Quando Caracas la notte si vestiva di rumba

La capitale del Venezuela compie 450 anni. Ma è un compleanno triste, racconta la settantasettene Valerie Brahwaite, leggendaria deejay e scultrice, che ci guida nella notte lunga, silenziosa e violenta della sua città. Rievocando una Caracas sparita.

Una coppia balla a Caracas. REUTERS/Ricardo Moraes
Una coppia balla a Caracas. REUTERS/Ricardo Moraes

Caracas (Venezuela). C'è stato un tempo che al Parque Central si affollavano i cinema e i ristorantini, il maestoso teatro Teresa Carreño faceva sold-out e le terrazze dell'Hilton si animavano di cocktail e musica. Caracas si vestiva di rumba, ognuno come poteva, ma non c’è caraqueño che non ricordi gli anni del boom, quando ci si poteva permettere un vestito nuovo e una festa, non occorreva essere ricchi per farlo. Quest’anno la metropoli venezuelana compie 450 anni dalla sua fondazione. E poche volte come ora si è sentita così sola.

La notte e la nostalgia a Caracas sono diventate gemelle. E non c’è modo migliore per scoprirlo se non andando a braccetto di Valerie Brathwaite ogni due domeniche del mese alla Casa22. Dalle 18, mentre nel cielo comincia a infiammarsi il tramonto, Valerie Brathwaite si presenta puntuale alla console di questo raffinato wine-bar a El Hatillo. Il suo jazz, dal ritmo sostenuto e mixato con i migliori musicisti africani e afro-caraibici, riempie le sale. Suona fino alle 22. Non di più. Poi balla.

Se a Caracas chiedi chi è la più famosa deejay della città chiunque ti farà il suo nome. Questa donna minuta, elegantissima, stretta nei suoi 77 anni e nei capelli neri e raccolti, è anche una delle scultrici più affermate e prestigiose che possa vantare il paese. Se le si chiede perché faccia la deejay, lei ride: «A nove anni mio fratello sapeva che un giorno avrebbe fatto il medico. Io invece pensavo solo alle feste». Poi aggiunge, quasi con una smorfia: «Sfido la paura che questo paese non si merita. E’ la mia forma di resistenza».

Valerie Brathwaite è colta e cosmopolita, così come lo era questa città negli anni Settanta. Originaria di Trinidad & Tobago, qui ci è arrivata nel 1969 e non se n’è più andata, «perché a Caracas mi sentivo come a Londra ma con il sole dei Caraibi». Famiglia benestante, «un padre civil servant governativo che ha guidato la transizione verso l’indipendenza, una nonna scozzese figlia di missionari finita sposata con un uomo di Saint-Lucia». A neanche 17 anni già studiava a Londra, prima interior design e poi arte, tra coetanei da tutto il mondo. «Arrivavamo da tutte le colonie e i protettorati e ci facevamo incantare dall’Europa». Valerie Brathwaite ha attraversato mezzo continente, per completare i suoi studi e bazzicare «i club a Londra e a Parigi dove scoprivamo Billy Holliday e incontravamo Miles Davis».

«Ho sempre saputo che non sarei tornata a Trinidad. Caracas era una città che vibrava ed erano gli europei che venivano qui per trovare la migliore arte e il miglior business». Sorseggia il suo vino e scuote la testa: «Mi chiedo sempre cosa sia rimasto di quella città».

Quando si avvicina la notte a Caracas il tramestio nelle strade si fa più forte e il passo si allunga veloce. L'andirivieni all'uscita dalla metro è incessante, tutti provano veloci a raggiungere casa.

La sera scende e l'illuminazione fioca e opaca si posa, lasciandola quasi al buio. Pochi girano persino tra Chacao e Sabana Grande, centralissime e di giorno affollate all’inverosimile. Un reticolo di luci si espande in alto e tutto attorno, sono i ranchos sepolti nelle montagne.

