Quando un campo profughi diventa una vita ideale: Domiz

Settanta mila persone, tre famiglie a tenda, bambini a seguire corsi scolastici dentro container infuocati, la pietà, di chi può solo visitare, come riflesso che rimbalza da una parte all’altra della testa e la normalità che cerca d’infilarsi in azioni apparentemente paradossali, ma che sanno di ostinata ricerca di consuetudini: questa la vita a Domiz, provincia di Mosul (zona dell’Iraq del Nord, il Kurdistan autonomo, che è in parte gestito da Baghdad ed in parte dal parlamento di Erbil), ma che, in questa strana divisione amministrativa, risponde al Governatorato di Duhok. Qui c’è il campo di profughi siriani più grande dell’Iraq.

 

Circa l’ottanta per cento dei presenti sono siriani curdi, scappati per lo più dalle città di Damasco ed Aleppo, fuori dal controllo delle milizie curde che al momento controllano il Rojava (appunto il Kurdistan siriano). Queste ultime al momento hanno la tregua dall’esercito centrale del regime di Bahar Al-Assad, ma combattono contro le milizie islamiche di Al Nusra, in una scacchiera dagli interessi internazionali che in Siria vede crescere ogni giorno il numero degli attori.

Dal campo profughi si può uscire ed entrare senza tanti controlli, basta mostrare un tesserino concesso dalle Nazioni Unite. Anche qui, come negli altri campi iracheni, le bandiere del PDK (Partito Democratico del Kurdistan) e del leader, presidente della regione autonoma, Mesud Barzani, sventolano ovunque. Una distesa di tende lungo l’orizzonte. Il vortice di sabbia dell’ingresso viene alzata, oltre che dal vento caldo, dai numerosi taxi che ronzano intorno per far rientrare o fornire passaggi a chi ha bisogno di recarsi nei centri cittadini. Una parte dei profughi siriani ha trovato piccoli lavori nel Kurdistan iracheno. Quelli scappati dalla Siria da più di un anno sono divenuti privilegiati, perché in grado di trovare uno spazio di vivibilità diverso. Ci sono infatti  piccole stanze tirate su da qualche mattone, oppure vetrine per scheletrici negozi impolverati d’abbigliamento, ma anche ombrelloni sparuti sotto i quali ci sono casse impilate con sopra sigarette, cambio soldi ed ancora frammenti sparsi di normalità.

Edrees N. Salih è il coordinatore di questo campo, in un ufficio dove circolari e firme d’apporre si susseguono con la stessa costanza delle emergenze da affrontare.

 <<Questo campo aveva la possibilità di accogliere venticinquemila persone, si è andati ben oltre, arrivando a circa settantamila. Anche se le stime sono molto complicate, perché c’è libertà di circolazione per i profughi, quindi entrano ed escano a loro piacimento, magari facendo aggregare qualcun altro che non si registra>>.

Il picco più alto di accoglienza, al momento bloccata, c’è stato tra il luglio ed il settembre del 2013. Ebree N. Salih tiene a sottolineare che la presenza dell’UNHCR (il braccio delle Nazioni Unite per i rifugiati) ha un’incidenza bassa rispetto alla mole di lavoro svolta dal Parlamento autonomo del Kurdistan iracheno (che sta gestendo 6 campi profughi per siriani in tutta il territorio). Curdi d’Iraq che aiutano curdi di Siria, sacca per il progetto di un Kurdistan federato in ogni Stato, con relazioni interregionali: tutto molto ipotetico e forse neanche più nei piani della totalità dei curdi. Quelli siriani che arrivano a Domiz e negli altri campi profughi in Iraq possono si usufruire di assistenza, ma non viene garantito loro alcun diritto di cittadinanza. Il referente governativo del campo continua a lamentare disparità di attenzione tra le strutture che accolgono profughi siriani nel Kurdistan iracheno e quelli presenti in Giordania e Turchia.

<<Non ne conosco le ragioni politiche, ma anche l’Arabia Saudita preferisce sponsorizzare i campi presenti in Turchia, ignorando completamente i nostri. I canali di sostentamento di cui disponiamo sono essenzialmente tre: il più massiccio è quello del governo autonomo, poi c’è quello della solidarietà della nostra popolazione, che offre anche lavori ai profughi, ed il terzo, quello più inconsistente, delle Nazioni Unite>>.

Le considerazioni che ruotano attorno a tale generosità sono due. La prima è di natura storica, nella quale vince l’aspetto umano di una regione curda che aiuta la popolazione siriana per senso di fratellanza e perché ha patito sulla sua pelle la chiusura dei confini iraniani durante la repressione ai danni dei curdi dell’Iraq di Saddam Hussein. L’altra motivazione è invece frutto di un calcolo politico, secondo il quale il presidente della regione autonoma, Barzani, vorrebbe mettere un piede in Siria, nella zona curda, dove al momento è tagliato fuori. Accogliendo molti giovani, dopo averli formati e retribuiti, potrebbe chiedere loro di fare la spola verso la Siria e dunque coprire l’area per lui.

Al di là di questi castelli geopolitici, che solo il tempo potrà riempire di giudizio, resta quest’incredibile tappeto umano di precarietà, in cui ci si mette in fila per fare qualsiasi cosa, anche magari per giocare ad arrampicarsi su di una rete, come fanno dei bambini scalzi. Le donne aspettano chissà cosa fuori le tende, mentre gli uomini girano con le mani l’una dentro l’altra dietro la schiena.

Una grossa tenda verde miliare è la sala d’aspetto di un ospedale attrezzato in maniera soddisfacente. C’è però chi ringrazia e chi si lamenta per la scarsa attenzione. Le orecchie si riempiono di uccisioni, fughe, ricongiunzioni e sparizioni, in un via vai di profughi, alcuni ben vestiti ed altri semi nudi, operatori dalle varie etichette sulle camicie (Medici senza Frontiere, Unicef ed ecc …):

 <<In Siria non si sa più da chi difendersi. Sentivo i colpi d’arma da fuoco contro di me in quanto siriano, curdo, essere umano. Estremisti islamici, esercito di liberazione, contrabbandieri, non so come definirli, ma comunque mi hanno spodestato della mia casa. Voglio tornare in Siria quando sarà libera >>.

La voce di un uomo che mi si avvicina appare rassicurata dalle tende di questo campo, dal cibo razionato, dal ghiaccio da attendere come manna e dai vaccini come miracolo, perché tutto comunque lontano dalle violenze patite. La serenità trovata qui è davvero un macigno, perché la rassegnazione di una vita precaria appare un miracolo e di fatto rende quella di Domiz una vita ideale.

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