Da dove arriva l’incubo Bolsonaro

A poche ore dalle presidenziali brasiliane, Bolsonaro sembra certo di andare al ballottaggio. E c’è chi teme possa sfondare e imporsi al primo turno. Dall’odio verso Lula alla cecità del centro-destra, ecco cosa c’è dietro la resistibile ascesa dell’ex capitano dell’esercito

Sostenitori di Jair Bolsonaro partecipano ad una manifestazione all'Avenida Paulista a San Paolo, in Brasile, il 30 settembre 2018. REUTERS / Paulo Whitaker
Sostenitori di Jair Bolsonaro partecipano ad una manifestazione all'Avenida Paulista a San Paolo, in Brasile, il 30 settembre 2018. REUTERS / Paulo Whitaker

The Economist l’ha definito “una minaccia per l’America Latina”, per Americas Quarterly rappresenta il “vecchio Brasile”, mentre l’agenzia Standard&Poors lo giudica più rischioso dell’avversario Fernando Haddad. Le opinioni su Jair Bolsonaro sono numerose, condivisibili e nette ma, a una manciata di ore dal primo turno delle presidenziali brasiliane, è saggio cominciare a fare i conti - intellettuali e politici - con colui che i sondaggi indicano come il possibile prossimo Presidente.

Bolsonaro, com’è noto, è il candidato del Psl (Partito Social Liberale) e rappresenta l’estrema destra del Paese. Deputato federale per 7 mandati, è un ex capitano dell’esercito in riserva con nostalgie verso il regime militare. Ha opinioni sessiste e un approccio che in tanti giudicano fascista. Nonostante ciò, i sondaggi lo danno in vantaggio con il 35% di voti al primo turno. Haddad, il successore di Lula e rappresentante della sinistra del Partido dos Trabalhadores, otterrebbe il 22%. Nella simulazione del ballottaggio contro Haddad, invece, ci sarebbe un pareggio tecnico, in virtù del margine d’errore +-2%, poiché Bolsonaro avrebbe il 44% e Haddad il 43%.

I numeri indicano Bolsonaro come una realtà elettorale, con serie possibilità di governo. È dunque legittimo domandarsi come il Brasile si sia infilato in questo incubo. I fattori che hanno contribuito alla sua ascesa sono differenti, ma fra questi bisogna citare la rottura del dialogo democratico, l’odio verso il Partido dos Trabalhadores di Lula e Dilma Rousseff, la congiuntura politica internazionale che, in taluni contesti, premia i populismi di destra e una strisciante voglia di autoritarismo presente nella società. C’è poi un fattore costante: le scelte sbagliate e l’inconsistenza della socialdemocrazia, oggi ferma all’8%, che aveva iniziato la legislatura all’opposizione e l’ha terminata all’interno del governo di Michel Temer.

Tutto inizia nell’ottobre 2014. Aécio Neves, candidato del Psdb, dopo aver perso contro Dilma Rousseff chiede il riconteggio delle schede, depositando una richiesta di verifica al Tribunale elettorale. Il risultato, come verrà confermato, è legittimo. A Dilma il 51,64% dei voti, ad Aécio il 48,36%. È un’elezione dura, segnata da una campagna elettorale scorretta, ma metterne in dubbio la legittimità è un’azione con conseguenze disastrose.

Si apre una stagione in cui la potenza del dialogo democratico si affievolisce, lasciando spazio agli estremismi, alle denunce di brogli, alla polarizzazioni sociali.

Il cerchio si chiude una settimana fa: «Da quello che vedo nelle strade non accetto un risultato differente dalla mia elezione», spara Bolsonaro in un’intervista alla televisione Band. «In Brasile sospettiamo di frode anche per la lotteria. Non mi fido di alcuni professionisti del tribunale elettorale. Abbiamo un sistema che non esiste in nessun altro luogo al mondo», ha poi continuato Bolsonaro dicendo di aver chiesto che il voto elettronico fosse integrato con una parte cartacea.

Ma il vero ombrello sotto il quale Bolsonaro prospera è quello dell’anti-petismo, l’odio trasversale contro il partito dei lavoratori. I primi germogli si intravedono già nelle manifestazioni del 2013 contro i Mondiali di calcio ma il movimento si rafforza con l’impeachment del 2016 ed esplode con l’arresto di Lula nel 2018.

È possibile distinguere due forme di anti-petismo: uno si potrebbe definire di governo, l’altro di rivolta. Dal 2014, la socialdemocrazia sposa l’anti-petismo di governo, caldeggiando l’impeachment di Rousseff insieme ai centristi del Pmdb di Temer. Ci riesce, ottiene alcuni ministeri, ma s’imbarca in un governo che - a causa della crisi economica e istituzionale - risulta fortemente impopolare.

L’anti-petismo di Bolsonaro è invece irruente, colpisce la pancia dell’élite che si sente vessata dai governi di sinistra. La regione sud-est del Paese comincia lentamente ad abbandonare il centro-destra per spostarsi all’estrema destra. L’ultimo sondaggio Datafolha mostra come Bolsonaro abbia guadagnato il 9% fra la fascia più ricca della popolazione. Alckmin, il candidato di centro-destra, ha perso invece il 4%. La socialdemocrazia, con il timore che un’intera generazione crescesse sotto i governi del Pt, si è concentrata sulle mosse politiche, mentre Bolsonaro si prendeva l’egemonia dell’anti-petismo, promettendo fucilate contro tutti i petralhas - il termine dispregiativo per indicare i simpatizzanti del Pt - nel corso dei suoi comizi.

L’ultima legislatura, inoltre, è stata caratterizzata da innumerevoli casi di corruzione nell’inchiesta Lava-Jato. Sono stati coinvolti quasi tutti i partiti: progressisti, conservatori, socialdemocratici, popolari. Bolsonaro, no. Su di lui non gravano accuse di corruzione. È imputato per apologia di stupro presso la Corte Suprema, oltre ad altre accuse di nepotismo, ma, al momento, non è stato coinvolto in alcun caso diretto di corruzione.

C’è, infine, una buona dose di autoritarismo. Laurentino Gomes, giornalista e storico, ha spiegato in un’intervista a eastwest.eu come i brasiliani siano costantemente alla ricerca della soluzione autoritaria dinanzi alle crisi. Bolsonaro, con la sua retorica militare favorevole al regime e negazionista sulla tortura, risponde ai requisiti.

La congiuntura politica internazionale ha fatto il resto. Così l’incubo Bolsonaro si è trasformato in realtà, avvicinandosi sempre più alla presidenza. Adesso si vota, ma, come ci ha ricordato lo stesso Laurentino Gomes: «La democrazia non è mai un processo lineare, rapido ed efficiente. Negli Usa è arrivato Donald Trump dopo Barack Obama. I cambiamenti sono bruschi e dobbiamo adattarci».

@AlfredoSpalla

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