Tre anni fa, il bullismo di Modi ha gettato il governo nepalese tra le braccia della Cina. Ma Delhi teme la crescente influenza di Pechino nel cortile di casa. Così il premier indiano tenta di recuperare i rapporti di un tempo, puntando in primis sui legami storici e religiosi. 

 Modi con un tradizionale turbante Maithili durante la sua visita a Janaki Mandir, un tempio indù dedicato alla dea Sita, a Janakpur, in Nepal, l'11 maggio 2018. REUTERS / Navesh Chitrakar
Modi con un tradizionale turbante Maithili durante la sua visita a Janaki Mandir, un tempio indù dedicato alla dea Sita, a Janakpur, in Nepal, l'11 maggio 2018. REUTERS / Navesh Chitrakar

Lo scorso weekend il primo ministro indiano Narendra Modi si è recato per la terza volta in tre anni in Nepal, in una visita di Stato dall’alto interesse geostrategico declinata in 48 ore di pellegrinaggio religioso. Considerando la parabola discendente vissuta dalle relazioni indo-nepalesi durante l’amministrazione Modi, utilizzare l’aspetto religioso per fare breccia su una popolazione nepalese profondamente irritata dall’atteggiamento del vicino indiano negli ultimi anni, per il premier indiano ha rappresentato una scelta obbligata e decisamente non sofferta.


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Riavvolgiamo l’orologio all’aprile 2015. Modi è a capo della coalizione di governo da un anno e il 25 aprile il Nepal è sconquassato da un terremoto di magnitudo superiore al grado 8: i morti, tra il primo sisma e la scossa d’assestamento del 12 maggio, sono quasi novemila; almeno 3 milioni gli sfollati, con danni infrastrutturali stimati intorno al 50 per cento del Pil nazionale.

In questo frangente, la gara di solidarietà internazionale vede un testa a testa tra Pechino e New Delhi, con quest’ultima – fresca di dirigenza modiana – impegnata a promuovere enormemente all’interno dei propri confini gli sforzi fatti dallo Stato per correre in aiuto al vicino nepalese. Con operazioni di soccorso condotte a favore di telecamera indiana, il racconto dell’intervento di New Delhi in Nepal ha presto assunto le tinte del reality strappalacrime, tanto da innescare una protesta popolare amplificata sui social media con l’hashtag #GoHomeIndianMedia.

Pochi mesi più tardi, a settembre, mentre il Nepal cercava di rialzarsi dalla peggiore calamità naturale sofferta negli ultimi 70 anni e, allo stesso tempo, si accingeva finalmente a completare la redazione definitiva della prima Costituzione, l’India era pronta a mostrare un altro tipo di influenza, stavolta lontano dal prime time televisivo.

Sostenendo informalmente le proteste della popolazione Madhesi, insediata nella piana del Terai che si estende dal Nepal meridionale all’India settentrionale, che lamentava un trattamento sfavorevole nella ripartizione delle circoscrizioni elettorali dettata dalla nuova Costituzione appena entrata in vigore, New Delhi metteva in atto un embargo totale per costringere Kathmandu a introdurre modifiche costituzionali che trovassero il favore del governo indiano. Con file di camion bloccati alle dogane sul confine – aperto – tra India e Nepal, nella democrazia himalayana i danni causati dal blocco voluto da Modi si sono abbattuti con violenza sulla crisi umanitaria già in corso, di fatto spingendo Kathmandu tra le braccia della Cina pronta ad aprire nuovi canali commerciali ed energetici.

Incidentalmente, la leva anti-indiana e nazionalista offerta alla politica nepalese dal bullismo di New Delhi ha dato la spinta necessaria a superare le differenze tra schieramenti, inaugurando in Nepal un governo di coalizione di sinistra guidato dal primo ministro K.P. Oli forte di una maggioranza parlamentare senza precedenti nel Paese. Il progetto di Oli: portare prosperità nella Repubblica himalayana e ritagliarsi margini di mobilità geopolitica liberi dalla stretta monopolistica indiana, intessendo nuovi rapporti – commerciali e politici - con la Repubblica popolare cinese.

In questo senso la due giorni di Modi in Nepal ha sostanzialmente insistito sulla riaffermazione dei legami storici e culturali tra New Delhi e Kathmandu, come a ricordare vincoli di fedeltà che l’India ora ha intenzione di rinsaldare, dopo la debacle bilaterale del 2015.

Accompagnato da Oli, Modi si è recato in pellegrinaggio presso i templi hindu e buddhisti di Janaki, Muktinath e Pashupatinath, rilasciando numerose dichiarazioni programmatiche circa i legami indissolubili di carattere religioso che intercorrono tra i due Paesi, entrambi a maggioranza hindu.

In questo curioso mix di ragion di Stato e devozione, la delegazione indiana ha tenuto a latere del pellegrinaggio alcuni meeting di carattere più istituzionale, da cui sono emersi annunci altisonanti e poco più: New Delhi si impegna ad aprire nuove rotte aeree verso il Paese, realizzare opere infrastrutturali nel sud del Nepal e a completare la costruzione di una centrale idroelettrica da 900 MW di cui Oli e Modi hanno deposto telematicamente la prima pietra.

Promesse che, mantenute o meno, per Modi si inseriscono nella campagna politica del neighborhood first con cui l’India dovrebbe tenere ben saldi i rapporti politici e commerciali coi vicini dell’Asia Meridionale. Sforzo che negli ultimi anni appare quasi totalmente vanificato dall’intraprendenza di Pechino nell’area, capace di espandere la propria influenza in tutta la regione tanto dall’aver accerchiato, di fatto, un’India troppo debole – politicamente ed economicamente – per competere con progetti targati Cina come la Nuova Via della Seta.

Almeno nel caso nepalese, l’unica speranza indiana per non farsi soffiare da Pechino l’appoggio di Kathmandu è far affidamento su affinità culturali che la Cina non può vantare.

Swaran Singh, professore di relazioni internazionali presso la Jawaharlal Nehru University di New Delhi, ha dichiarato ad Al-Jazeera: «La Cina è l’elefante nella stanza. Il ministro degli Esteri nepalese Gyawali è stato a Pechino di recente. Ci sono colloqui tra i due Paesi sul tema della connettività ma la Cina non può competere con l’India in Nepal. Gli interessi cinesi sono puramente commerciali, mentre l’India è interessata a esplorare i legami storici tra i due Paesi».

Una situazione che il premier nepalese Oli pare stia leggendo nella maniera probabilmente più vantaggiosa per il Nepal: promuovendo un’immagine anti-indiana capace di polarizzare il voto intorno a sé, ora dà tutta l’impressione di un riposizionamento in chiave di realpolitik, offrendo all’India di Modi la possibilità di recuperare il terreno perduto e rinsaldando un rapporto di cui il Nepal, a conti fatti, non può fare a meno.

Si legge a conclusione di un editoriale pubblicato Nepali Times: “La visita di Modi può darci occasione di ricordarci dei legami economici tra India e Nepal. Il deficit commerciale nepalese con l’India lo scorso anno ha toccato quota 10 miliardi di dollari, facendo del Nepal il decimo mercato di prodotti indiani al mondo. La nostra dipendenza economica dall’India ha un impatto diretto sulla nostra indipendenza politica”. Per il governo Oli, giostrarsi tra l’ineluttabilità dell’influenza indiana in Nepal e lo spauracchio cinese da sbandierare per tenere a bada le intemperanze politiche di New Delhi potrebbe essere la ricetta per la propria sopravvivenza politica e, si spera, per rilanciare l’economia di un Paese ancora in procinto di riprendersi dal disastro naturale del 2015.

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