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Por la Razón o la Fuerza: il Cile è un pessimo vicino?

Il Perù a Nord, la Bolivia a Est e l’Argentina a Sud. Non sono solamente i paesi che confinano con il Cile, ma anche in nuovi “nemici diplomatici”di Santiago. Negli ultimi tempi, infatti, il governo di Michelle Bachelet si ritrova a dover affrontare problemi su tre fronti.

Photo credits contrainfo.com

Buona parte delle inquietudini cilene derivano da rivendicazioni relative all’Oceano Pacifico, che invece abbraccia il Cile a Ovest. In questa rosa dei venti politica, Santiago sembra aver sottovalutato le strategie dei suoi vicini capaci di farsi sentire a livello internazionale. L’ultima decisione sfavorevole è giunta dal tribunale internazionale dell’Aja, a cui la Bolivia si era appellata nel 2013 per recuperare uno sbocco sul mare, sottrattole in seguito alla Guerra del Pacifico (1879-1884), che si concluse con la vittorie del Cile su Perù e Bolivia. Quest’ultima fu costretta a cedere la regione di Antofagasta, ricca di risorse minerarie. La Paz, con il «Tratado de Paz y Amistad» del 1904, perse circa 400 km di costa.

Oggi, però, dopo anni di confronti, Evo Morales, pur non rimettendo in discussione quell’accordo, chiede che Santiago conceda un accesso sovrano ai boliviani, in virtù degli sforzi diplomatici di questi anni e delle promesse cilene. Il Perù - che ha recentemente recuperato dal Cile un’area marittima proprio grazie a una decisione della Corte Internazionale di Giustizia - ha proposto alla Bolivia di condividere l’accesso al Pacifico. La Bolivia ha ringraziato e declinato: “una questione di principio”. È innegabile, però, che la rivendicazione boliviana abbia basi prevalentemente economiche, oltre che storiche: un porto indipendente permetterebbe di ridurre i costi sulle esportazioni. Il Cile, da parte sua, non ha intenzione di privarsi di una regione in cui sono presenti impianti e gasdotti. Il 24 settembre 2015, il Tribunale Internazionale si è dichiarato competente nel giudicare il contenzioso. La difesa cilena si basava sul punto che la disputa fosse precedente al 1948, data della stipula del trattato di Bogotà, che vincola i paesi latinoamericani a risolvere le questioni all’Aja, oltre che in modo pacifico.  Una piccola vittoria per La Paz. Morales ha parlato addirittura di “giornata storica per i cittadini”, dopo aver ringraziato Papa Francesco per il suo animo “pacifista”.

La richiesta boliviana èstata incentivata dalla semi-vittoria ottenuta in precedenza dal Perù. Il 27 gennaio 2014 Lima ha ottenuto il giudizio favorevole dell’Aja, che ha obbligato il Cile a cedere 22.000 kmdi un’area marittima sovrana, peraltro molto importante per la pesca delle acciughe. Sull’onda della decisione favorevole, Ollanta Humala, presidente peruviano, ha decretato la creazione di La Yarada-Los Palos, un distretto situato nel “triangolo terrestre”, regione di frontiera rivendicata da entrambi i paesi sudamericani. Santiago, temendo una nuova sconfitta diplomatica, si è fatta nuovamente prendere dal nervosismo, sostenendo che il suddetto “triangolo non esiste”. Il deputato peruviano Víctor Belaúnde ha ben riassunto la situazione: «Il Perù deve mantenere la calma, perché le dichiarazioni cilene, con una minaccia velata di rappresaglie, mostrano un Paese non in grado di controllare le proprie parole, e questo ci favorisce. Non cadiamo nel loro gioco, manteniamo la nostra postura diplomatica». Il Perù è addirittura riuscito a minimizzare la propria presenza militare nel triangolo terrestre, portando come esempio le esibizioni cilene vicino al confine boliviano: «La vera provocazione è stata quella dell’esercito cileno, che ha compiuto esercitazioni all’estremo nord del paese, vicino alla frontiera boliviana, con chiari intenti intimidatori», ha dichiarato Alan García, ex presidente del Perù, insieme a Carlos Mesa, ex-presidente della Bolivia.

I problemi di Santiago, però, non si esauriscono a Nord, ma si estendono fino alla Patagonia, dove cominciano attriti con l’Argentina. Il motivo del contendere è un lago che si trova fra i due stati. I cileni lo chiamano “Lago General Carrera”; per gli argentini è il «Lago Buenos Aires». L’Argentina ha iniziato la costruzione di un acquedotto in grado di distribuire le risorse idriche al paese. Dal lato cileno, però, è stato visto come un furto d’acqua. E la reazione non è stata per nulla positiva. «I grandi affluenti del lago sono i fiumi che si trovano in Cile, e quindi ci stanno rubando l’acqua!», ha detto Emílio Alarcón, sindaco di Río Ibañez. Buenos Aires ha appena eletto Mauricio Macri come nuovo Presidente della Repubblica, che adesso dovrà dialogare con Santiago. Le decisioni sfavorevoli e il nervosismo diplomatico hanno ulteriormente complicato la posizione del governo cileno con i propri vicini. Una situazione, già  storicamente complessa, rischia di diventare un clamoroso autogol a livello commerciale. Atteggiamento superficiale nei confronti delle autorità internazionali; “minacce velate” e dichiarazioni al limite dell’arroganza: la strategia non sembra vincente. Forse i governi si sono fatti guidare oltremodo dal motto inciso sullo stemma del Cile: «Por la Razón o la Fuerza» («Per la ragione o la forza»). Non esattamente la prima regola del buon vicinato. 

@AlfredoSpalla

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