Obama il temporeggiatore: il piano tampone degli USA per l’Afghanistan

La visita negli USA del Presidente afghano Ashraf Ghani e del Chief Minister Abdullah Abdullah è servita a ufficializzare talune modifiche nel calendario per il ritiro delle truppe americane dall'Afghanistan. Come annunciato dal Presidente Obama, infatti, il numero dei soldati impiegati nel Paese (attualmente pari a 9.800) rimarrà inalterato nel 2016.

Washington, UNITED STATESAfghanistan's President Ashraf Ghani (L) reaches out to shake hands with U.S. President Barack Obama after their joint news conference at the White House in Washington March 24, 2015. REUTERS/Jonathan Ernst


Si tratta di un sostanziale passo indietro da parte dell'Amministrazione americana, la quale aveva sino a poco tempo fa sostenuto la necessità di dimezzare il contingente alla fine di quest'anno. Esso è certamente il frutto dell'abile azione diplomatica portata avanti da Ghani sin dai primi giorni del suo insediamento. D'altronde, che quello di restaurare un rapporto di fiducia con gli USA fosse uno dei suoi principali obiettivi è stato chiaro da subito. Come primo atto da capo dello Stato, Ghani ha deciso di firmare un Accordo Bilaterale di Sicurezza che garantisse le truppe americane durante la loro permanenza in Afghanistan, proprio a voler segnare una forte discontinuità rispetto al governo Karzai, le cui relazioni con Obama avevano subìto un forte deterioramento durante l'ultimo biennio del suo mandato.

Il dietrofront della Casa Bianca, tuttavia, non rappresenta solamente una concessione nei confronti di un governo amico. Modificare il piano iniziale per il ritiro delle truppe equivale ad ammettere di aver commesso degli errori in fase di pianificazione strategica. D'altra parte, il 2014 è stato un anno record per il numero di vittime tra i civili, con un bilancio di 3.699 morti e 6.849 feriti, in aumento del 22% rispetto all’anno precedente. Sono state, inoltre, circa 5.000 le perdite subite dalle forze di sicurezza locali, principalmente nel corso di scontri con l'insorgenza. Sebbene le forze governative siano riuscite sinora a mantenere il controllo dei principali centri urbani del Paese, le milizie ribelli hanno rafforzato la loro presenza in vaste aree rurali, non solo nelle loro tradizionali roccaforti nel sud e nell’est del Paese, ma anche in alcune province settentrionali. La precarietà del quadro di sicurezza appare peraltro destinata ad aggravarsi già a partire dalle prossime settimane, con la ripresa stagionale dei combattimenti.
Reuters La presenza di un contingente americano piuttosto cospicuo anche nel 2016 consentirà di portare avanti con maggiore continuità i programmi di addestramento alle forze di sicurezza locali, e cosa ancora più importante nel breve periodo permetterà alle truppe locali di continuare ad avvalersi del supporto aereo e logistico americano durante le loro operazioni. È proprio questo, infatti, il settore in cui le forze di sicurezza afghane appaiono per ora più carenti.

Tale decisione, inoltre, dovrebbe consentire agli americani di continuare ad operare dalle basi di Kandahar e Jalalabad. Quest'ultima è di primaria importanza per la strategia americana di contrasto al terrorismo, poiché è proprio da qui che partono i droni utilizzati dalla CIA nelle operazioni contro al-Qaeda e i gruppi alleati effettuate nell'est del Paese e nelle zone di frontiera del Pakistan. Presenza che potrebbe rivelarsi ancora più preziosa alla luce del tentativo di penetrazione nella regione da parte dello Stato Islamico, elemento sul quale Ghani ha fatto molta leva, sfruttando i timori nutriti dagli americani e dal resto della comunità internazionale nei confronti dell’espansione del Califfato.

Il principale obiettivo del nuovo piano americano, dunque, è quello di sostenere le forze di sicurezza afghane in quella che si preannuncia come la fase in assoluto più delicata dell'intera missione. Non a caso, proprio durante la visita negli USA di Ashraf Ghani, la Casa Bianca si è impegnata a mantenere le forze militari e di polizia afghane sugli attuali livelli numerici, assicurandone il finanziamento sino al 2017. Poche settimane fa, un rapporto dello US Special Inspector General for Afghan Reconstruction evidenziava come il personale dell'Esercito Nazionale Afghano si sia ridotto, in termini numerici, di circa l'8,5% tra il febbraio 2014 e lo stesso mese del 2015, raggiungendo i livelli più bassi dal 2011. Si tratta di un importante campanello d'allarme, oltre che di un fenomeno suscettibile di amplificarsi in caso di significativi successi da parte dei Taliban e di un conseguente peggioramento del morale tra le truppe locali. Un’eventualità da scongiurare a tutti i costi per gli USA, che in questi anni hanno speso circa 70 miliardi di dollari in aiuti militari per l’Afghanistan.

