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Progetti e prospettive della AIIB, la risposta cinese alla Banca Mondiale

Nel Bangladesh ormai tristemente noto alle nostre cronache dodici milioni e mezzo di persone avranno finalmente accesso all’elettricità. Questo accadrà quando verrà completato uno dei progetti appena approvati dalla Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), “la risposta cinese alla Banca Mondiale”, com’è stata dipinta fin dalla sua costituzione.

REUTERS/Jason Lee

In effetti la creazione dell’istituto bancario è un’idea di Pechino, dal momento che fu proposta dal presidente Xi Jinping nel 2014. Il suo obiettivo è quello di promuovere lo sviluppo del continente asiatico con un focus sui progetti infrastrutturali: strade, autostrade, ferrovie, reti elettriche. La particolarità sta nel fatto che, con disappunto americano, partecipano al suo capitale alcuni Paesi occidentali, compresa l’Italia. I membri fondatori sono 57, per un totale di 100 miliardi di dollari (circa la metà del capitale della Banca Mondiale, due terzi di quello dell’Asian Development Bank).

Le attività della AIIB sono partite nel gennaio di quest’anno ed il piano per il 2016 prevede investimenti per 1,2 miliardi di dollari. Intanto a fine giugno la banca ha tenuto il primo incontro annuale – a Pechino, ovviamente – ed ha approvato i primi quattro progetti, per un totale di 509 milioni di dollari. Si tratta della rete elettrica in Bangladesh, di una riqualificazione di slum in 154 città dell’Indonesia e di due infrastrutture lungo la nuova “Via della Seta”: una strada tra Dushanbe, la capitale del Tagikistan, fino al confine con l’Uzbekistan, e un’autostrada in Pakistan.

Non c’è dubbio che l’Asian Infrastructure Investment Bank rifletta la volontà della Cina di istituzionalizzare il proprio sistema di prestiti. Da anni Pechino finanzia progetti infrastrutturali in tutto il mondo – non solo Asia, ma anche Africa ed America Latina – spesso in cambio di materie prime, attraverso una serie di accordi bilaterali. La neonata banca è invece più moderna, e il suo carattere multilaterale è stato rafforzato dalla presenza di importanti Paesi occidentali. Oltre all’Italia, hanno aderito Regno Unito, Germania e Francia, per fare alcuni esempi.

Le critiche non sono mancate. C’è chi vi ha visto una conferma della diffidenza cinese verso le istituzioni già esistenti (come si è detto, la Banca Mondiale, di impronta americana, e l’Asian Development Bank, dove domina il Giappone). Non è mancato, al tempo stesso, l’interesse degli investitori, anche se il rallentamento della crescita di Pechino ha provocato qualche preoccupazione. Quando la AIIB fu concepita, le riserve in valuta straniera della Cina volavano verso quota 4.000 miliardi di dollari. Oggi il contesto è differente, i capitali hanno cominciato a fuggire, lo yuan è calato in maniera consistente. In soli 11 mesi le riserve si sono ridotte di più di 500 miliardi di dollari.

In realtà, come ha spiegato l’Economist, si tratta di paure ingiustificate. L’investimento di Pechino nella banca è pari a meno dell’1 per cento delle proprie riserve. Il settanta per cento del capitale dell’istituto è fornito dagli altri 56 Paesi. La banca si finanzierà con l’emissione di bond. Inoltre, anche il timing dell’iniziativa è perfetto. I capitali globali si stanno ritirando dai mercati emergenti e la AIIB riempie questo gap. I dollari in uscita possono essere investiti in asset sicuri, come i bond della stessa banca.

Inoltre, a differenza della Banca Mondiale, l’istituto con sede a Pechino ha un focus specificosulle infrastrutture. È più snello e non ha uffici permanenti nei Paesi prestatori. La rapidità con cui sono stati approvati i primi quattro progetti ne è la prova (altrove si impiegano spesso uno o due anni per iniziative di questo tipo). Né è vero che la AIIB rappresenta la volontà di scavalcare le istituzioni già esistenti, tant’è che tre dei primi progetti saranno  cofinanziati dalla World Bank, dalla Asian Development Bank, dalla United Kingdom Department for International Development e dalla European Bank for Reconstruction and Development, nel pieno rispetto degli standard ambientali. Ad esempio, il progetto da 217 milioni di dollari negli slum indonesiani mira a combattere l’erosione del suolo e l’inquinamento delle falde acquifere.

L’Economist sottolinea un altro aspetto della neonata struttura finanziaria. Chi non vede di buon grado la AIIB  non si rende conto che l’alternativa, quella di una Cina prestatrice di denaro in accordi bilaterali, è di gran lunga peggiore. Né che Pechino si trova a disagio nelle istituzioni multilaterali esistenti, considerate troppo macchinose (ad esempio, l’intesa per dare maggiore voce in capitolo alle economie emergenti all’interno del Fondo Monetario Internazionale è stata approvata dal Congresso Americano solo dopo cinque anni). Insomma, le preoccupazioni sulla nuova creatura cinese paiono fortemente esagerate: meglio collaborare col Dragone, ed assicurarsi che vengano rispettati certi standard, piuttosto che escluderlo.
@vannuccidavide

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