreditare come interlocutore legittimo Ashraf Ghani e il suo governo, ritenuto subalterno a Washington e già abile nel capitalizzare il successo della prima tregua, da lui fortemente voluta. Dall’altro consente loro di non rischiare fratture eccessive all’interno del movimento e della stessa leadership che, nel corso della prima tregua, ha dimostrato sì di saper tenere le fila, convincendo anche i comandanti sul terreno della necessità di deporre le armi, ma teme le spinte in direzione contraria al negoziato di pace.

Ghani, dunque, rischia grosso. I Talebani possono abbassare la testa per qualche tempo ma rinunciare a colpire duro nelle settimane che precedono le elezioni parlamentari del 20 ottobre sarebbe una mossa considerata azzardata da molti barbuti, ancora divisi su tempi, modi e obiettivi del negoziato.

Un negoziato che per ora non c’è ma che potrebbe assumere una forma più concreta nei prossimi mesi. In una recente intervista su Voice of America, il colonnello Christopher Kolenda, consulente del Pentagono e tra gli artefici dei colloqui tra rappresentanti di Washington e Talebani in Qatar, è stato chiaro. Sostiene che se si vuole sapere cosa hanno in mente gli studenti coranici bisogna passare per il loro ufficio di Doha, una sorta di rappresentanza diplomatica che ben rappresenta la linea della leadership politica, nascosta - qualcuno precisa “ospitata” - in Pakistan.

Secondo Kolenda, la presenza delle truppe straniere rimane una questione cruciale ma il ritiro può essere discusso durante il negoziato vero e proprio e non ne costituisce la condizione preliminare, come invece ripetono i Talebani nelle loro dichiarazioni pubbliche. Secondo il colonnello è fisiologico che gli avvicinamenti reciproci tra americani e barbuti siano accompagnati da un conflitto anche duro.

I Talebani puntano, come i loro avversari, a sedersi al tavolo negoziale in una posizione di forza, quanto meno apparente. Perché se è vero che hanno resistito alla lunga occupazione del Paese è altrettanto vero che non sono in grado di rovesciare il governo di Kabul militarmente, né di mantenere il controllo del territorio per lungo tempo - se non quello rurale, meno rilevante per Kabul e Washington -. Possono prendere d’assedio per qualche giorno le città di Kunduz o Ghazni, Maimana o Farah, ma non controllarle.

Che lo si guardi con gli occhi dei funzionari di Washington o dei barbuti di Kandahar, strategicamente il conflitto è a uno stallo. È tempo dunque di negoziare.

I Talebani stanno ampiamente sfruttando questo nuovo scenario. Nel mese di agosto hanno inviato delegazioni in Uzbekistan e Indonesia, mentre rimangono frequenti i viaggi in Cina.

Il 4 settembre Mosca avrebbe dovuto ospitare un incontro importante, con i rappresentanti dell’Emirato islamico e dei Paesi della regione. Washington e Kabul hanno storto la bocca, ritenendo l’iniziativa una mossa azzardata, un tentativo di intestarsi la partita negoziale. Ampiamente annunciato, l’incontro alla fine è stato rinviato.

Che le cose non stessero andando per il verso giusto si è capito quando sono cominciate a circolare voci su un bombardamento nell’Afghanistan nel nord, al confine con il Tajikistan, contro un convoglio di Talebani e trafficanti. Incerti i responsabili: russi o tajiki? O qualcuno che intendeva sabotare i piani di Mosca? Comunque sia andata la faccenda, il segnale è arrivato. La conferenza di Mosca è stata rinviata. E dopo un colloquio telefonico con il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov, il presidente Ashraf Ghani si è rassicurato: il governo di Kabul verrà coinvolto nell’organizzazione dell’incontro moscovita.

Intanto, nella capitale afghana, si fanno sempre più insistenti le voci di un probabile nuovo incontro tra gli emissari di Trump e quelli di mullah Habaitullah Akhundzada, leader dei Talebani. Si tratterebbe di un secondo incontro, preliminare al negoziato vero e proprio. C’è ancora tempo prima che Washington capisca e ammetta che, come sostiene il colonnello Christopher Kolenda, «per nessuno è una posizione invidiabile quella di mantenere delle truppe di combattimento in un Paese a mezzo mondo di distanza e circondato da potenze che quelle truppe non le vogliono affatto».

@battiston_g 

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