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Una giornata ai seggi in Iraq con Farhad, Aous, Kamaran e Aisha

Le prime elezioni post-Isis si sono aperte con un attentato a Kirkuk. La questione confessionale è cruciale, spiega Aous. Nella sua Qaraqosh c’è un candidato per ogni chiesa. Molti disertano le urne come Farhad, che se la prende con “i turbanti”. Karaman invece coordina un seggio e ancora sogna lo Stato dei curdi

Una donna irachena mostra il suo dito macchiato dall'inchiostro dopo aver votato nel quartiere Sadr City di Baghdad, Iraq. 12 maggio, 2018.REUTERS/Wissm al-Okili
Una donna irachena mostra il suo dito macchiato dall'inchiostro dopo aver votato nel quartiere Sadr City di Baghdad, Iraq. 12 maggio, 2018.REUTERS/Wissm al-Okili

Erbil - La giornata elettorale in Iraq si è aperta con un attacco rivendicato dall’Isis a sud-ovest della città di Kirkuk in cui hanno perso la vita otto militari. Il gruppo terroristico aveva già annunciato attacchi ai seggi elettorali, invitando l’elettorato sunnita a non prendere parte alle votazioni. 

Gli elettori chiamati alle urne per votare il nuovo parlamento iracheno sono stati oltre 18 milioni, di questi tre e mezzo nella regione curda. Il premier Al-Abadi, considerato da molti elettori l’uomo migliore per arginare l’influenza iraniana sul Paese, è il favorito, mentre nella regione curda i due storici partiti rivali, il Partito Democratico del Kurdistan-Pdk e il l’Unione Patriottica del Kurdistan-Puk, rischiano di essere sorpassati da nuove formazioni che strizzano l’occhio a Baghdad per riguadagnare l’autonomia persa dopo il referendum di settembre scorso.

Un succo di frutta, una coppa al cioccolato, una macedonia. Il negozio di gelati a Erbil, nel Kurdistan iracheno, dove lavora Farhad è rimasto aperto anche oggi. Il via vai di gente è continuo e questo ragazzo iracheno di Baghdad lavora senza sosta. Come i suoi colleghi non andrà a votare. «Dovrei?» - domanda retorico – «Non cambierà nulla. Il problema sono gli uomini col turbante, quei religiosi che hanno portato il Paese alla rovina». Farhad ha lasciato la capitale e si è trasferito a Erbil per guadagnare i soldi necessari a sposarsi «ma – aggiunge – sono sciita, lei sunnita, e questo rappresenta un problema»

La questione confessionale è cruciale non solo nella sfera privata ma anche in quella pubblica, soprattutto durante la giornata elettorale odierna. La divisione settaria della società si riflette nei partiti e sono gli elettori come Aous a sentirla molto forte. Poco più che trentenne, cristiano di Qaraqosh, il giovane è tornato nella sua città natale per votare. A sessanta chilometri da Erbil, nella Piana di Nineveh, Qaraqosh è una delle culle del cristianesimo orientale. Conquistata dall’Isis nell’agosto del 2014, è stata liberata alla fine del 2016.

«I candidati di Qaraqosh sono parecchi – spiega Aous – ma pochi sono abbastanza forti per ottenere un posto in parlamento». Le poltrone a disposizione per i cristiani sono 5, a queste si aggiungono una per i Mandei e altrettante per Yazidi, Shabak e curdi Feyli. Secondo Aous i cinque posti a loro riservati in parlamento «non sono abbastanza» perché per un vero cambiamento nel Paese «è necessaria una modifica all’interno della maggioranza musulmana». 

A Qaraqosh ogni chiesa ha un proprio candidato e questo complica le cose. «La chiesa caldea sostiene l’Alleanza Caldea, mentre alcuni preti cattolici siriaci sono dalla parte dei candidati siriaci. C’è anche un vescovo siriaco ortodosso che supporta un candidato del Majlis Al-Shaby». Aous ha studiato per bene i candidati al di fuori della lista cristiana, convincendosi del liberale Yosif Al-Asheqer dell’Alleanza civile democratica. «Tuttavia manca la fiducia a causa dei partiti islamici che ormai comandano il Paese – commenta - che hanno cambiato pelle per rendersi accettabili agli occhi dell’elettorato iracheno: alcuni di questi non corrono alle elezioni ma i loro candidati sono entrati a far parte di alleanze o hanno creato liste con nomi liberali per confondere i votanti». 