Sprofonda nel buio la grande scultura organica di Valerie Brathwaite alla stazione del metro de La Hoyada. E’ uno dei suoi Vegetales danzantes. E sembrano vagare tristi anche le altre sculture, splendidi reperti di arte cinetica che spuntano ovunque in città, di grandi artisti come Alejandro Otero e Jesus Soto e Carlos Cruz Diez. Lei sorride: «Ricordo di aver letto commossa la prima critica ad una mia opera. La firmava Derek Walcott».

La notte di Caracas è lunga e silenziosa. Ora che le proteste di strada si sono calmate non si sentono più le raffiche sorde dei lacrimogeni, i colpi di pistola, le sirene spiegate che dalla Candelaria o El Paraíso o Montalbán raccontavano di barricate alzate dagli abitanti, le irruzioni illegali della polizia, le scorribande dei motorizados.

Durante i quattro mesi di manifestazioni contro il Governo, da aprile a luglio, che hanno lasciato più di 120 morti e migliaia di feriti, di notte erano i quartieri a ovest che si arrabbiavano, quelli che il chavismo considerava suoi, quelli di classe media e medio-bassa, se ancora esistono queste classi in Venezuela, tanto la geografia sociale è stata sfregiata dalla violentissima crisi economica che la attanaglia ancora. «La prima volta che ho sentito Hugo Chavez parlare mi aveva affascinato. Mi ero anche convinta di votarlo - ricorda Valerie Brathwaite - Solo che il giorno delle elezioni mi hanno rubato il portafoglio in un caffè. E dentro c’era la tessera elettorale. Il destino: per fortuna non l’ho fatto, me ne sarei pentita per sempre».

Dalle otto di sera si fa nero pece anche al Parque Central, il complesso nato dal boom coi suoi edifici un tempo spettacolari e ora decadenti e torbidi e popolari. Là dove si apre Avenida Bolivar, con i suoi tanti musei che custodiscono collezioni uniche al mondo anche se di giorno sono aperti a singhiozzo ed è visitabile solo qualche sala.

In giro per la città sono chiusi anche molti dei locali notturni che erano sempre stati un must, soprattutto per i più giovani, alla Mercedes o a La Castellana. Quelli sopravvissuti alla crisi, oltre ad essere fuori portata di un comune portafoglio sono il bersaglio preferito delle rapine. Non c'è caraqueño che non ti racconti di un atraco, un assalto a mano armata, uscendo di notte da un locale. Se si riesce a raggiungere la macchina o a prendere un taxi, bisogna filare veloci e imparare a dribblare i semafori rossi. L’Osservatorio venezuelano sulla violencia ogni anno sforna statistiche che fanno impallidire. Nel silenzio delle agenzie dello stato, ricostruiscono le cifre andando negli ospedali, negli obitori, nelle stazioni di polizia, nei gruppi di vicinato. Nel 2016 hanno contato in tutto il paese 28.479 morti violente, di cui 18.230 omicidi. E’ il secondo paese con più omicidi al mondo, dopo El Salvador. Il tasso di mortalità è del 91,8 ogni 100 mila abitanti, che diventa 138 nel distretto della capitale.

Oggi Caracas è una Rotten Town, come la canzone di One Chot, forse il più famoso rapper venezuelano sopravvissuto nel 2012 a un colpo di pistola in testa, mentre era fermo al semaforo. Sulla strada di ritorno, in un taxi silenzioso, Valerie Brathwaite osserva silenziosa dal finestrino la metropoli che sfugge via, stringe la maniglia sopra la testa quasi con un senso di vertigine. Allora dice: «C'era profumo di curry a Brixton. E nei corridoi dell'università a Londra l'aria era elettrica. Era il 1962. I miei compagni di appartamento studiavano Legge, ero l'unica iscritta ad Arte. Mettevamo i vinili di jazz e funky e passavamo ore a parlare del modello scandinavo e a sognare di portarlo nei Caraibi quando sarebbero stati, di lì a qualche giorno, indipendenti».

@fabiobozzato

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