Presidenziali USA 2016: come i candidati vedono il Medio Oriente

Sebbene la politica di Obama in Medio Oriente sia stata all'insegna di un progressivo disimpegno, la presenza di attori quali il cosiddetto Stato Islamico e l'Iran post-accordo non può essere ignorata dal futuro inquilino della Casa Bianca. Ne sono ben coscienti i candidati rimasti in corsa per le presidenziali di quest'anno, i quali non hanno mancato di parlare del vespaio mediorientale nei propri programmi di politica estera: seppure con differenze significative, i democratici Clinton e Sanders si sono collocati nel solco di Obama, mentre i repubblicani Trump e Cruz sembrano voler voltare pagina e avviare una campagna mediorientale più incisiva di quella dell'attuale presidente.

REUTERS/Lucy Nicholson

Lo Stato Islamico

La prima questione a imporsi all'attenzione è la minaccia costituita dall'ISIS, l'autoproclamato Stato Islamico di Iraq e Siria. Segretario di Stato durante il primo mandato di Obama, e quindi supervisore delle iniziative di politica estera statunitense, Hillary Clinton esclude un intervento ingente di truppe americane sul terreno e pensa piuttosto a un incremento dei raid aerei statunitensi, all'addestramento di truppe curde e sunnite e a una coalizione arabo-occidentale seriamente schierata contro lo Stato Islamico. Egualmente contrario a una nuova campagna americana in Siria e Iraq è Sanders, il quale votò sia contro l'invasione dell'Iraq nel 2001 che contro la guerra del  Golfo nel 1991.
Mentre Cruz non si distacca molto dalle posizioni democratiche, Trump è finora l'unico ad avere ventilato una discesa in campo massiccia da parte di Washington: durante un comizio nel marzo scorso, il multimilionario repubblicano ha parlato dell'invio di 30000 soldati statunitensi come dell'unica strada per sconfiggere l'ISIS.

Il nucleare iraniano

Un'altra questione cardine della politica estera statunitense in Medio Oriente è l'accordo nucleare iraniano, che sancisce il carattere civile del programma nucleare della Repubblica Islamica e la fine delle sanzioni contro Teheran. Pur ammettendone la perfettibilità, entrambi i candidati democratici sostengono l'accordo raggiunto nel luglio scorso, con Clinton a sottolineare la necessità di controlli severi e, nel caso in cui l'Iran tentasse di ottenere l'arma nucleare, la disponibilità all'azione militare. Il fronte repubblicano è fortemente critico nei confronti dell'accordo, che Trump ha definito "terribile" e ha promesso di rinegoziare una volta eletto alla Casa Bianca. Ancora più drastico Cruz, il quale ha affermato l'intenzione di stracciare il trattato, reo di concedere a Teheran ampini margini di libertà. Certo è che il prossimo presidente a stelle e strisce dovrà guardare con attenzione alle mosse di Rohani e Khamenei, non solamente nell'ambito ristretto del programma nucleare, bensì nell'ottica dell'influenza iraniana nella regione accresciuta tramite il sostegno al regime di Assad in Siria, a Hezbollah in Libano e a milizie anti-ISIS in Iraq.

La questione palestinese

Il terzo nodo cruciale della geopolitica mediorientale è l'annosa questione palestinese. Malgrado la storica alleanza che li lega, gli Stati Uniti e Israele hanno visto i propri rapporti deteriorarsi sensibilmente durante l'amministrazione Obama, con quest'ultimo a esprimere la propria solidarietà nei confronti della causa palestinese (pur senza sbilanciarsi eccessivamente) tra le aspre critiche di Netanyahu.
Nessun candidato si è espresso contro lo stato ebraico, e l'influenza dell'American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), potente lobby pro-Israele, è ancora determinante nella politica interna statunitense. Secondo un recente sondaggio Gallup, a sostenere la causa palestinese sarebbero il 58% dei Democratici e il 26% dei Repubblicani; e in effetti,  a fronte di una Clinton favorevole alla creazione di due stati ma comunque nettamente filo-israeliana nella sua ferma condanna del terrorismo palestinese, a sparigliare le carte è l'outsider Sanders. Pur definendosi "pro-Israele al 100%" e avendo più volte ribadito la propria origine ebraica, il senatore del Vermont ha condannato l'assedio di Gaza e la reazione esagerata di Netanyahu alle provocazioni di Hamas durante il dibattito con l'ex-first lady prima delle primarie newyorchesi. Dopo aver boicottato l'anno scorso il discorso del primo ministro israeliano di fronte al Congresso, Sanders ha quindi infranto quella che il Guardian ha descritto come una regola non scritta delle presidenziali USA: i candidati devono sottolineare il proprio sostegno a Israele e non citare neppure la controparte palestinese. Di tutt'altro tenore il fronte repubblicano, con Trump e Cruz inamovibili sostenitori di Israele e del trasferimento dell'ambasciata statunitense a Gerusalemme.

Indipendentemente da chi vincerà, quindi, il 45° presidente degli Stati Uniti dovrà attendere non poco prima di potersi divincolare dal pantano levantino, costretto come sarà a fare i conti con la politica assertiva di vecchi leoni tornati a ruggire, come la Turchia risvegliatasi dal torpore post-ottomano e l'ambiziosa Russia putiniana, e il sostegno agli amici di sempre tra Tel Aviv e Ryad. Nell'attesa, speriamo in una qualche epifania sulla proverbiale via di Damasco...

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