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Qatar, calcio e terrorismo. La zona d’ombra che l’Occidente non vuol vedere

Meno di un anno fa, a pochi giorni dall’attentato a Charlie Hebdo, il Paris Saint Germain veniva accolto nella trasferta di Bastia da uno striscione rimasto memorabile: “Le Qatar finance le PSG… et le terrorisme”. Sulle gradinate della tifoseria còrsa appariva scritto a lettere cubitali e in maniera fin troppo semplificata un concetto che ripetono da tempo politici e analisti di mezzo mondo: i generosi finanziamenti che da qualche anno a questa parte sono riversati a pioggia sul calcio francese ed europeo (così come in altri settori appetibili, dalla moda al cinema, fino all’industria automobilistica) arriverebbero dagli stessi Paesi e dagli stessi magnati che hanno sovvenzionato i responsabili degli attacchi di gennaio alla redazione del giornale satirico francese e quelli allo stadio Saint Denis e al teatro Bataclan del 13 novembre scorso.

Proprio all’indomani dell’ultimo attentato parigino hanno fatto perciò discutere le iniziative di solidarietà promosse da alcuni dei club che maggiormente godono dei discussi capitali del Qatar, capofila nella lista dei paesi sospettati di sostenere il jihadismo. Ibrahimovic, Cavani e le altre stelle del Psg (società di proprietà dal 2011 di Nasser Ghanim Al-Khelaïfi, presidente della Qatar Investments Authority, fondo sovrano con sede a Doha) sono scesi in campo con una nuova maglia che al posto dello sponsor portava la scritta “Je suis Paris, mentre il Barcellona (un altro club beneficiato dai capitali del Golfo attraverso i 200 milioni di dollari della sponsorizzazione Qatar Airways) si è limitato a testimoniare la propria solidarietà nei confronti delle 130 vittime parigine.

Tutto lecito, se non fosse per il fatto che gli stessi fondi che hanno consentito a una squadra storicamente di medio livello come il Psg di arrivare a competere con i top club europei, o che hanno permesso ai catalani di rimpinguare le proprie finanze, sono gli stessi che starebbero finanziando il terrorismo internazionale.

Tra i primi a puntare il dito contro Doha è stata proprio la Francia, dove da tempo si parla del sostegno offerto dall’emirato alle milizie jihadiste attive in Medioriente e in Mali. Lo scorso anno fu invece il ministro dello Sviluppo tedesco Gerd Mueller a parlare apertamente di sostegno qatariota all’Isis in Iraq e in Siria. Identiche accuse formulate dagli Stati Uniti, che pure hanno in Qatar la più grande base militare della regione. Alle parole non sono però mai seguiti i fatti, e fino a oggi gli accusatori del Qatar si sono accontentati delle smentite di Doha, che ha sempre escluso ogni coinvolgimento col terrorismo.

Rispetto alle presunte e occulte sponsorhip dell’emirato, quelle ufficiali - destinate al calcio e allo sport in generale - funzionano come una sorta di prezioso diversivo. I crescenti investimenti in Europa, in particolare quelli in settori ad alto impatto mediatico, servono infatti ad accreditare sempre più il piccolo stato arabo presso l’opinione pubblica internazionale, consentendogli di ritagliarsi a poco a poco il ruolo di credibile alleato economico e politico dell’Occidente.

Ligue 1 e Liga sono due dei campionati europei dove più forte è diventata la presenza di capitali della Qatar Investment Authority, fondo sovrano con sede a Doha. In Spagna, prima di investire nel Barcellona, la famiglia regnante al-Thani aveva puntato sul piccolo Malaga, acquistato nel 2010 per 36 milioni di euro. Ancora più forti sono le relazioni tra Qatar e Francia, dove c’è anche il network televisivo Al-Jazeera detentore del monopolio di fatto sul calcio in tv, con i diritti su campionato nazionale, Champions League, Europa League ed Europei 2012 e 2016.

La ciliegina sulla torta sono però i Mondiali di calcio del 2022, che la Fifa di Blatter - tra polemiche e fondati sospetti di corruzione - ha deciso di assegnare proprio al Qatar. Sarà quello il punto più alto di una strategia politica che fino a oggi non sembra turbare nessuno. Né all’interno mondo del calcio, né altrove.

@carlomariamiele 

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