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Prove tecniche per il Kurdistan siriano

KURDISTAN SIRIANO - Nel nord del Paese dilaniato dalla guerra civile la minoranza curda punta all’indipendenza. Molti villaggi rispolverano il vecchio nome curdo e le autorità locali vogliono usare questa toponomastica riscoperta nei documenti ufficiali, anche contro il volere di Damasco.

Donne curde dell’unità di protezione civile, che sostiene le Forze Democratiche della Siria, esultano vicino alla città siriana di al Houl nella provincia di Hasaka. REUTERS/Rodi Said
Donne curde dell’unità di protezione civile, che sostiene le Forze Democratiche della Siria, esultano vicino alla città siriana di al Houl nella provincia di Hasaka. REUTERS/Rodi Said

Lungo una strada polverosa e segnata dalle voragini di chissà quale bomba bombardamento nel nord-est della Siria una donna e due bambini ammirano un cartello con una grande scritta: Joldara”.

“Quella è mia sorella con i suoi figli – dice Raman, mentre ci mostra la fotografia - e Joldara è il nome curdo del loro villaggio”.

Fino a poche settimane fa la piccola città era conosciuta con il nome arabo di Chajra. Ora è uno delle centinaia di luoghi cui le autorità curde, dopo aver preso il controllo della Regione, hanno dato, o restituito, un nome in lingua curda.

“Joldara in curdo significa pianura coperta di alberi. Questo era il nome del villaggio prima della sua arabizzazione nel 1962 quando il governo lo chiamò Chajra (albero in arabo). Racconta Raman, rifugiato in Libano da più di quattro anni. “Joldara è il mio villaggio. Parenti e amici mi dicono che ormai tutte le strade e i villaggi vicini hanno nomi curdi. Le scritte, però, sono ancora in caratteri arabi o latini.”

La nuova toponomastica si sta rapidamente diffondendo in tutta quella parte della Siria che i miliziani curdi dell’YPG hanno strappato a ISIS

“Noi non ribattezziamo le località, ridiamo loro i nomi originali – ha detto Joseph Lahdo, presidente della commissione per l'amministrazione dei comuni della provincia di Hasaka – quando avremo concluso l'amministrazione autonoma userà questi nomi nei suoi documenti e nelle comunicazioni ufficiali. Sui cartelli stradali ci sarà il nome curdo originale e tra parentesi quello arabizzato.”

Si tratta, naturalmente, di un’iniziativa non riconosciuta dal governo centrale di Damasco, che continua a utilizzare i nomi arabi.

Il processo di arabizzazione dei nomi delle località in Siria si sviluppò dopo la salita al potere del partito Baath nel 1963. Era, però,  iniziato con la nascita della Repubblica Araba Unita, l'unione tra l'Egitto di Gamal Abdel Nasser, portabandiera del panarabismo, e la Siria tra il 1958 e il 1961. Secondo lo storico curdo Zorhab Qado i curdi siriani, circa tre milioni, avevano visto i loro diritti negati dal partito Baath in nome del panarabismo, che vedeva il Medio Oriente come la terra degli arabi uniti al di là delle differenze religiose ed etniche. La deriva autoritaria di questa visione aveva portato, tra l’altro, al divieto di usare e insegnare la lingua curda e alla proibizione di celebrare le feste della tradizione curda. Anche i nomi degli abitanti furono arabizzati. Nel 1960 una circolare del Ministero dell'Interno imponeva che il nome del neonato fosse soggetto all'approvazione dei servizi di sicurezza. Intanto, decine di migliaia di curdi si ritrovarono apolidi, dopo un contestato censimento nel 1962. 

“L’arabizzazione dei toponimi è stata condotto insieme alla distribuzione delle terre ai contadini arabi - ha detto ancora Qado - per cambiare la composizione etnica del nord della Siria.”

Nell’aprile del 2011 il presidente siriano, Bashar al-Assad, ha riconosciuto la cittadinanza ai curdi, nel tentativo di separare le loro richieste da quelle della rivolta. Poi, nel 2012, le forze armate del governo si sono ritirate dalle regioni a forte maggioranza curda.

Approfittando di questa opportunità e grazie al forte sostegno militare degli Stati Uniti nella lotta contro ISIS, i curdi hanno progressivamente creato nuove e proprie istituzioni, al di fuori del controllo del governo centrale.

L’autonomia dei curdi siriani, seppure in embrione, rappresenta un problema di difficile soluzione per gli equilibri futuri della Regione. Da un lato è un ostacolo sul cammino di chi progetta una nuova Siria, con o senza Assad, ma unita, almeno territorialmente. Dall’altro spaventa la Turchia, che ormai per arrestare il processo bombarda continuamente i miliziani dell’YPG. 

La strada verso la nascita di uno Stato curdo indipendente è tutt’altro che aperta. Inoltre, in questi anni alcune azioni degli uomini dell’YPG, accusati da più parti di crimini e pulizia etnica nei confronti della popolazione araba, non hanno fatto altro che rinfocolare odi secolari.

@MauroPompili

 

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