Perché gli arabi investono nel calcio europeo (ma non in Italia)

Nel calcio europeo i soldi del Golfo sono arrivati a poco a poco, assieme a quelli dei vari oligarchi russi e dei fondi di investimento Usa. Superando la diffidenza iniziale del pubblico, gli emiri hanno mano a mano ampliato la propria sfera di intervento, dalle semplici sponsorizzazioni, alle acquisizioni e ai diritti tv, fino a mettere radici in quasi tutti i principali campionati del continente.

Manchester United's Phil Jones heads the ball while challenged by Arsenal's Bacary Sagna (R) during the English Premier League soccer match at Emirates Stadium in north London April 28, 2013. REUTERS/Eddie Keogh

Una pioggia di denaro senza precedenti, che difficilmente si può spiegare con la sola ricerca di un investimento fruttifero. Passando in rassegna la cronologia delle intese economiche tra investitori arabi e club europei si capisce come il ritorno dell’investimento rappresenti solo una, e non la più importante, delle leve che spingono a investire nel calcio europeo.

Italia fuori dal giro

Dal raggio d’azione degli investitori del Golfo restano fuori, tra i campionati della top 5 europea, solo Serie A e Bundesliga tedesca, ma per ragioni molto differenti tra loro.

Nel caso tedesco l’assenza è voluta, e si spiega con il limite che impone agli investitori privati di non possedere più del 49 per cento delle quote di un club di calcio. L’unico tentativo importante fatto in Germania dagli arabi resta quello della Saudi Arabian Airlines, con il contratto di sponsorizzazione del FSV Frankfurt, ma è subito naufragato a causa delle politiche discriminatorie della compagnia di bandiera saudita, che rifiuta di trasportare sui propri voli passeggeri israeliani.

L’Italia invece è fuori dal giro per ragioni prettamente economiche. Oltre a riscuotere sempre meno seguito all’estero, e a non avere stadi di proprietà (con l’eccezione Juventus), il calcio italiano sconta anche le diverse problematiche che vanno ben al di là del settore. Uno degli ostacoli principali è costituito infatti da un sistema fiscale e contributivo e giudiziario considerato tra i meno incentivanti in Europa.

L’unica società a beneficiare dei capitali provenienti dal Golfo è stato il Milan, che da pochi giorni ha rinnovato il contratto di sponsorizzazione con Emirates, assicurandosi circa cento milioni distribuiti nei prossimi cinque anni.

Sogno Premier

Altrove è andata molto diversamente. Il paradiso per chi ha capitali da fare fruttare (e non solo nel pallone) resta la Gran Bretagna. A fare la forza del calcio inglese è la diffusione su scala globale del “prodotto” Premier League, creato a tavolino nel 1992 con la scissione dei top club dalla Football Association, la Federcalcio locale, operata proprio a fini commerciali.

Oggi la quotazione in borsa delle più importanti società di calcio inglesi rappresenta la regola e non l’eccezione, e i diritti televisivi nazionali e internazionali fruttano 2,2 miliardi di euro (quasi il doppio di quelli della serie A). Un ambiente genericamente business friendly e la tassazione favorevole hanno fatto il resto: al momento 11 dei 20 club della massima serie inglese sono in mani straniere.

I primi a farsi avanti sono stati quelli dell’Emirates, compagnia di bandiera di Dubai, che nel 2004 hanno firmato un primo contratto l’Arsenal dal valore di 150 milioni di euro, poi prolungato per altri sette anni nel 2012 con altri 200 milioni. Nell’accordo di sponsorizzazione tra i gunners e la società di proprietà del governo di Dubai sono finiti anche i diritti di naming del nuovo stadio dell’Arsenal, chiamato appunto “Emirates” e inaugurato nel 2006.

Più recente, ma anche più imponente, è l’operazione che nel 2008 ha portato il principe degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Mansour bin Zayed Al Nahyan, ad acquistare il Manchester City per 230 milioni di euro. Anche i citizens hanno un accordo di sponsorizzazione (con Etihad, compagnia aerea di bandiera degli EAU) che ricalca quello stipulato tra Emirates e Arsenal, dal valore di 450 milioni di euro distribuiti su 10 anni.

