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Il «pentito» Farid e la psicologa che cura la jihad-dipendenza

Pentiti, collaboratori, infiltrati. Proprio come nella mafia. Anche tra gli aspiranti kamikaze c’è chi si pente, chi riesce a tornare indietro prima che sia troppo tardi e può aiutare chi invece sta scivolando nell’oblìo e nell’autodistruzione, magari aiutando le autorità a prevenire nuove partenze, nuove leve che ingrossino le file del jihad globale. O addirittura collaborando con chi ha capito che l’unica arma per vincere l’ideologia jihadista sia la psicoterapia.

Farid Benyattou e Dounia Bouzar. Credit: referentiel.nouvelobs.com
Farid Benyattou e Dounia Bouzar. Credit: referentiel.nouvelobs.com

I meccanismi psicologici sono complessi e per questo è necessaria una conoscenza profonda della psiche per capire come si possa uscirne da quella che è una delle malattie mentali dei nostri giorni. E’ la storia di Farid Benyattou, salafita ed ex mentore dei fratelli Kouachi. Emiro autoproclamato e cacciatore di potenziali jihadisti della filiera della “Buttes-Chaumont”, nell’est di Parigi, il cui obbiettivo era inviare jihadisti verso l’Iraq, fu arrestato nel 2005 e liberato nel 2009. Nella sua filiera di jihadisti c’erano anche i fratelli Kouachi. I loro percorsi però si dividono e mentre Farid riesce a ritrovare malgrado tutto una vita normale, i fratelli Kouachi passano all’azione la fatidica mattina del 7 gennaio del 2015.

Nel suo libro fresco di pubblicazione ("Mon djihad, itinéraire d'un repenti" edizioni Autrement) Benyettou racconta una serie d’incontri con Dounia Bouzar, celebre psicologa e antropologa franco-marocchina che dirige un centro molto particolare. Si tratta del Centro di Prevenzione delle Derive Settarie legate all'Islam (CPSDI) che opera nei quartieri più difficili della capitale francese, soprattutto lì dove la disoccupazione è alta ed alta è la percentuale di giovani musulmani che gravitano attorno all'orbita dell'Islam radicale perché i quartieri dove vivono sono oramai ghetti e lo stato francese li ha dimenticati. L'associazione - diretta da Dounia che ha ricevuto un mandato da parte del ministero degli interni francesi nel 2004 - tenta un approccio psicosociale che consiste a smantellare i meccanismi di indottrinamento utilizzati per attirare i giovani delle banlieues verso la violenza salafita. Isolamento, paura, sensazione di rifiuto. Fino ad oggi il Centro di Dounia è stato contattato da migliaia di famiglie che hanno chiesto aiuto per strappare i propri figli dalla follia jihadista. Ad assisterla oggi c’è anche Farid, che conosce bene il percorso per diventare kamikaze e la cui storia è legata a doppio filo con gli attentati a Charlie Hebdo. Come?

E’ Benyettou stesso a ricordarlo. “Ho contattato Dounia Bouzar – racconta Benyettou – nell’Ottobre del 2015 in quanto, dopo gli attentati contro la redazione di Charlie Hebdo e all’Hyper Casher, ho realmente compreso che avevo avuto un ruolo essenziale nel massacro, a causa delle prediche inculcate (nel 2004 ndr) a Chérif e Saïd Kouachi. Ho capito che avevo un debito verso la società francese. Ho voluto offire una testimonianza del mio percorso affinché si conosca pienamente l’ideologia jihadista e la si possa sconfiggere ». 
Nel suo libro Farid cerca di smantellare quella visione folle del mondo che l’autore stesso aveva difeso per anni dimenticando ed allontanandosi giorno dopo giorno dalla realtà. « L’ideologia jihadista spinge all’odio, alla distruzione e all’uccisione di chiunque la pensi diversamente. So che le mie apparizioni (mediatiche ndr) hanno infastidito molte persone ma ciò non cambia il mio impegno perché so che la mia testimonianza può aiutare a vincere la battaglia contro l’ideologia jihadista ».

