Guantanamo, da 15 anni limbo dei diritti umani

Sono trascorsi quindici anni da quando i primi presunti terroristi islamici arrivarono nella base navale americana di Guantanamo, cominciando ad affollare le celle dei tre campi detentivi, dove durante tutto questo tempo sono morti nove prigionieri, sette dei quali si sarebbero suicidati.

La bandiera a stelle e strisce sventola dietro il filo spinato della prigione di Guantanamo. Photo credits: aljazeera.com
La bandiera a stelle e strisce sventola dietro il filo spinato della prigione di Guantanamo. Photo credits: aljazeera.com

Il governo degli Stati Uniti decise di istituire un carcere di massima sicurezza all’interno della struttura militare, dopo gli attacchi dell’11 settembre. Da allora, il penitenziario ha ospitato in totale 780 reclusi, la maggior parte dei quali non è stata mai formalmente accusata e, in alcuni casi, è stata anche rilevata la loro estraneità rispetto alle imputazioni contestate.

Uno di questi errori giudiziari riguarda un afgano di nome Abdul Sahir, detenuto a Guantanamo per 14 anni perché sospettato di fabbricare armi per al Qaeda. Lo scorso giugno, il dipartimento della Difesa Usa ha ammesso che Sahir è stato “probabilmente identificato in maniera erronea”; mentre il vero armiere dell’organizzazione di bin Laden era un uomo di nome Abdul Bari.

I detenuti sono sempre stati classificati come “combattenti irregolari”, ai quali non è mai stato applicato nessun diritto riservato dalla Convenzione di Ginevra ai prigionieri di guerra. Una terra di nessuno in cui sono stati ripetutamente violati i diritti umani, compresi quelli di una quindicina di detenuti minorenni.

Appena 48 ore dopo il suo primo insediamento, Obama emise un ordine esecutivo per cui la prigione di Guantanamo doveva essere chiusa entro un anno. Il Senato, però, bocciò quasi all’unanimità la proposta di stanziare 80 milioni di dollari per chiudere il carcere, lasciandolo aperto a un costo di 445 milioni dollari l’anno.

Nei suoi otto anni di governo, l’amministrazione Obama si è cimentata nel difficile compito di rimpatriare o inviare in paesi terzi, centinaia di detenuti per i quali i tribunali militari avevano decretato il rilascio, dopo anni di detenzione senza alcuna incriminazione.

Il Presidente uscente ha dovuto affrontare problemi enormi a riguardo, ma soprattutto la netta opposizione del Congresso, anche da parte democratica, all’idea di un eventuale trasferimento di prigionieri sul territorio nazionale.

Nella primavera 2013, decine di reclusi di Guantanamo decisero di intraprendere lo sciopero della fame riaccendendo le critiche e le condanne dalla parte della comunità internazionale, soprattutto dopo le denunce delle alimentazioni forzate cui venivano sottoposti. Tanto da spingere Obama a reiterare la volontà di chiudere Gitmo.

Nel super carcere si trovano attualmente 55 detenuti, 19 dei quali sono in attesa di essere rimpatriati o trasferiti verso un paese terzo. Tre sono stati condannati e altri sette sottoposti a indagini preliminari dalla Commissione militare di revisione. La stessa Commissione ha deciso di protrarre la detenzione per i restanti 26, considerandoli come una continua e significativa minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti. 

Tra questi ultimi figurano Zayn al Abidin Mohammed Hussein, alias Abu Zubaydah, coinvolto negli attentati dell’agosto 1998 alle ambasciate Usa in Kenya e Tanzania; Khalid Sheikh Mohammed, reo confesso di aver architettato gli attacchi dell’11 settembre 2001 e Abd al Rahim al Nashiri, accusato di aver orchestrato l’attentato suicida dell’ottobre 2000 contro il cacciatorpediniere USS Cole, in cui morirono 17 marinai americani al largo delle coste dello Yemen meridionale.

Inoltre, nel corso degli anni, alcune valutazioni del Dipartimento di Stato Usa hanno documentato che un congruo numero di detenuti liberati dalla prigione militare si è di nuovo invischiato nelle trame di gruppi jihadisti. Tra questi, emblematico il caso di un operativo di al Qaeda, il saudita Ibrahim al Rubaysh, rimpatriato da Guantanamo nel 2006 nell’ambito di un programma di “riabilitazione” sponsorizzato da Riyadh e ucciso, nell’aprile 2015, da un drone statunitense nel sud dello Yemen.

Nel corso della campagna elettorale, il presidente eletto Donald Trump si è sempre dichiarato contrario alla chiusura della struttura e favorevole alla reintroduzione della tecnica del waterboarding durante gli interrogatori, nonostante l’esplicito divieto della CIA nel 2006. E, in un recente tweet, ha reso noto di «non avere nessuna intenzione di scarcerare altri prigionieri per impedire di tornare sul campo di battaglia a persone estremamente pericolose».

L’intransigente posizione del nuovo presidente americano collide con il fatto che, dal primo gennaio, gli Stati Uniti sono entrati a far parte per un triennio del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.

Leggendo il dettagliato rapporto, realizzato dall’Afghanistan Analysts Network per denunciare il trattamento giuridico e le condizioni detentive riservate agli otto detenuti afgani, che si trovano da più tempo a Guantanamo, emerge chiaro che finché la prigione resterà aperta, gli Stati Uniti non saranno nella condizione di adempiere con coerenza al mandato dell’organismo di Ginevra. Un mandato che impone ai 47 Stati membri di supervisionare il rispetto e le violazioni dei diritti umani in tutto il mondo.

@afrofocus

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