«Il padre-padrone malvagio, la fine violenta del suo primo matrimonio, una figlia che diventa Primera Dama e odia fratello e padre». Dopo l’ennesima caduta di un presidente, lo scrittore Jeremías Gamboa usa anche la fiction per spiegarci il Perù che «non riesce a liberarsi dal fujimorismo»

Manifestazioni davanti al Congresso peruviano durante una sessione per accettare le dimissioni del presidente Pedro Pablo Kuczynski a Lima, in Perù. REUTERS / Mariana Bazo
Manifestazioni davanti al Congresso peruviano durante una sessione per accettare le dimissioni del presidente Pedro Pablo Kuczynski a Lima, in Perù. REUTERS / Mariana Bazo

«Il Perù sembra una tragedia shakespeariana con i malvagi che guardano verso il pubblico e spiegano loro quello che succede». Jeremías Gamboa è uno dei migliori scrittori peruviani. E per capire cosa stia succedendo in Perù non bastano gli analisti politici. Meglio ricorrere ad altri sguardi, come il suo. Nato nel 1975 da una famiglia umile di Lima, una ricca esperienza da giornalista e poi da editor, si è fatto conoscere dieci anni fa con una raccolta di racconti (Punto de fuga) per essere poi consacrato nel 2013 con il romanzo Contarlo todo. Da lui è rimasto folgorato il decano dei narratori latinoamericani, Mario Vargas Llosa.


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Il Perù che Jeremías Gamboa prova a decifrare per eastwest.eu ha i tratti di una cronaca crudele e di un melodramma amaro. Tra la tragedia e la teleserie. «Una tragedia dal finale aperto – dice, sorridendo - sembra che tutti finiranno per morire o che organizzino insieme la loro stessa impunità». Alla fine, ammette di sentirsi «sconcertato», neanche più arrabbiato.

Cosa sta succedendo nel Paese andino? La situazione politica è precipitata: Pedro Pablo Kuczynski (chiamato PPK), dopo solo 20 mesi alla presidenza, si dimette il 21 marzo scorso. Su di lui pesano le accuse di corruzione, quando era ministro e uomo d'affari, nella grande tempesta dello scandalo Odebrecht. Al suo posto,  Martín Vizcarra, suo vice, rientrato dal Canada dove fungeva da ambasciatore.

Tutto qui? No, siamo in Perù, non può essere così semplice.

Nel 2016 il 79enne PPK sconfigge per una manciata di voti Keiko Fujimori, la figlia dell'ex-dittatore Alberto, che pure aveva strappato la maggioranza in parlamento. Debole e ricattato, a fine dicembre, per sfuggire all'impeachment baratta una decina di voti con Kenji, il fratello di Keiko, in cambio dell'indulto al loro padre, il nemico acerrimo.

Kuczynski si salva tra lo sdegno generale ma provoca un dramma politico e soprattutto familiare nel fujimorismo: la figlia teme il ritorno del padre e odia il fratello a tal punto da far registrare e pubblicare la compravendita di congressisti che Kenji mette in atto per salvare ancora una volta PPK. Video diffusi. Una tempesta perfetta. Ma, soprattutto, un ritorno ai fantasmi del passato: all'epoca di Fujimori padre, il suo braccio destro, l'onnipotente Vladimiro Montesinos comprava chiunque, videoregistrava gli incontri, ricattava.

«Non riusciamo a liberarci dal fujimorismo – racconta Gamboa - E ho l'impressione che il fujimorismo lo può uccidere solo il fujimorismo. Temo che noi non ce la faremo, noi che lo abbiamo combattuto e gioito per il ritorno della democrazia». Ma cos'è questo fantasma che tiene in scacco il Paese? «E' un fenomeno di populismo di destra, conservatore ma senza principii ideologici, una specie di peronismo violento, un coagulo di gruppi di potere, di congressisti impresentabili e bugiardi, un vero continente politico. Ma, soprattutt,o è un capitale simbolico, che resiste tra larghi strati popolari nel ricordo di un Fujimori capace di stabilizzare l'economia e vincere il terrorismo». Una narrazione che è anche un capitale politico attorno a una saga familiare: «Abbiamo tutti gli elementi per una serie di Netflix: il padre-padrone malvagio, la fine violenta del suo primo matrimonio, una figlia che per un periodo diventa pure Primera Dama, la stessa che odia fratello e padre».

Un intero cast di personaggi si muove nel saliscendi di autoritarismi e democrazie, dove la corruzione compare come una presenza fissa. Un personaggio in più. Anzi, il protagonista vero. Corruzione e impunità hanno modellato il Paese nel profondo. Jeremias Gamboa si ferma un attimo. E ricorre al maestro, a Vargas Llosa: «Il suo libro Le conversazioni nella Cattedrale esce nel 1968, cinquant'anni fa, e racconta della dittatura degli anni '50: tutta la società appare divorata dalla corruzione, tutti sono immersi in un sistema in putrefazione. Cosa è cambiato?»

Allora come oggi: «Sono entrato all'università quando Fujimori entrava a palazzo. Per la mia generazione la corruzione mafiosa coincideva con il fujimorismo. In un sistema democratico, certo, ci sono scandali ma la verità era un'altra. E così siamo passati dalla rabbia al cinismo».

Odebrecht è stata una slavina e ha scoperchiato qualcosa di inguardabile e di indicibile: «Pensavamo: almeno il potere giudiziario funziona. Ma quando vedi un'intera classe dirigente sotto accusa e generazioni di dirigenti politici coinvolti, capisci che c'è qualcosa di più profondo». Non solo Fujimori e ben prima di PPK: Alejandro Toledo (2001-2006) è in fuga da un mandato di cattura, Alan Garcia (2006-2011) è indagato, Ollanta Humala (2011-2016) in carcere con la moglie e la rivale di tutti, Keiko Fujimori, sotto inchiesta.

Una catastrofe. «Un ciclo storico di corruzione democratica», lo definisce lo scrittore.

Cosa succederà ora in Perù? Il fujimorismo vive una serie di spasmi e una lotta intestina senza esclusione di colpi ma ogni volta che viene dato per morto, sembra riprendere vita: «Penso in che cosa si incarnerà il fujimorismo. E potrebbe essere qualcosa di terrifico. Sappiamo che la realtà supera sempre la fantasia».

E sull'altro fronte? Chi è Martín Vizcarra? «Un'incognita», dice subito Gamboa. Poi prova a spiegarla: «A differenza di PPK ha una lettura politica del paese. Riesce a leggere quello che succede, dà delle direzioni. È uno che sa stare al timone per tenere in acqua la nave. Ma resta un'incognita: potrebbe transitare il Paese verso qualcosa di decente o potrebbe finire in un patto di impunità per tutti».

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