Nel Gennaio del 2015 Farid Benyettou termina i suoi studi d’infermiere all’ospedale Pitié-Salpêtrière. Ironia della sorte perché è proprio in quell’ospedale che vengono mandate le vittime di Charlie Hebdo e dell’Hyper Casher. Farid viene immediatamente a sapere che gli autori della strage sono proprio i fratelli Kouachi, che lui conosce bene. Spontaneamente si rende presso la DGSI (Direzione generale della sicurezza interna francese) per raccontare tutto ciò che sa. Nel vederlo sbarcare gli agenti lo immobilizzano perchè pensano immediatamente ad un attentato suicida. Farid Benyettou racconta e tenta di contattare Dounia Bouzar. Vuole aiutarla ad aiutare altri ad uscire dalla spirale del jihadismo. Il ministero degli interni inizialmente si oppone, teme che Farid non sia realmente pentito ma che continui a giocare un ruolo fondamentale in quanto adepto del taqiya (la dissimulazione). Farid riesce però a convincere Dounia e le autorità ed inizia a collaborare.

Ma chi è realmente Faird Benyettou? Un ragazzo fragile del XIX arrondissement di Parigi che, sentendosi respingere dalla sua comunità inizia a scivolare nell’integralismo e nel salafismo. Pian piano la sua posizione s’irrigidisce. Nell’XI arrondissement di Parigi viene soprannominato « l’imam ». Fa sermoni alle ragazze senza velo, predica che la musica è haram (peccato), la fotografia pure essendo rappresentazione del vivente. « Ero terrorizzato dall’inferno – racconta – quando andavo al supermercato avevo paura che ci fosse la radio e quando sentivo la musica uscivo subito ». Farid vive nella paura costante di sé, degli altri, dell’inferno. Incontra uno sheik algerino che indottrina i giovani ad andare a fare il jihad in Afghanistan e che diventa il suo modello. Pian piano Farid si crea un suo piccolo gruppo e diventa il loro mentore. E’ la filiera della Buttes-Chaumont in cui c’è anche uno dei fratelli Kouachi, Chérif. La polizia arresta Farid nel 2005. Sarà liberato solo nel 2009. Il suo primo impulso è quello di ritrovare i « fratelli ». Inizialmente si aspetta di essere rigettato dalla comunità ebraica che è numerosa nel suo quartiere,  il XIX arrondissement. Ma ciò non avviene.

« Coloro che mi hanno davvero deradicalizzato – racconta – sono stati proprio i miei vicini ebrei. Mi aspettavo il rigetto, quasi lo desideravo perché mi avrebbe dato il pretesto per odiare la Francia. Invece no. Mi hanno di nuovo accolto. Mi hanno addirittura incoraggiato a lanciarmi negli studi infermieristici ». Così Farid inizia pian piano a staccarsi dai « fratelli » dalla paura, da una visione rigida dell’esistenza. Chérif Kouachi però continua a cercarlo. Cerca il suo ex mentore, colui che lo aveva indottrinato. La prigione lo ha notevolmente irrigidito. Insulta tutti i musulmani che non militano per il jihad. La polizia sospetta che abbia partecipato al tentativo di evasione dell’artificiere degli attentati di Saint-Michel. Farid incontra Chérif per l’ultima volta nel novembre del 2014. Ce l’ha con Daesh perché  crede che stia tradendo Al-Qaeda e il retaggio di Bin Laden, il suo eroe. Farid utilizza questo pretesto per cercare di far vacillare le convizioni dell’amico. Ma senza risultato. Qualche mese dopo Chérif si lancerà col fratello nell’attentato a Charlie Hebdo.

« Mi sono sentito colpevole – racconta – Sono stato io ad inculcargli l’utopia del jihad nel 2004 e sono stato ancora io, dieci anni dopo, a non essere riuscito a deradicalizzarlo ». Oggi Farid cerca di espiare la sua colpa aiutando la psicologa Dounia ed impedendo, secondo la psicologa, decine di partenze verso la Siria e l’Iraq proprio grazie alla sua conoscenza dei meccanismi d’indottrinamento, meccanismi che agiscono su menti fragili e senza punti di riferimento. Più che le bombe può forse la psicolgia.

@marco_cesario 

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