Più di ogni altra cosa, dunque, rivedere la programmazione per il ritiro delle truppe serve a prender tempo. Messa da parte ogni velleità di un successo militare sui Taliban, l'obiettivo principale degli Stati Uniti e dello stesso governo afghano è quello di resistere, sperando nell'esito positivo di una soluzione di tipo negoziale. Al momento, si tratta di poco più di un semplice auspicio poiché, nonostante lo spirito di collaborazione ostentato dal Pakistan e l'intervento della Cina nelle vesti di mediatore, trattative vere e proprie tra i Taliban e le autorità di Kabul non sono state ancora avviate. E con l'ormai imminente ripresa dei combattimenti tale ipotesi diverrà sempre meno facilmente percorribile. Non è da escludere l'ipotesi che le milizie ribelli preferiscano attendere ancora qualche mese per decidere il da farsi, in modo da verificare gli attuali equilibri di forze sul terreno. D'altronde i Taliban sanno di avere il tempo dalla loro parte. Anche in occasione della visita di Ghani, il Presidente Obama ha ribadito, infatti, che il ritiro delle truppe americane verrà completato entro la fine del 2016 (eccezion fatta per la presenza di un contingente di circa 1.000 uomini). Con il passare del tempo, tuttavia, sarà sempre più difficile per il Presidente afghano ottenere il sostegno compatto del suo governo e dei principali attori politici nazionali. Già nelle ultime settimane, Abdullah Abdullah ha espresso il proprio scetticismo circa l'opportunità di negoziare con i Taliban ed è possibile che la sua posizione si radicalizzi nei prossimi mesi, trasformandosi in una opposizione netta nei confronti di tale ipotesi.

Incassato il sostegno “a tempo” degli Stati Uniti, viene ora il difficile per Ashraf Ghani. Il governo di unità nazionale ha avuto certamente il merito di ridurre le tensioni nel Paese, evitando che potesse finire sull'orlo di una nuova guerra civile. Tuttavia, era chiaro già dall'inizio che la coabitazione mediata dagli USA avrebbe avuto un impatto negativo sull'azione di governo, rendendola meno efficace e tempestiva. Ad oltre sei mesi dall'insediamento di Ghani e Abdullah, molti ministeri sono ancora vacanti (una lista di candidati è stata consegnata al Parlamento solo poche ore prima della partenza dei due verso gli Stati Uniti). Anche a livello locale, una larga parte dei governatori provinciali opera pro-tempore, a conferma delle difficoltà della coabitazione tra i vertici politico-istituzionali.

Tutto ciò si ripercuote inevitabilmente sulla capacità dell'esecutivo di adottare riforme utili per contrastare la corruzione e rilanciare l'economia del Paese, due elementi fondamentali per contrastare la retorica talebana. Per avere un'idea della difficoltà del compito che attende le autorità di Kabul, basti pensare che sebbene solo il 12% circa dei terreni in Afghanistan siano arabili, l'agricoltura impiega quasi l'80% della forza lavoro afghana e produce circa il 20% del Prodotto Interno Lordo. Cresciuta tra 2002 e 2012 a un tasso medio annuo di circa il 9%, l'economia afghana ha poi fortemente risentito del progressivo ritiro dei soldati stranieri, facendo registrare, nel 2013 e nel 2014, un aumento del PIL del 3,7 e dell'1,5%, e rimane ancora oggi in larga parte dipendente dagli aiuti internazionali.

Sebbene Ghani abbia dichiarato di fronte al Congresso americano l'obiettivo di un Afghanistan autosufficiente entro la fine del decennio, la strada da percorrere è ancora molto lunga e irta di ostacoli, passando necessariamente attraverso la strettoia dei negoziati con i Taliban, unica vera chance per mettere fine ad anni di guerre e violenze.
@daniele_grassi_

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