Rajoy puntava sull’asse con Merkel per ottenere un sigillo legale internazionale dalla più potente nazione d'Europa. Ma la sentenza del giudice tedesco scardina la via giudiziaria alla lotta contro l’indipendentismo. E Puigdemont ora può tentare la conversione da prigioniero a esule

Carles Puigdemont dopo una conferenza stampa a Berlino il 7 aprile 2018. REUTERS/Hannibal Hanschke
Carles Puigdemont dopo una conferenza stampa a Berlino il 7 aprile 2018. REUTERS/Hannibal Hanschke

Berlino - «La decisione del giudice di Schleswig è assolutamente corretta. Se anche le accuse per malversazione dei fondi cadranno, allora Puigdemont sarà un uomo libero in un Paese libero, per l’esattezza la Bundesrepublik». A parlare è Katarina Barley, neo-ministro della Giustizia del governo Merkel IV.


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Le dichiarazioni, raccolte dall’autorevole Süddeutsche Zeitung, sono state pubblicate a poche ore dal rilascio su cauzione del leader indipendentista catalano e sono state poi in parte smentite dal portavoce del ministro. La smentita, più o meno corretta, non è stata però sufficiente a calmare Madrid.

Se dopo la liberazione di Puigdemont il governo spagnolo aveva inizialmente tentato di nascondere la propria cocente delusione, le dichiarazioni di Barley hanno costretto la Spagna a esprimere formalmente il proprio disappunto. Il ministro degli Esteri iberico Alfonso Dastis ha così apertamente definito come sfortunate e inopportune le esternazioni della responsabile della giustizia tedesca. La permanenza di Carles Puigdemont in Germania, intanto, resta una vicenda composita e certamente non conclusa.

La collaborazione tra intelligence e l’arresto di Puigdemont

Per Madrid, l’arresto di Puigdemont in Germania sembrava delineare inizialmente uno scenario positivo. A fine marzo, venute a conoscenza di un viaggio del leader catalano a Helsinki, le autorità spagnole avevano riattivato il mandato di cattura europeo, che era stato strategicamente sospeso durante la permanenza dell’ex presidente della Generalitat in Belgio.

Pare che già venerdì 23 marzo la polizia finlandese volesse arrestare Puigdemont. Non a caso, il leader indipendentista ha scelto di non lasciare la Finlandia in aereo, ma di raggiungere la Svezia in nave e, da lì, spostarsi in traghetto e automobile verso la Danimarca e la Germania. Non è chiaro perché la polizia dei due Paesi scandinavi non abbia provato a fermare la vettura di Puigdemont. Considerando che i servizi segreti spagnoli stavano tracciando già da ore il gps dell’automobile, è più che plausibile che loro stessi abbiano preferito far arrestare il ricercato proprio in Germania.

Come spiega una precisa ricostruzione di Der Spiegel, nelle ore precedenti l’arresto si è attivato un efficiente coordinamento tra l’intelligence spagnola (il Cni, Centro Nacional de Inteligencia) e la Polizia Federale tedesca (la Bka, Bundeskriminalamt). Un ufficiale di collegamento della Cni ha segnalato alla Bka che Puigdemont avrebbe attraversato il confine danese dopo le 10 di mattina di domenica. Preso atto dell’informazione, per le autorità tedesche tutto si è svolto molto velocemente.

A quanto pare, dal momento che il primo mandato di cattura europeo contro Puigdemont era già stato valutato come corretto in Germania, il secondo mandato di cattura non è stato nuovamente discusso dal ministero della Giustizia tedesco, che non sarebbe quindi stato attivamente coinvolto nella decisione di bloccare il leader catalano. L’arresto è avvenuto domenica 25 marzo, poco dopo le ore 11 di mattina, sull’autostrada A7, a 30 km dal confine con la Danimarca.

A eseguire l’operazione è stata la polizia locale dello Schleswig-Holstein, su indicazione della Bka. Da quel momento, la questione è entrata sotto la diretta giurisdizione di uno dei più piccoli e tranquilli stati federali tedeschi.

L’attendismo del governo tedesco

Dopo l’arresto di Puigdemont, l’esecutivo Merkel ha subito cercato di non dare alcun contenuto politico alla vicenda. Una missione per certi versi impossibile, viste le immediate reazioni spagnole. Madrid ha velocemente cantato vittoria, forse confidando erroneamente che l’arresto fosse già il passaggio decisivo per una veloce e quasi automatica estradizione. Il fronte indipendentista catalano, invece, ha dato tempestivamente vita a una serie di manifestazioni davanti ai consolati tedeschi in Spagna e di fronte al carcere di Neumünster in cui Puigdemont è stato rinchiuso.

Nella settimana successiva il governo Merkel ha continuato a ripetere che si trattava di una questione giudiziaria meramente tecnica in mano all’Oberlandesgericht dello Schleswig-Holstein.

Poi, un po’ a sorpresa per molti, è arrivata la decisione del tribunale, che non ha considerato applicabile in Germania l’accusa di “ribellione” rivolta dalla giustizia spagnola contro Puigdemont, lasciando aperta solo la questione della malversazione di fondi e facendo uscire dal carcere il leader catalano (in seguito a una cauzione di 75 mila euro).

Tutti gli errori di Mariano Rajoy

L’esecutivo spagnolo aveva chiaramente scommesso che Angela Merkel, di cui il premier Rajoy è stato per anni fedele alleato europeo nelle politiche di rigore dei conti, avrebbe deciso di sostenere con più forza Madrid. Non è escluso che questo sostegno possa ancora arrivare, in qualche modo, così com’è stato già espresso negli ultimi mesi dall’asse Ppe della Cancelliera e del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker.

