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Perché una portaerei Usa torna in Vietnam

A Da Nang,  teatro di una disfatta decisiva nel 1975, è arrivata nei giorni scorsi la colossale Uss Carl Vinson. È la prima volta dalla fine del conflitto che una portaerei Usa attracca in Vietnam. Ma 40 anni dopo, la sua presenza rassicura Hanoi, alle prese con le mire egemoniche della Cina

Un soldato vietnamita sorveglia la portaerei americana USS Carl Vinson dopo il suo arrivo in un porto di Da Nang, in Vietnam, il 5 marzo 2018. REUTERS / Kham
Un soldato vietnamita sorveglia la portaerei americana USS Carl Vinson dopo il suo arrivo in un porto di Da Nang, in Vietnam, il 5 marzo 2018. REUTERS / Kham

Nel 1975 Da Nang fu il teatro di una sconfitta per gli Usa che determinò l'esito catastrofico per Washington della guerra in Vietnam. Dieci anni dopo l'attracco nel porto vietnamita - avvenuto nel 1965 - gli Usa venivano dilaniati, in un conflitto passato alla storia come uno dei più tremendi per potenza di fuoco americana e per morti complessivi - 58 mila americani e oltre due milioni e mezzo di vietnamiti - e come uno dei più simbolici nel testimoniare l'approccio "imperialista" americano dell'epoca.

Michael Herr, giornalista americano - nonché co-sceneggiatore di Apocalypse Now e Full Metal Jacket - nel suo capolavoro Dispacci quella guerra l'ha raccontata, entrando a pieno titolo tra i maestri della non fiction novel, grazie a un'opera empatica, terribile nei particolari ma deliziosa nel suo stile. C'è anche Da Nang nel suo racconto: «Talvolta volavi persino con i morti», racconta Herr «Una volta saltai su un elicottero che ne era pieno. Il ragazzo che stava al posto radio mi aveva detto che ci sarebbe stato un cadavere a bordo, ma gli avevano dato delle informazioni sbagliate. "Ci tieni molto ad andare a Da Nang?" mi aveva chiesto e io gli avevo risposto “Maledettamente”».

E - meno prosaicamente - arriviamo ai giorni nostri: la portaerei statunitense Uss Carl Vinson ha attraccato a Da Nang. La portaerei a propulsione nucleare trasporta 90 aerei da combattimento e sfoggia una attuale e straordinaria presenza bellica statunitense in Vietnam, la più potente dalla fine di quel conflitto.

Usa e Vietnam hanno ripreso i propri rapporti diplomatici solo nel 1995 e, benché possa sembrare strano, Washington non ha faticato granché a recuperare una relazione di fiducia con Hanoi specie in funzione anti Pechino: il fastidio vietnamita nei confronti del gigante cinese risale infatti alla storia millenaria dei due Paesi. Poi, più di recente, Cina e Vietnam – guidati entrambi da partiti comunisti fratelli – furono vicini fino alla rottura della Cina con l'Urss. Addirittura poi si arrivò allo scontro, dopo l'invasione vietnamita della Cambogia nel 1979. Ad Hanoi sono fieri ancora oggi di ricordare come il popolo vietnamita sia stato capace di sconfiggere tre giganti: Cina, Francia e Usa. Tanto che ancora nel 2014, a seguito di un incidente proprio nelle acque contese, in Vietnam ci furono feroci proteste contro Pechino e le ambasciate cinesi.

La presenza della Vinson in Vietnam, dice molte cose dell'assetto attuale dell'Asia: la volontà degli Usa è quella di tranquillizzare i propri alleati o amici nell'area contro la presenza cinese nel Mar cinese meridionale e in quelle zone di mare contese da tempo immemore. Non è un caso che prima di arrivare in Vietnam la portaerei abbia sostato a Manila, nelle Filippine. La scelta non è casuale perché la nave è arrivata nel regno di Rodrigo Duterte una settimana dopo la pubblicazione di una serie di fotografie satellitari che dimostrerebbero l'attività frenetica di Pechino, che avrebbe ormai completato la militarizzazione degli atolli contesi nel Mar cinese meridionale, primo tra tutti quello delle Spratly, rivendicato anche da Manila.

La situazione è la seguente: la Cina rivendica la propria sovranità su alcune zone di mare, alcune oggettivamente vicine alle proprie coste, altre molto più distanti. Gli Stati Uniti e gli altri Paesi che con Pechino si contendono quelle zone cercano in ogni occasione di mostrare – invece - come quelle acque siano internazionali. Al di là delle isole disabitate, lì passa gran parte del commercio dell'area e si dice vi risiedano risorse. Di sicuro, per alcuni Paesi quelle acque sono fondamentali per la propria economia: le Filippine e l'industria della pesca di Manila, ad esempio, ritengono prioritario garantirsi la libertà di pescare in quelle acque. Pena, un clamoroso danno economico.

Gli Stati Uniti, dunque, negli ultimi tempi hanno cercato di limitare la Cina attraverso l'invio di di navi da guerra a sole 12 miglia nautiche dagli atolli unilateralmente occupati dalla Cina. Poco tempo fa, suscitando le ire di Pechino, gli Usa hanno inviato un cacciatorpediniere a poche miglia dall'atollo delle Scarborough. La Uss Carl Vinson - secondo il comando Usa del Pacifico - non sarebbe “ufficialmente impegnata in una di queste operazioni”: rimane il fatto di un messaggio molto forte alla Cina, un'ulteriore conferma della pressione economica e militare che l'amministrazione Trump sta cercando di esercitare sulla Cina che proprio in questi giorni ha annunciato l'aumento dell'8,1% delle proprie spese militari.

L'Asia dunque, a dispetto di occhi spesso eurocentrici, continua a essere il luogo più a rischio per un eventuale confronto militare, diretto o meno, tra Cina e Usa.

@simopieranni

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