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Quale futuro per la Export-Import Bank?

Nel 1934, in era rooseveltiana, nacque la Export-Import Bank, un'agenzia del governo americano, il cui obiettivo era quello di finanziare ed assicurare l'acquisto, da parte degli stranieri, di prodotti americani. Ora una ricerca compiuta dal sito Al Monitor ha rivelato che nell'ultimo periodo i maggiori beneficiari di questi sussidi sono stati i Paesi del Golfo e la Turchia, contribuendo ad accendere il dibattito sull'esistenza stessa della banca. Secondo i critici, il programma, fatto di prestiti e garanzie, indebolisce l'industria americana a vantaggio di quella estera. Per i fautori, invece, la Ex-Im Bank permette di creare posti di lavoro in patria, nei settori destinati all'export.

L'analisi mostra che nella fase 2010-2014 dodici dei 141 miliardi di dollari del piano (l'8,5 per cento, quindi) hanno finanziato compagnie dell'Arabia Saudita e degli Emirati Arabi, consentendo loro di pagare reattori nucleari, generatori di energia per l'industria, flotte di jet della Boeing. Un prestito di cinque miliardi di dollari ha permesso all'Arabia di costruire uno dei più grandi complessi petrolchimici del mondo.

La Export-Import Bank e il governo di Dubai nel 2013 hanno firmato un accordo non vincolante, in base al quale l'istituto di credito potrebbe sostenere mega progetti fino a cinque miliardi di dollari, in settori come il controllo del traffico aereo, le infrastrutture aeroportuali, la rete ferroviaria e metropolitana, i porti, le centrali elettriche, l'industria petrolchimica, il trattamento delle acque.

Il Memorandum of Understanding stipulato con Dubai contiene in se' la filosofia della banca. L'amministratore delegato della Ex-Im Bank, Fred Hochberg, ha detto che l'accordo "aiuta ad assicurare che gli esportatori americani non siano svantaggiati di fronte a compagnie straniere sostenute dal capitale guidato dallo Stato. Quanti più ordini ottengono gli esportatori a Dubai, tanti più posti di lavoro vengono creati in America".

Dietro Arabia Saudita ed Emirati Arabi c'è la Turchia, che negli ultimi cinque anni ha ricevuto 4,5 miliardi di dollari per progetti in ambito elettrico ed aeronautico. Nel periodo 2010-2014 le compagnie del Vicino Oriente e del Nordafrica hanno coperto il 13 per cento del finanziamento al commercio della banca (con un picco del 27 per cento nel 2012). Anche Israele, Kuwait, Marocco ed Egitto hanno ricevuto centinaia di migliaia di dollari, tra prestiti e garanzie a lungo termine, per acquistare aeroplani ed altri prodotti americani. Bahrein, Iraq, Giordania, Libano, Libia ed Oman hanno ottenuto cifre inferiori, nell'ordine delle decine di migliaia di dollari, in assicurazioni sul credito e garanzie a breve termine.

L'agenzia viene difesa dall'amministrazione Obama, che la considera sia uno strumento di diplomazia che un mezzo per creare posti di lavoro (164.000, nell'anno fiscale 2014, con un investimento di 27,4 miliardi di dollari), ma è entrata nel mirino dei repubblicani, che intendono abolirla. Per il GOP la banca è il classico esempio di privatizzazione dei guadagni e socializzazione delle perdite ("se le vendite vanno bene, i profitti toccano alle aziende, se vanno male, il rischio ricade sui contribuenti), nonché un modo per affossare il libero mercato e imporre un progressivo welfare state, fondato sull'interventismo pubblico.

I lobbisti del Golfo, ovviamente, lavorano al mantenimento del programma, che consente ai loro Paesi di acquistare prodotti tecnologicamente avanzati a un prezzo competitivo. I democratici sottolineano la necessità di non perdere il passo davanti alla concorrenza europea e soprattutto asiatica, che gode del sostegno statale. Ma la banca non viene contestata solo dai repubblicani, per i quali "è folle sostenere il business straniero". Tra gli avversari ci sono anche grandi compagnie americane, in particolare quelle aeree, come la Delta. La ragione è semplice: ben 7,7 miliardi di sussidi hanno consentito ad aziende come la Turkish Airlines, la Emirates e la Etihad di acquistare i jet della Boeing.

 

 

 

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