Chi ha votato invece per l’Unione Islamica del Kurdistan-Kiu è Kamaran. Della stessa età di Aous, il giovane è un musulmano osservante, nato e cresciuto sulle montagne di Qandil tra i combattenti del Pkk e il sogno di una grande nazione curda. La sua gentilezza si ritrova nei gesti di uno dei candidati al parlamento del Kiu, Haji Karwan, con cui Kamaran ha scattato una fotografia che ricorda tra i momenti più speciali della sua vita.

«Si tratta innanzitutto di un partito democratico moderato – spiega – vicino al popolo, generoso, al cui interno non si è mai registrata la presenza di un solo membro accusato di corruzione». Il punto chiave dell’Unione, che Kamaran sostiene con grandi slanci di entusiasmo, riguarda proprio l’indipendenza: «Sono stati i soli a non essersi pentiti del referendum di settembre. Dio ci ha dato il diritto alla libertà, perché allora italiani, francesi, americani, tutti possono avere uno Stato tranne noi?». Oggi, dopo essere andato a votare, Kamaran non si è mosso dal seggio dove ha consegnato agli elettori la scheda elettorale. Ha fatto una settimana di formazione e ha sostenuto due esami per comprendere al meglio il nuovo sistema elettorale elettronico, assumendosila responsabilità di coordinare uno dei seggi del suo quartiere a Erbil. 

A formare persone come Kamaran sono intervenute anche le organizzazioni non governative locali. Public Aid Organization-Pao, un’organizzazione non governativa irachena basata a Erbil, ha ricevuto 150mila dollari dall’agenzia per lo sviluppo statunitense Usaid. «Il fondo – spiega il responsabile del progetto a Pao Ary Siamand – è stato destinato alla formazione degli osservatori elettoralie all’educazione al voto. Quest’ultima è stata pensata per i rifugiati e le minoranze nei campi profughi della zona di Al-Anbar, Mosul e Kirkuk. Sono i gruppi sociali più vulnerabili e necessitano di essere reintegrati nella società e quindi nel processo elettorale». 

La novità del sistema elettorale elettronico ha previsto una prima fase in cui tutti i cittadini sono stati chiamati per la registrazione biometrica. Gli elettori si sono presentano quindi al collegio di appartenenza con un foglio rilasciato durante la registrazione o inviato direttamente a casa, e viene loro consegnata la scheda con un codice a barre personale. Il sistema satellitare a cui vengono inviati i dati delle votazioni dovrebbe garantire la trasparenza e impedire i brogli. Tuttavia non sempre le spedizioni della tessera elettorale sono andate a buon fine: è il caso di Aisha, poco più che maggiorenne, rammaricata di non aver potuto votare. «È un mio diritto – spiega seduta su uno dei banchi del suo seggio a Qustapa - Ho accompagnato le mie due sorelle e avrei voluto fare come loro, votare per il Partito Democratico del Kurdistan-Pdk. Sono gli unici che si spendono davvero per noi curdi a Baghdad». 

I seggi sono rimasti aperti dalle 7 di mattina fino alle sei di pomeriggio. A metà giornata l’affluenza è sembrata aumentare nei collegi della città di Erbil tenuti sotto controllo dagli osservatori elettorali, passando dal 20% al 25% con punte del 30%. Gli ultimi dati sull’affluenza parlano di un 40% in Iraq, e una percentuale più bassa in Kurdistan. Khalida, in uno dei seggi del quartiere di Ainkawa, conferma: «La gente si fa pregare. Credo che non raggiungeremo mai i risultati delle elezioni del 2005, quando andò alle urne più del 70% degli iracheni».

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