In Perù il mite Vizcarra sta sgretolando un sistema di potere mafioso

Il fermo di Keiko Fujimori è l’ultimo atto di un terremoto che ha portato davanti ai giudici tutti gli ex leader peruviani. Incoraggiato dalle mobilitazioni di piazza, il nuovo presidente ha dato il via a una stagione di riforme. E punta a chiudere una volta per tutte con il fujimorismo        

Il presidente peruviano Martin Vizcarra. REUTERS/Mariana Bazo
Il presidente peruviano Martin Vizcarra. REUTERS/Mariana Bazo

Il Perù non si sottrae al terremoto che sta ridisegnando la geografia politica del Sud America. Lo fa naturalmente a modo suo, con quel tanto di dramma da teleserie cui ci ha abituati in questi anni. Nel giro di poco tempo si è visto un presidente, arrivato al governo in modo inaspettato, diventare una pop-star. Mentre decine di politici finivano sotto inchiesta, lo stesso sistema giudiziale veniva scosso da eclatanti scandali. Persino i Fujimori sono sotto una luna nera: Alberto, il patriarca ex-dittatore, si è visto annullare l'indulto e alla figlia Keiko, finora la politica più popolare nel Paese, è stato comminato (mercoledì 10 ottobre) un fermo di dieci giorni nell'ambito di un'inchiesta per lavaggio di denaro.

Sarà come dice Alberto Vergara, politologo dell'Università del Pacifico, che «in Perù niente è strutturato, nessuno ha molti principi. Tutto è fluido, tutto si muove da un lato all'altro». Ma in questo scenario sdrucciolevole, cosa sta succedendo?

Tutti i presidenti ancora in vita sono stati condannati o sono sotto processo per corruzione: oltre a Fujimori (1990-2000), stessa sorte è capitata a Alejandro Toledo (2001-2006), Alan Garcia (2006-2011), Ollanta Humala (2011-2016). E così all'ultimo, eletto due anni fa, Pedro Pablo Kuczinski: accusato di aver incassato fondi neri dal colosso brasiliano Odebrecht, si era all'inizio salvato in parlamento grazie a una pattuglia di fujimoristi guidati da Kenji, l'altro figlio dell'ex-dittatore, che a fine dicembre ha barattato il voto di fiducia con l'indulto al padre. Ma è durato il tempo di un nuovo scandalo e le dimissioni sono diventate inevitabili.

A succedergli nel marzo scorso il vice, Martin Vizcarra, uomo mite e di buona reputazione, così lontano dagli intrighi di Lima che aveva preferito esercitare il suo incarico assieme a quello di ambasciatore, lontano dal Paese, in Canada. Arrivato fortuitamente al potere, con un parlamento rissoso e ostile (a maggioranza fujimorista), nessuno avrebbe scommesso che potesse reggere. E invece, a sette mesi dall'insediamento, Vizcarra si è dimostrato tenace e molto poco impaurito. «Voglio dimostrare che si può governare questo Paese in modo decente», aveva promesso dopo i primi 100 giorni di governo.

La miccia è stata, come capita spesso in Perù, una serie di registrazioni che inchiodavano magistrati e giudici, fin su alla Corte Suprema, implicati in casi di corruzione e di accordi segreti (ben remunerati) con uomini politici, in particolare fujimoristi, per sistemare inchieste e giudizi. Quello che è venuto a galla è un sistema mafioso, che tutti sospettavano ma di cui nessuno aveva le prove: il che ha scosso l'opinione pubblica e ha dato forza al presidente di accelerare con le riforme.

Vizcarra ha puntato a cambiare il sistema di nomina dei magistrati, la non rielezione dei parlamentari, il finanziamento dei partiti e il ritorno al sistema bicamerale. Arrivati in parlamento, i progetti di legge costituzionale sono stati lasciati languire: Vizcarra ha minacciato di sciogliere l'Assemblea e ha chiamato i cittadini a referendum, previsto per il prossimo 1 dicembre.

Le mosse del presidente gli hanno fatto guadagnare una popolarità che ben pochi suoi omologhi possono vantare: gli ultimi sondaggi gli danno oltre il 60% di approvazione. Vizcarra sente un appoggio così forte che sul quesito della bicameralità, di cui è un gran sostenitore, ha invitato a votare no se il testo fosse quello uscito monco dalle commissioni parlamentari. Non solo: ha chiesto di fare un passo indietro anche al Procuratore Generale, Pedro Gonzalo Chavarry, sospettato di far parte della trama di corrotti.

Un intero blocco di potere si sta sgretolando in Perù. Il merito è prima di tutto delle grandi mobilitazioni di piazza, cresciute in questi ultimi anni, per denunciare il sistema pervasivo di impunità e di corruzione. «Se il diavolo non ci mette la coda – ha scritto di recente Gustavo Gorriti, il celebre reporter, sulla rivista Caretas – possiamo farcela a essere un Paese migliore. Però vi suggerisco di mettervi le cinture. È probabile che ci saranno turbolenze nell'aria». Nessuno sa quali potranno essere quei colpi di coda, ma di sicuro si sente un'aria nuova nel Paese. È in questo clima che la Corte Suprema ha potuto annullare l'indulto ad Alberto Fujimori, che da mesi è ricoverato nella Clinica Centenario di Lima, da cui uscirà (forse) ma solo per ritornare in cella. La stessa detenzione di Keiko Fujimori è stata clamorosa, ma non inaspettata. Inimmaginabile fino a oggi che un giudice, Richard Concepción Carhuancho, sia arrivato a tanto e per di più nei locali del tribunale dove lei era andata a contestare le accuse. Ma in realtà si aspettava da tempo.

La detenzione, peraltro, arriva a pochi giorni dalle elezioni municipali in cui il fujimorismo ha subito una serie di pesanti sconfitte, prima di tutto a Lima dove, come dice la analista Michelle Meza, tra le promotrici della piattaforma civica Reacciona.pe, «per la prima volta nella capitale ha vinto qualcuno che non era proprio carismatico, populista, pistolero, teatrante, né “un corrotto che però faceva”, ma un uomo senza scandali». Qualcosa di inaudito, insomma.

Il sistema di potere fujimorista, già sbandato nella lotta tra i due fratelli Keiko e Kenji, si era tenuto stretto proprio per difendersi dalla quantità di denunce piovute in questi anni, dalle frodi fiscali al lavaggio di denaro sporco al finanziamento illecito: il gerente di Odebrecht qualche mese fa aveva delineato i sistemi di pagamento ai candidati che via via si affrontavano ai ballottaggi e nelle ultime due occasioni Keiko è sempre arrivata a un soffio dalla presidenza.

Se un demone deve affrontare il Perù è proprio il fujimorismo e quell'impasto di impunità, violazione dei diritti, corruzione, ricatti e delitti e affari senza limite, che ha avvelenato in profondità il corpo del Paese. Forse la vera sfida di Martin Vizcarra, il presidente perbene, sarà proprio quella di far transitare il Paese fuori da un fujimorismo che sembra infinito.

@fabiobozzato 

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