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L'energia contesa del Libano parlerà francese, italiano e russo

Il consorzio Total-Eni-Novatek si aggiudica la licenza per le esplorazioni di petrolio e gas naturale al largo delle coste libanesi. Beirut celebra l’ingresso nel club dei Paesi produttori, ma le aree interessate sono rivendicate anche da Israele

I cavi di un sonar a scansione laterale sono visibili nelle acque del Mediterraneo, durante un tour di aree ritenute riserve di gas, al largo della costa libanese vicino a Beirut. REUTERS/Mohammed Azakir
I cavi di un sonar a scansione laterale sono visibili nelle acque del Mediterraneo, durante un tour di aree ritenute riserve di gas, al largo della costa libanese vicino a Beirut. REUTERS/Mohammed Azakir

Beirut - Con un tweet il Ministro per l’Energia libanese, Cesar Abi Khalil, ha aperto l’era del petrolio, “Congratulazioni alla gente del Libano, stiamo entrando nel club dei Paesi produttori”. L’ufficialità della licenza al consorzio costituito da Eni, Total e Novotek per l’esplorazione di due aree al largo delle coste del sud del Libano è arrivata giovedì. La sessione di gabinetto, presieduta dal presidente della repubblica Michel Aoun, è stato il primo passo per portare avanti lo sviluppo offshore di petrolio e gas. Adesso la penna è in mano ai tre colossi dell’energia che dovranno firmare i contratti. Le licenze sui due blocchi, consentono alle società di scandagliare le aree denominate 4 e 9. Mentre la perforazione è prevista per il 2019, il gruppo ha solo un mese per preparare documenti legali, amministrativi e tecnici prima di firmare i contratti di condivisione della produzione con il governo.

“Il lavoro di esplorazione nei due blocchi inizierà simultaneamente e durerà cinque anni”, le parole del ministro dell'Energia durante la conferenza stampa in televisione di venerdì 15 dicembre. “Il Governo beneficerà di royalties, tra cui tasse e quota di produzione, che oscilleranno tra il 65% e il 71% nel blocco 4, e tra il 55% e il 63% nel blocco 9”, ha concluso il rappresentante dell’esecutivo di Beirut.

Con un debito pubblico pari a circa il 150% del suo Pil, fonte Fondo Monetario Internazionale, e una economia appesantita dalle conseguenze, in termine di rifugiati, della guerra civile siriana, il Libano crede fortemente nelle proprie potenzialità energetiche e nelle conseguenti entrate. Un aiuto fondamentale per sostenere le fragili scelte di politica economica intraprese durante l’ultimo mandato del Governo di Beirut. In realtà l’offerta del consorzio italo-franco-russo è stata l’unica. Nonostante già dal 2011 il Libano era ufficialmente a conoscenza dell’altissima probabilità di trovare gas e petrolio nelle profondità dei suoi mari, l’instabilità legata all’area, le dispute marittime con Israele e la mancanza di una legislazione in materia hanno mantenuto lontano i possibili investitori. “Le indagini sismiche hanno mostrato la presenza di almeno 96 trilioni di metri cubi di gas e 850 milioni di barili di petrolio”, le parole nel 2013 di Gebran Bassil, ex ministro dell’Energia e attuale ministro degli Esteri.

Al centro dell’attenzione il blocco 9, uno dei tre che si trovano nelle aree contestate da Israele. Sebbene le controversie sui confini marittimi sono estremamente comuni e non peculiari del Libano e dei suoi vicini, in ciascuno dei mari più importanti del mondo infatti si possono trovare tali dispute, nel Mediterraneo Orientale la questione si fa più complicata. L’impossibilità di imbastire un tavolo negoziale diretto tra Israele e Libano, i cui rapporti diplomatici sono stati interrotti come conseguenza dell’intervento di Tel Aviv nella guerra civile libanese, è un grosso ostacolo al raggiungimento di un accordo. Un ulteriore fattore che rende la situazione di difficile soluzione, è la mancata rettifica da parte di Israele delle leggi marittime, una legislazione stipulata nel quadro delle Nazioni Unite. Beirut quindi non può costringere Tel Aviv davanti ad una corte per la dirimere il caso. Ciò lascia al Libano una sola linea d'azione: la mediazione di terzi attraverso le Nazioni Unite. A questo proposito il primo ministro Saad Hariri ha affermato pochi mesi fa che il Libano sta lavorando sul caso con gli Stati Uniti, intermediario scelto per trovare il giusto compromesso.

Negli ultimi anni le scoperte di grandi riserve di gas e petrolio nel Mediterraneo orientale, tra cui il gigantesco deposito di Zohr nelle acque egiziane e il Leviatano al largo delle coste israeliane, hanno alzato considerevolmente l’interesse europeo, soprattutto francese e italiano, per l’area. Aprifila dell’espansione energetica è la Total che ha sostanzialmente propiziato il consorzio che si occuperà dei giacimenti libanesi. La visita di Stato di Michel Aoun a Parigi nel settembre di quest’anno è solo l’ultimo tassello di un lavoro di mediazione lungo e complicato che vede la Francia attore protagonista e partner di primo livello per il Libano.

Parigi ha cercato e trovato un’alternativa per continuare ad esercitare il suo soft power in Libano dopo che i sauditi, ad inizio 2017, hanno deciso di tagliare i 3 miliardi di dollari di commesse militari made in France per l’esercito libanese. La leva energetica è fondamentale, contribuisce in modo significativo alla sopravvivenza del modello politico libanese, ma non è il solo asse di cooperazione tra Parigi e Beirut. La Francia, impegnata nella guerra contro il terrorismo, svolge anche un ruolo nella difesa della sovranità e dell'integrità territoriale del Libano. Questo ruolo, diplomatico e militare, si estende anche al fronte israeliano-libanese dove Parigi schiera, insieme a quello italiano, uno dei contingenti più importanti dell'Unifil.

Ma Total da sola non avrebbe potuto investire in Libano: troppo alti i rischi connessi alle turbolenze politiche del territorio. L’esperienza cipriota della società francese è stata uno spartiacque nel suo modello di intervento. Quest’anno il governo turco, sponsor della Repubblica di Cipro del Nord, ha accusato Total di trivellare illegalmente nelle acque territoriali di Nicosia del nord. Ankara ha aumentato significativamente la pressione politica sugli interventi della compagnia energetica francese. Per far fronte a questa situazione la società transalpina ha cercato di rafforzare la sua partnership con Eni, già presente sull’isola, cedendo il 50% di un blocco di cui aveva i diritti e conseguentemente spalmando i rischi connessi. Anche Novotek, nuova nel panorama Mediterraneo, si inserisce perfettamente nel consorzio. La Russia ha due importanti basi militari in Siria ed è un attore sempre più fondamentale nel panorama mediorientale. La presenza di una compagnia russa in Libano garantirebbe quindi un’aggiuntiva rete di sicurezza all’investimento.

@LemmiDavide

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