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Porto Rico, l'altra Grecia che spaventa gli USA

I giovani emigrano perché non trovano lavoro. La politica monetaria è decisa altrove, ma non così quella  fiscale e, negli ultimi 10 anni in particolare, la spesa dello Stato è stata molto superiore ai suoi introiti. Il debito continua ad accumularsi ed è pari ormai al 100% del Pil. Secondo i  critici, l'impianto  di benefici sociali, scolastici e sanitari e le modalità di pensionamento di alcune categorie, tra cui giudici e i professori, non è più sostenibile.

San Juan, Puerto Rico - A man waves a national flag as others stand nearby during a protest in San Juan May 13, 2015. University students and employees took to the streets to protest against government plans to implement cuts to public university budgets, according to local media. REUTERS/Alvin Baez

La Grecia? No, un territorio che con la Grecia ha in comune coste e spiagge da sogno, ma anche un debito che non può ripagare.  È il Portorico, uno Stato libero associato agli Stati Uniti. Il 26 giugno, il governatore Alejandro Garcia Padilla ha detto che il debito di 72 miliardi di dollari "non era pagabile" e che non si trattava "di politica, ma di numeri". Con  più di 1,2 miliardi di dollari in scadenza il 1  luglio, la notizia ha suscitato brividi a Wall Street. Tanto più, dopo l'intervista del governatore al New York Times dove spiegava, con sfumature simili a quelle dei suoi omologhi greci, che se i creditori – quasi interamente banche e istituti finanziari statunitensi – non si mostrassero disponibili a negoziare una ristrutturazione (leggasi "riduzione") del debito, "la situazione economica peggiorerà" e l'isola caraibica avrà ancor meno denaro con cui ripagarli. "Si danneggerebbero  da soli".

Il Portorico ha 3,5 milioni di abitanti: come possono i suoi drammi  finanziari  spaventare gli investitori negli Stati Uniti? "È il rischio sistemico, stupido" si potrebbe parafrasare lo stratega di Bill Clinton: le obbligazioni portoricane pubbliche e semi-private pagano dagli anni '70–'80 interessi molto attraenti e sono quindi finite in quasi tutti i fondi risparmio e in quelli speculativi. I  piccoli risparmiatori americani forse non sanno nemmeno di averli nel proprio fondo pensione, mentre  i potenti fondi obbligazionari e  gli hedge ora li venderebbero ma con perdite vicine al 50%.

Così, in poche frenetiche ore, il 30 giugno, ha prevalso una delle leggi del denaro:  meglio qualcosa oggi che niente  domani. I creditori hanno all'ultima ora accettato di comprare nuove obbligazioni a breve, con i cui proventi il Tesoro portoricano ha pagato interessi per più di 1,2 miliardi di dollari. Il sospiro di sollievo a Wall Street non maschera che  problema default sia stato solo rimandato.

In previsione di questa scadenza e di un sempre più possibile default,  il governo qualche mese ha commissionato a un gruppo di esperti ex-Fmi ed ex-Banca mondiale di individuare una soluzione. La loro ricetta richiama quella della Troika  per la Grecia: tagli ai vantaggi fiscali alle imprese non isolane, aumento delle tasse universitarie e licenziamenti nella scuola (visto che i bambini sono sempre meno), riduzione dei giorni festivi, licenziamenti più facili, tagli alle spese sanitarie, più alte tasse sulla proprietà e  – una misura che è stata molto dibattuta anche nel continente – congelamento del salario minimo da $ 7,25 l'ora. L'ultimo governo ha già introdotto un Iva più alto e licenziato numerosi impiegati pubblici  (anche se non il 30% richiesto dai liberisti estremi). Nessun governo, tuttavia, ha voluto negli ultimi anni applicare fino in fondo  un'austerità così impopolare argomentando che, inoltre, se le  imprese straniere (cantieristica, tessile, alimentare) se ne andassero a causa dei tagli agli incentivi, si acuirebbe il meccanismo perverso disoccupazione-migrazione-riduzione del bacino impositivo-più debito. La tassazione delle  imprese estere, ora dello 0-4%  dovrebbe salire al 10-15%. Ciò, temono i portoricani, li renderebbe meno competitivi.

Il 25% degli interessi-capitale in scadenza il 1 luglio è imputabile all'Azienda pubblica per l'energia elettrica, Prepa, che da sola è riuscita a indebitarsi per ben 9 miliardi di dollari.

Come una piccola isola sia arrivata ad accumulare 72  miliardi di debito lo spiega in parte la storia. Vinta alla Spagna dopo la guerra del 1898, lo status di Commonwealth con gli Usa rende Borikén totalmente dipendente dallo Stato federale salvo che per il turismo. Negli anni '50 si industrializza – manifattura e poi farmaceutica – ma l'impennata dei prezzi del petrolio dei  '70 induce il governo portoricano a statalizzare alcune grandi società, come Telefonica, Cantieri navali, Società elettrica. Ciò espande il numero degli impiegati dello Stato. Negli stessi anni, per attrarre investimenti si azzera quasi del tutto la tassazione per le imprese estere. Lo Stato e le statalizzate cominciano quindi a finanziarsi accendendo prestiti. Per mettere in cantiere infrastrutture e progetti, tra cui l'acquedotto e la riforma sanitaria, si raddoppia il debito. Presto 1/3 degli introiti dello Stato deve essere destinato al solo servizio del debito.

Ora, al 10º anno di recessione quasi consecutivi, oltre a un default,  le soluzioni alla "spirale della morte", come l'ha definita il governatore, sono poche e dolorose. Portorico non può svalutare la moneta perché utilizza il dollaro. È un'economia poco competitiva. Il sistema fiscale è zeppo di benefici e solo il 40% degli adulti e impiegato formalmente. Gli altri sono disoccupati o ricevono contributi sociali. Una soluzione potrebbe essere una commissione di controllo federale che stabilisca come risanare i conti, ossia quanta austerità imporre, e che tenga sotto controllo il panico di un possibile default a Wall Street. L'altra è un default secondo la legge che lo consente alle municipalità, come recentemente è stato il caso di Detroit. Ma questo lo deve approvare prima il Campidoglio, dove il rappresentante del commonwealth ha precisato che i salari, ovvero quei 250 milioni di dollari che il governo portoricano sborsa ogni 15 giorni, non sono a rischio.

"Troppo poco e troppo tardi", si continua a ripetere, soprattutto per l'emigrazione. Negli Usa vivono milioni di portoricani. Secondo il sociologo Jorge Duany, se ne vanno “principalmente persone tra i 18 e i 44 anni”, ma anche gli immigrati, come nel caso dei professionisti dominicani e persino delle badanti e colf che si occupano dei portoricani ricchi.

Come nel caso greco, anche a Portorico si è lasciato che il sangue arrivasse al fiume, se si ricordano le parole che già Bernstein e Sondheim avevano messo in bocca ai protagonisti del  musical West Side Story. La canzone iniziava Puerto Rico, isola adorabile, ma io voglio stare in America e finiva Quando tornerò a  San Juan, tutti si saranno trasferiti in America.

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