I dubbi atlantici di Trump inquietano i governi del blocco polacco-baltico, che considerano la Nato cruciale per la loro sicurezza. Così la Polonia chiede un contingente Usa permanente sul proprio territorio. Ed è pronta a pagare. Con il rischio di infiammare lo scontro con Mosca

Un busto del compositore polacco Frederic Chopin affiancato dalle bandiere di Stati Uniti e Polonia. REUTERS / Carlos Barria
Un busto del compositore polacco Frederic Chopin affiancato dalle bandiere di Stati Uniti e Polonia. REUTERS / Carlos Barria

Se per il presidente Donald Trump la Nato è una istituzione obsoleta, come ha affermato alla vigilia del vertice dell’Alleanza Atlantica in corso a Bruxelles, per Polonia e Paesi baltici - EstoniaLettonia e Lituania - è invece uno strumento estremamente serio. È uno dei punti di ancoraggio fondamentali sulla via dell’occidente, intrapresa dal 1989 nel caso di Varsavia e nel 1991 in quello dei baltici. Sia l’una che gli altri, dopo la liberazione dal giogo moscovita, hanno sempre visto nell’Alleanza Atlantica la garante imprescindibile della propria sicurezza. Del resto non potevano né possono pensare di proteggersi da soli dal pericolo di sempre: quello rappresentato dal Cremlino.


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Negli ultimi anni la Nato, per il blocco polacco-baltico, è diventata ancora più essenziale. Lo strappo russo sulla Crimea e la guerra nel Donbass hanno risvegliato a Varsavia, Riga, Tallinn e Vilnius il timore, mai sopito a dire il vero, del revanscismo russo. La Nato ha offerto maggiore copertura, maggiore protezione. Al vertice della Nato in Galles, nel 2014, si stabilì la creazione di una Very High Readiness Joint Task Force, forte di cinquemila effettivi che presenziano il fianco nordest dell’Alleanza in base a un principio di rotazione.

Questo però accadeva al tempo della presidenza Obama e il registro ora è un po’ cambiato. L’attuale presidente statunitense, dopo essersi insediato, ha subito manifestato dubbi sul senso dell’Alleanza e sul fatto che non tutti i Paesi rispettino l’obbligo di spendere il 2% del Pil in difesa, che ora vorrebbe addirittura portare al 4%. E oscilla tra il ridimensionamento della minaccia costituita dall’influenza russa nell’Europa centro-orientale e le accuse alla Germania di essere succube di Mosca a causa della sua dipendenza energetica.

dubbi sulla Nato sono riemersi nei giorni scorsi, alla vigilia del vertice Nato e dell’incontro con l’omologo russo Vladimir Putin, il primo bilaterale effettivo tra i due, in calendario il 16 luglio. Il rapporto con Mosca, da ottimale quale doveva divenire nell’ottica del presidente americano, non è decollato. Tra i vari fattori frenanti, l’inchiesta sul Russiagate sembra quello più incisivo, quello che condiziona Trump frenandone lo slancio verso Putin. Ma il vertice prossimo venturo tra i capi delle due superpotenze viene visto, nel ramo est della Nato, come un possibile sblocco. Questo, unito alla derisione dell’alleanza da parte di Trump, ha riportato in alto l’asticella della preoccupazione, soprattutto nell’area baltica. Qualche sentimento in proposito l’ha captato in Lettonia il New York Times.

La Lettonia è il Paese baltico che vanta la più larga minoranza russa. Rappresenta un quarto della popolazione. Il rapporto tra maggioranza e minoranza è contrastato. Il governo, dopo l’indipendenza del 1991, non estese ai russi tutti i diritti di cittadinanza. Dopo l’adesione all’Ue, questo deficit si è parzialmente sanato ma i russi della Lettonia sono visti dal nazionalismo locale come un cavallo di Troia di Mosca.

Stesso discorso in Estonia, dove a ogni modo i russi, anche qui penalizzati dopo il 1991, hanno minore consistenza demografica sebbene siano maggioranza nei distretti dell’est, al confine con la Russia.

Proprio in queste aree, come in quelle lungo la frontiera lettone-russa o quella tra la Lituania e l’exclave russa di Kaliningrad, si tengono periodicamente dei war games, dall’una e dall’altra parte del limes. Sul lato occidentale di queste frontiere, oltre alle esercitazioni della Nato, sono attivi anche i gruppi di civili in armi dei tre Paesi baltici. Quello estone, la Estonian Defense League, è il più partecipato: vi sono iscritte venticinquemila persone. Sembra un numero spropositato e dovuto alla fobia pura nei confronti di Mosca ma c’è anche da dire, ecco il rovescio della medaglia, che questi gruppi completano forze armate di poco conto: quelle estoni, per esempio, hanno solo seimila effettivi. Il senso della Estonian Defense League e di altri analoghi gruppi nella regione è che la Nato assicura protezione ma ci si deve tener pronti a tutto. Anche a possibili alzate d’ingegno di Trump.

Come i baltici, anche in Polonia l’ossessione russa è forte. Per di più, il leader de facto del Paese, Jaroslaw Kaczynski, ha costruito la sua (ri)ascesa al potere sull’idea che ci sia lo zampino di Mosca nell’incidente aereo di Smolensk, che nell’aprile 2010 costò la vita al gemello Lech, presidente della repubblica, e a circa cento esponenti dello Stato, dell’intellighenzia e della chiesa della Polonia che erano con lui su quel volo.

Il caso polacco, a ogni modo, è diverso da quello baltico. Se per Estonia, Lettonia e Lituania Trump non è affidabile e l’appartenenza alla Nato conta quanto quella all’Europa, senza trascurare quella all’Eurozona, la Polonia di Kaczynski, diversamente da quella dell’ex premier Donald Tusk favorevole sia alla Nato che alla Ue, sembra prediligere l’atlantismo all’europeismo e addirittura il rapporto diretto con l’America di Trump a quello con la comunità atlantica nel suo complesso. Ne è prova evidente il fatto che Varsavia, nei giorni scorsi, abbia chiesto all’America di dispiegare un contingente fisso sul territorio polacco, mettendo sul piatto una somma consistente per coprire i costi dell’operazione che oscilla tra 1,3 e 1,7 miliardi di Euro. Mentre già a marzo il governo polacco aveva approvato l’acquisto di missili Patriot americani per 4,5 miliardi di Euro.

Kaczynski e i suoi pensano di poter convincere Trump, con cui condividono una certa visione sovranista del mondo e cui riservarono un’accoglienza trionfale quando si recò in visita a Varsavia un anno fa, presentando le note spese per la difesa, effettivamente in linea con gli impegni Nato, e proponendo - come detto - di sobbarcarsi una parte dei costi del potenziale dislocamento di truppe permanenti americane.

Ma forse non è questo l’ostacolo più alto. Il punto, infatti, è che la Nato si impegnò a suo tempo con la Russia a non piazzare contingenti permanenti nello spazio orientale dell’alleanza. Varsavia sostiene che quell’accordo non valga più e che a renderlo vano sia stata proprio la Russia - anch’essa obbligata da quel patto a non muovere truppe troppo a ovest -, per via dell’annessione della Crimea.

Ora, i polacchi chiedono un contingente americano, non uno Nato, ma è davvero difficile credere che Trump sia così sprovveduto da esaudire una richiesta del genere per la carica destabilizzante che potrebbe avere negli equilibri euro-russi. Potrà al massimo usarla come leva nel rapporto con Putin.

La chimica ideologica con Trump, c’è da credere, non produrrà i risultati in cui Varsavia spera.

@mat_tacconi

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