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L'immutabile guerra del Kashmir uccide ancora

Il Pakistan ha di nuovo violato il cessate il fuoco e l'India ha risposto. Sei le vittime. Tutto nella norma. Ma il conflitto che dura da 70 anni, nel 2017 ha avuto un record di violazioni: più di una al giorno. E la situazione interna dei due Paesi alimenta le tensioni

Poliziotti di guardia al Centro di addestramento della polizia della Central Reserve nel distretto Pulwama del sud del Kashmir.  REUTERS/Danish Ismail
Poliziotti di guardia al Centro di addestramento della polizia della Central Reserve nel distretto Pulwama del sud del Kashmir. REUTERS/Danish Ismail

New Delhi - A cavallo dello scorso weekend le tensioni lungo la Linea di controllo – il confine cuscinetto che separa il Kashmir  indiano da quello pachistano – si sono nuovamente intensificate, riportando l’attenzione di New Delhi e Islamabad sull’annosa questione kashmira che, dal 1947, vede India e Pakistan confrontarsi militarmente per una contesa territoriale tra le più longeve nella storia contemporanea.

Nella giornata di domenica, secondo quanto riportato da funzionari governativi indiani, l’esercito pachistano ha violato il cessate il fuoco con colpi di artiglieria e mortaio caduti nel distretto di Poonch e Rajouri, uccidendo quattro soldati indiani e ferendo cinque persone, tra personale militare e civili.

Come solito, al bombardamento pachistano è seguita un’azione bellica uguale e contraria da parte dell’esercito indiano che, secondo Islamabad, avrebbe provocato la morte di due civili: una donna e un adolescente.

Poche ore prima, commentando l’attacco subìto dai contingenti indiani in Kashmir, il ministro degli Interni indiano Rajnath Singh aveva spiegato di aver dato ordini precisi alle truppe di stanza lungo la Linea di controllo: «Le nostre forze spareranno un numero illimitato di proiettili per reagire anche a un solo proiettile esploso». Nelle stesse ore, durante una conferenza stampa, il vice capo delle forze armate indiane, generale Sarath Chand dichiarava che «Il contrattacco era ovvio, non credo di doverlo nemmeno dire. Le nostre azioni parlano per noi».

La naturalezza delle dichiarazioni indiane fa il paio con quelle pachistane, con l’esercito di Islamabad a spiegare che «come al solito» le truppe hanno risposto al fuoco «silenziando le armi da fuoco indiane» nella giornata di lunedì, quando il Paese ha celebrato il Kashmir Solidarity Day.

Per dare la misura dell’angosciante normalizzazione di un conflitto a bassa intensità portato avanti da decenni, basti pensare che nel 2017 si è registrato il record di violazioni sin dall’entrata in vigore del cessate il fuoco bilaterale, siglato nel 2003 nel tentativo di interrompere uno scontro a fuoco durato per ben 13 anni. E dall'inizio del 2018 sono già morte più di una dozzina di persone

Secondo i dati divulgati  dalla chief minister del Jammu e Kashmir, Mehbooba Mufti, tra il 2015 e il 2017 l’esercito pachistano ha violato il cessate il fuoco 834 volte, uccidendo 97 persone, di cui 41 civili. La progressione delle violazioni (222 nel 2015, 233 nel 2016 e 379 nel 2017) da parte dell’esercito pachistano racconta una situazione in costante precipitazione, un conflitto continuo di cui non si riesce a intravedere né un epilogo né un’aderenza verosimile all’impegno di sospendere le ostilità.

Pur prendendo per buone le statistiche divulgate dalle istituzioni indiane – per forza di cose viziate dal sospetto di parzialità – il lasso di tempo 2015-2017 si sovrappone ai primi tre anni della premiership di Narendra Modi che, forte di una maggioranza schiacciante alla camera bassa del parlamento indiano, si pensava potesse incarnare l’uomo forte in grado di riaprire il tavolo delle trattative con Islamabad fatto saltare dall’India nel 2013, in seguito a due imboscate tese dalle truppe pachistane ai soldati indiani dispiegati lungo la Linea di controllo.

Modi, a capo del partito nazionalista hindu Bharatiya Janata Party (Bjp) noto per le proprie posizioni scioviniste e anti-musulmane mutuate dall’ultrainduismo extraparlamentare, il 25 dicembre del 2015 aveva stupìto l’opinione pubblica nazionale recandosi per una visita lampo a Lahore, in Pakistan, presenziando al compleanno dell’allora primo ministro pachistano Nawaz Sharif: un segnale dall’alto valore simbolico che lasciava intendere un feeling crescente tra i due leader. Due settimane dopo, un attentato terroristico alla base aerea di Pathankot (Kashmir indiano) – secondo New Delhi, pianificato e appoggiato dall’esercito pachistano, accusa che Islamabad ha immediatamente rispedito al mittente - avrebbe fatto definitivamente naufragare le speranze di una riapertura del dialogo.

Oggi più che mai, le rispettive situazioni politiche locali hanno relegato l’ipotesi di un’apertura sull’asse Islamabad-New Delhi in fondo alle priorità governative: il Pakistan, ripiombato nel caos in seguito all’interdizione dai pubblici uffici che ha messo fuori gioco Nawaz Sharif e attualmente "governato" ad interim da un fantoccio di Sharif, quest’anno dovrebbe andare alle urne in un clima di incertezza totale, tra instabilità interna, ambivalenza nella lotta al terrorismo di matrice islamica e l’ombra onnipresente dei vertici militari; l’India si avvicina invece alle politiche del 2019, dove Modi sicuramente cercherà la rielezione spingendo l’acceleratore sul tema dell’identità hindu.

In questo contesto, approcci critici alla normalizzazione del conflitto indo-pachistano sono quantomeno improbabili.

@majunteo

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