Alla prova dei fatti, però, l’arresto di Puigdemont in Germania rischia ugualmente di diventare l’ennesimo disastro strategico di Madrid.

Fin dall’annuncio, lo scorso anno, di un referendum per l’indipendenza catalana, il governo di Rajoy è stato capace di inanellare un’incredibile serie di valutazioni sbagliate. L’esecutivo spagnolo non ha solo scelto di fermare con migliaia di agenti antisommossa un referendum tanto illegittimo quanto sostanzialmente pacifico (e di farlo davanti alle telecamere di tutto il mondo), ma, in seguito, ha anche cercato di evitare qualunque nuovo confronto politico sulla Catalogna, consegnando l’intera questione al potere giudiziario.

Quest’ultima strategia si è ora rivelata un vero e proprio boomerang su scala internazionale, proprio a causa della decisione del tribunale dello Schleswig-Holstein. I mandati di arresto europei si basano sul principio di reciprocità e se c’è una legislazione in Europa che avrebbe potuto trovare una certa affinità con il reato di “ribellione” contestato a Puigdemont, quella era propria la legge tedesca, che prevede a sua volta il reato di Hochverrat (alto tradimento).

Il problema, come noto, è che sia la legge tedesca sia quella spagnola definiscono questi reati in base alla presenza di una violenza attiva contro lo Stato. Secondo i giudici spagnoli Puigdemont avrebbe esercitato questa violenza con l’organizzazione del referendum del 1 ottobre 2017, ma per il tribunale tedesco, invece, la stessa violenza non ha mai avuto una dimensione tale da poter accusare il leader catalano di alto tradimento. In altre parole: se Rajoy sperava di ricevere un sigillo legale internazionale dalla più forte nazione dell’Unione europea, è ora avvenuto esattamente il contrario.

Per il momento, la sentenza tedesca sconfessa la pietra angolare di tutti i procedimenti penali contro i leader catalani attualmente sotto processo in patria e di tutti i mandati d’arresto europei emessi nei confronti di altri indipendentisti.

Certo, la partita non è chiusa, considerando che lo stesso tribunale dello Schleswig-Holstein ha escluso che ci sia una persecuzione politica nei confronti di Puigdemont, ma il colpo per governo Rajoy rimane forte e significativo.

Sicuramente sbagliata è stata la speranza di chi nel fronte unionista spagnolo confidava in qualche specie di sintonia politica tra potere esecutivo e giudiziario tedeschi. Una sintonia che era sostanzialmente impossibile, non solo per le accelerate tempistiche di questa prima fase del caso Puigdemont, ma anche strutturalmente, data la forma federalista e decentralizzata delle istituzioni della Germania.

Altro errore di analisi dell’oltranzismo del governo Rajoy è stato dimenticarsi che il nuovo governo Merkel, ancora più dei precedenti, si basa anche sul sostegno dei socialdemocratici, che non sono grandi ammiratori dei metodi del premier spagnolo. Le dichiarazioni della ministra della Giustizia Barley, che è convintamente socialdemocratica, dimostrano come l’esecutivo tedesco sia mosso anche da correnti politiche che vedono nella mancanza di flessibilità di Rajoy un serio ostacolo a un’evoluzione diplomatica (interna ed esterna) della crisi catalana.

Non è difficile ipotizzare il formarsi di un fronte comune tra le dichiarazioni di Barley e del suo alleato spagnolo nel Pse, il leader dei socialisti Pedro Sánchez, che negli ultimi giorni ha sottolineato come la leadership di Rajoy sia stata incapace di affrontare politicamente la questione catalana, finendo per “nascondersi dietro alle toghe”.

Puigdemont punta al ruolo di esule

L’intermediazione dei maggiori Paesi europei e della stessa Ue è da sempre il vero obiettivo della leadership indipendentista di Barcellona. Su questo piano, le ultime mosse di Puigdemont si sono rivelate un successo. Non è scorretto immaginare che l’ex presidente della Generalitat, una volta lasciata Helsinki, abbia egli stesso puntato a farsi arrestare in Germania.

È difficile credere che Puigdemont non immaginasse di essere tracciato dai servizi spagnoli. Non solo: è anche chiaro che l’esilio belga del leader non fosse sufficientemente mediatico per mantenere alta l’attenzione sulla causa catalana. Se Bruxelles non si è rivelata il vero cuore dell’Europa, Berlino, invece, rischia di esserlo.

Ora Puigdemont si trova proprio nella capitale tedesca, dove lo scorso sabato ha tenuto una conferenza stampa in cui ha abilmente invitato al dialogo Madrid e, contemporaneamente, richiesto la liberazione dei leader catalani arrestati in Spagna. Prima di poter eventualmente lasciare la Germania, Puigdemont dovrà adesso aspettare che il tribunale dello Schleswig-Holstein si esprima sull’accusa di malversazione di fondi pubblici.

Nel caso Puigdemont venga estradato in Spagna per questo secondo reato, Madrid non potrebbe comunque processarlo più per “ribellione” e si aprirebbe un cortocircuito giudiziario complicato. Il risultato potrebbe esacerbare la crisi catalana oppure favorire una sempre più invocata soluzione politica.

Al di là delle opposte retoriche dei due fronti, infatti, la Catalogna resta sostanzialmente spaccata in due sull’indipendentismo, in quella che è una pericolosa lacerazione della società civile della regione. Nel frattempo, Puigdemont sembra voler riorganizzare il suo ruolo di esule politico. Un ruolo narrativamente potente, ma che è più fragile di quanto sembri.

Se è vero che nell’ultima settimana la Germania non ha fatto favori a Madrid, questo non significa che Berlino voglia supportare i sogni di Barcellona.

@lorenzomonfreg

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