Quasi altrettanto appetibile è il mercato calcistico spagnolo, dove da qualche anno è in atto una riproposizione del clasico Barca-Real, ma giocato a colpi di contratti di sponsorizzazione milionarie. A Madrid c’è la solita Emirates. Grazie al noto pacchetto che prevede jersey sponsor e naming rights dello stadio, le merengues si sono assicurate 500 milioni di euro in 10 anni. Pur di compiacere il suo generoso partner e il nuovo potenziale pubblico, il Real non ha esitato a rimuovere la croce cristiana che campeggiava da sempre sullo stemma del club. In Catalogna invece c’è la Qatar Airways, che è riuscita a convincere il Barcellona ad abbandonare la politica ultracentenaria di rifiuto dello sponsor sulle maglie. L’accordo del con la compagnia aerea di proprietà del governo del Qatar garantisce ai blaugrana quasi 200 milioni di dollari distribuiti nell’arco di sei anni.

Per restare nella Liga, a un’altra compagnia degli EAU, il Royal Emirates Group, fa capo l’operazione di acquisizione del Getafe CF avvenuta nel 2011 per una cifra vicina agli 80 milioni di euro, mentre dal Qatar arriva Abdullah bin Nasser bin Abdullah Al Ahmed Al Thani, che nel 2010 ha comprato il piccolo Malaga per 36 milioni di euro.

Lo stesso al-Thani è il protagonista dello sbarco dei capitali arabi nella Ligue 1, il meno competitivo dei top campionati europei. Il passaggio del Paris St-Germain nelle mani del capo della Qatar Investments Authority risale al 2011. Da allora sui parigini è stata riversata una cascata di milioni, compreso un contratto di sponsorizzazione da 200 milioni sottoscritto con la Qatar Tourism Authority, che ha permesso ad al-Thani di aggirare i vincoli del Financial Fair Play.

Sempre sull’asse Qatar-Francia si muove l’operazione che ha portato Al-Jazeera, nel 2011, a comprare I diritti tv della Ligue 1 fino al 2016 per una cifra di poco inferiore ai 100 milioni di euro, oltre che quelli per trasmettere in Francia la Champions League, l’Europa League e gli Europei 2012 e Euro 2016.

Non solo per soldi

Le ragioni di questo enorme afflusso di denaro sono diverse. Come ha avuto modo di piegare tempo fa Frederic Bolotny, economista del Centre de droit et d'économie du sport dell’Università di Limoges, “esistono diversi tipi di investitori. Alcuni di loro sono alla ricerca di benefici indiretti, che fanno parte di una strategia politica più ampia”.

Allo stesso modo in cui la proprietà (e i successi) del Milan possono avere aiutato l’ascesa politica di Berlusconi in Italia, così i nuovi proprietari del Golfo sperano di rafforzare, attraverso il pallone, il proprio prestigio in patria e all’estero. In questo senso, gli investimenti nell’ammirata Premier League rispondono alla stessa logica di quelli fatti nel settore automobilistico con marchi di lusso come Porsche e Daimler.

Oltre al prestigio, la visibilità assicurata dal calcio garantisce poi una maggiore influenza a livello globale e una maggiore sicurezza in ambito geopolitico. Il caso emblematico è quello del Qatar: da uomo di formazione militare l’emiro Hamad bin Khalifa Al Thani, al governo dal 1995, ha inserito gli investimenti nel calcio (in Qatar si terrà anche la contestata edizione 2022 dei Mondiali) nell’ambito di una strategia a più ampio raggio volta a rendere il suo stato meno vulnerabile.

Il tornaconto economico, insomma, è solo un aspetto di queste operazioni, e talvolta manca del tutto. Alcuni spese folli e a fondo perduto, ne sono la prova. Significativo è proprio il caso del Manchester City, che per arrivare a conquistare il primo titolo inglese dopo 44 anni di digiuno, nel 2012, ha speso quasi 1,2 miliardi di euro (stima Daily Telegraph) in quattro anni. Di questi, solo una parte (circa un terzo) è stata generata dal club, mentre il resto li ha versati direttamente l’Abu Dhabi United Group for Development and Investment (Adug) dello sceicco Mansour. Di logica economica manco a parlarne.

@carlomariamiele

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